25 novembre 2021

A cavallo del trojan, la spia informatica

Cosa ci fa un troiano nel mio computer o nel mio smartphone? Al giorno d’oggi capitano sorprese che neppure il mitico e fantasioso Omero avrebbe potuto immaginare: prima di tutto, perché pc e telefonini ai tempi della guerra di Troia fortunatamente non esistevano, altrimenti dei e oracoli avrebbero avuto meno audience; inoltre gli spazi disponibili in quegli aggeggi sono piuttosto angusti. Eppure da alcuni anni ci capita spesso di leggere o ascoltare cronache giudiziarie in cui si riferisce che un troiano, nascosto in un computer o in un cellulare, ha incastrato qualcuno. È capitato, per esempio, durante le indagini sull’intreccio di interessi non limpidissimi tra politica e magistratura. Il malcapitato “spiato” è stato Luca Palamara, ex pubblico ministero, ex presidente dell’ANM ed ex membro del CSM. Palamara – a sua insaputa, per iniziativa degli investigatori – si è portato in giro l’ospite per un sacco di tempo all’interno dello smartphone, dal 2018 in poi; l’infiltrato ha poi riferito il contenuto di conversazioni telefoniche e di dialoghi avvenuti nei dintorni del telefono.

 

Da Ilio agli USA

 

Al di là dei risvolti penali, è interessante indagare su quelli linguistici, in particolare sul modo in cui il troiano sia entrato nel lessico delle cronache giornalistiche. È accaduto più di 3.000 anni dopo la guerra narrata da Omero, in cui si racconta l’assedio di Troia nel XII secolo a.C. (epoca presunta) ad opera di Greci di età micenea, gli Achei. Finora abbiamo usato la traduzione in italiano della parola: in realtà, gli organi di informazione tricolori parlano e scrivono di trojan, insinuati in computer e telefoni, usando la versione inglese. Il termine viene pronunciato così come è scritto, con la “j” trasformata in “i” (lo si può ascoltare intorno al 15° secondo di un video di Report, sulla Rai, datato 14 novembre 2019), mentre la traslitterazione della pronuncia inglese di trojan è ˈtroʊʤən (più o meno, “trodscen”).

 

Comunque anche pochi giorni fa, il 12 novembre 2021, un notizia pubblicata dall'agenzia di stampa Adnkronos era intitolata: “Intercettazioni, il costituzionalista Marini: ‘Anche i giustizialisti temono i trojan, leso il diritto dei cittadini alla segretezza delle comunicazioni’”. Dunque, un trojan (o trojan horse, in italiano "cavallo di Troia", sebbene horse non sia quasi mai comparso negli organi di informazione italiani) è, nell'ambito della sicurezza informatica, un tipo di malware (altro termine entrato nel gergo informatico nostrano, è la contrazione dell'inglese malicious software, letteralmente ‘software malvagio’). Funziona mentre è nascosto all'interno di un altro programma considerato utile e innocuo: basta far partire quest’ultimo, per attivare anche il trojan, che intercetta attività e conversazioni.

 

Minacce per i computer

 

È difficile stabilire quando questo termine sia stato usato per la prima volta, sebbene il luogo di nascita sembri collocato negli Stati Uniti. Già nel 1971 il primo manuale dedicato a Unix (un sistema operativo per computer) lo ha citato come se tra gli addetti-ai-lavori fosse noto: “Si potrebbero creare cavalli di Troia in grado di utilizzare in modo improprio i file di altri”. Nel 1974 è comparsa un’altra citazione in un rapporto dell'US Air Force sull'analisi della vulnerabilità nei sistemi informatici Multics (Multiplexed Information and Computing Service), sviluppati a partire dal 1964. Poi la parola è diventata celebre tra gli esperti nel 1983, grazie alla menzione di Ken Thompson, pioniere dell'informatica moderna, durante la sua conferenza di accettazione del premio Turing, nel 1983. Il 19 maggio 1987 il giornalista Mark McCain sul New York Times ha citato i trojans come una grave minaccia per gli utilizzatori di computer.

 

Perfido Serbo Troiano

 

Sulla stampa italiana non specializzata questo termine ha cominciato a far capolino una ventina di anni fa, parallelamente allo sviluppo di sistemi digitali di massa (dai computer ai telefoni portatili) e del Web. Il Corriere della Sera, per esempio, lo usa per la prima volta il 29 marzo 1999, quando un articolo di Alessandra Farkas - intitolato “Internet, un virus nella ‘posta’” - ammonisce in modo didascalico: “Non lanciate (mandare in esecuzione) programmi scaricati casualmente da Internet, potrebbero essere ‘trojan’ che si annidano nel personal computer”. Il 10 giugno 2000 la stessa  giornalista avverte che un “Serbian Badman Trojan” infetta i computer di chi guarda film porno online; sono offerti anche la traduzione – “Perfido Serbo Troiano” – e il parere di un esperto: “Usare un film porno come  ‘cavallo di Troia’ è geniale, perché le vittime di questo virus si vergognano di denunciare il contagio”. Il troiano passa, l’11 gennaio 2017, dal computer ai telefonini quando Fiorenza Sarzanini, sempre sul Corriere, scrive che è stato spiato il telefonino di Matteo Renzi (più quelli di altri politici e uomini con incarichi elevati). Da quel momento in poi l’esercito dei troiani – ingaggiato dalla magistratura, dai servizi segreti o da malintenzionati – sbaraglia un sacco di difese, fino al citato Palamara e non solo (inclusi mafiosi e terroristi sul fronte delle indagini giudiziarie, statisti e potenti su quello delle intercettazioni illecite).

 

Ma quello di Troia era anti-troiano

 

L’aspetto curioso dell’uso del termine trojan (privato di “horse”) consiste nel fatto che si attribuiscono a un “troiano” le subdole caratteristiche del mezzo che, semmai, ingannò proprio i Troiani: il famoso cavallo di Troia, appunto. È l’enorme quadrupede di legno costruito da Epeo con l'aiuto di Atena; quello che fu spacciato per dono pacificatore da parte degli Achei e che i Troiani, ingenuamente, portarono dentro le mura cittadine, inconsapevoli del fatto che all’interno erano nascosti alcuni guerrieri nemici, i quali ne uscirono per aprire le porte al loro esercito. Del mitico stratagemma ha scritto soprattutto Virgilio (70 a.C. - 19 a.C.) nel secondo libro dell’Eneide, mentre Omero vi accenna nell’Odissea. Nel corso dei secoli l'espressione “cavallo di Troia” è entrata nel linguaggio comune: per indicare uno stratagemma col quale ingannare il nemico, sconfiggendolo. Finché l’equino si è perso per strada, sull’onda della digitalizzazione, e i suoi ospiti Achei sono diventati Troiani: si possono nascondere dei nostri amati telefoni e computer e, soprattutto, stanno ben attenti a non uscirne, pur di poterci spiare con comodo.

 

Immagine:  La processione del cavallo di Troia

 

Crediti immagine: Giovanni Domenico Tiepolo, Public domain, via Wikimedia Commons

 


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