1 giugno 2011

Risciacquare i panni nel Lambro?

«Venite a sciacquarvi i panni nel Lambro e nel Naviglio!», scrive Davide Rota nel suo comico Curs de lumbard per balùba (balabìott e cinés cumpres), Milano, Mondadori 2010 http://www.unionesarda.it/. Baluba, «propriamente plurale di Muluba, è la denominazione di un popolo di lingua bantu stanziato nella Repubblica Democratica del Congo e […] nell’Italia settentrionale, e specialmente nella Lombardia, […] ha assunto il significato spregiativo di ‘persona rozza e incolta’» (P. Trifone, Storia linguistica dell’Italia disunita, Il Mulino, Bologna 2010, pp. 43-44); balabiòtt sta per «Tritone. Biotto. Meschino. Pelapiedi» (Francesco Cherubini, Vocabolario milanese-italiano, Stamperia Reale, Milano 1814); l’espressione cines cumpres ironicamente include i cinesi nel novero degli avventizi e sfigati che hanno bisogno di abbeverarsi al verbo lombardo. I panni manzoniani di centocinquant’anni fa cambiano lavanderia: dalle rive dell’Arno, su su verso Nord, vengono sbattuti tra i veleni di gasolio del Lambro http://milano.corriere.it/.
                                                                                                           
Morbus lombardus
 
A proposito: fa un po’ impressione che, nella realtà della politica, oltre che in quella fantasticante della letteratura, si debba ricorrere a vocabolari meneghini e lessici lombardi, discettando magari su corrette grafie e pronunce, per interpretare al meglio il basic thinking di questo o quel politico “padano” (vedi il föra di ball di Bossi). Colpisce la disinvoltura estremistica dell’uso politico del dialetto, caricato dei valori simbolici di schiettezza e sincerità, meglio ancora se aggressive e viriliste: il messaggio è che soltanto chi “ce l’ha duro” sa prendere il toro per le corna e dire davvero come stanno le cose.
Per fortuna, la lingua italiana è forte e unita, decisamente vaccinata contro il morbus lombardus o qualsiasi altro eventualmente sbandierato localismo dialettale. È curioso ricordare come – a Italia appena fatta, almeno sul campo e sulla carta – l’“estremismo dialettale” fu una componente dell’acceso dibattito sulla riemergente “questione della lingua”.
Naturalmente, c’era, punto di riferimento impossibile da evitare, il Manzoni, con tutto il peso del suo grande romanzo fiorentinizzato, modello di moderna lingua letteraria, e con la fitta serie dei suoi scritti teorici, dalla Lettera al signor Giacinto Carena al Saggio comparativo del Dizionario dell’Accademia francese col Vocabolario degli Accademici della Crusca, passandoper Sulla lingua italiana.
 
Manzoni e Firenze capitale
 
La lingua parlata comune da diffondere in tutta l’Italia doveva essere una lingua viva, pensava Manzoni. Una lingua il cui centro d’irradiazione linguistica coincidesse con il centro politico e amministrativo del Paese, com’era successo al latino nella Roma imperiale e com’era sotto gli occhi di tutti con il francese promanato da Parigi. Insomma, la coincidenza di capitale politica e capitale linguistica era un requisito fondamentale per l’imporsi di una unica, viva, moderna, lingua nazionale parlata e scritta. Per Manzoni, Firenze capitale sarebbe il massimo desiderabile, avendo lui puntato sul fiorentino vivo, lingua che per consenso generale è percepita come espressione di una cultura letteraria unificante. Manzoni stesso teme (e lo scrive in una lettera al Giorgini del 1862, in un foglio destinato alla massima riservatezza) che il suo edificio teorico possa essere scosso dalla realtà, nel caso che la capitale non venga collocata a Firenze, poiché gli è chiara l’influenza che una capitale può esercitare sulla lingua della nazione.
Come si sa, la teoria dirigistica manzoniana in fatto di (diffusione della) lingua non convinse Graziadio Isaia Ascoli, cui non sfuggì, nel celebre Proemio all’«Archivio glottologico italiano» (1872 http://www.bibliotecaitaliana.it/), «la scarsa applicabilità in una nazione policentrica come l’Italia del modello centralistico manzoniano» (C. Marazzini, Da Dante alla lingua selvaggia, Carocci, Roma 1999, p. 172). Tagliente Luigi Settembrini: «Se volete una buona lingua, dovete prima fare una buona Italia». Analitico e realistico Gino Capponi, per il quale, in polemica con Manzoni, la lingua è «qualcosa fuori d’una semplice nomenclatura» e dunque, fuori di ogni marchingegno organizzativo, «la lingua in Italia sarà quello che sapranno essere gli Italiani» (cit. in L. Serianni, Storia della lingua italiana. Il Secondo Ottocento, Il Mulino, Bologna 1990, p. 49). Acuto e lungimirante Luigi Gelmetti, che già nel 1864, di fronte all’ipotesi di una futura Roma capitale, città in cui si parla un dialetto molto vicino alla lingua letteraria, «se in quella città concorreranno i migliori ingegni; se là si detteranno le leggi; là saranno le maggiori solennità nazionali; chi potrebbe dubitare se di là dopo qualche tempo uscirà bella e compiuta, e sufficiente alle chiese, ai parlanti, ai teatri, anche la lingua?» (cit. in L. Serianni, p. 48).
 
Muovere le acque
 
Chi ha vinto, chi ha perso? La politica linguistica manzoniana non è prevalsa, ma di fatto, è difficile pensare un italiano contemporaneo senza la re-italianizzazione, in parte di chiaro segno fiorentino, promossa dagli usi scritti del Manzoni e di altri fiorentini, toscani e sostenitori dell’uso manzoniano della lingua (si pensi al Pinocchio di Collodi e al Cuore di Edmondo De Amicis, tanto diffusi nelle scuole e tra i giovanissimi sin dalla loro prima uscita). Certo, oltre alle grandi opere e ai nomi famosi, vi sono altri scritti e ingegni che cercano, come possono e come sanno, di sostenere con fervore Manzoni, la lingua fiorentina o quella della regione. Talvolta scavalcando “a destra” il Gran Lombardo, come accade a Giambattista Giuliani, colto raccoglitore piemontese di specimi di lingua toscana, che nel suo Sul vivente linguaggio della Toscana (1865), pur tra movenze letterarie, mostra una vera idolatria per il toscano, che va ben oltre la scelta per il fiorentino borghese dell’uso vivo messo in prosa dal Manzoni, in direzione, viceversa, di un compiaciuto e vasto accoglimento di voci e locuzioni idiomatiche, vernacolari, spesso rimaste ristrette a un uso locale (si vedano ad esempio: sfiorire ‘acquistare il fior fiore della roba’; mi tengono ancora a buono ‘mi fanno ancora credito’; si sono rifiniti tutti la povera gente, ‘sciupati’, e si noti anche la concordanza a senso; cittini ‘ragazzi’).
È mosso da entusiastica fede manzonista l’avvocato Enrico Luigi Franceschi, con i suoi più volte ristampati In città e in campagna. Dialoghi di lingua parlata (1868), aperti da una prefazione che narra in toni encomiastici una visita fatta dall’autore al Manzoni. Non manca la riproduzione fotografica del biglietto da visita speditogli da Manzoni a Firenze. Il libro sfila lungo l’esile scheletro narrativo di una visita fatta da una famiglia piemontese a una famiglia toscana: un pretesto per sciorinare, spillate dalla viva voce dei nativi, sfilze nomenclatorie (con istruttiva comparazione tra toscano e piemontese), nel contesto di un parlare il più ricco ed espressivo possibile. Ecco allora materassa (e non materasso), abballinare ‘alzare e ripiegare (i materassi)’, sprimacciare ‘scuotere materassi o cuscini per redistribuire le piume’, torbo ‘torbido’, andare barelloni ‘barcollare’, anderanno ‘andranno’, maraviglia ‘meraviglia’, elleno ‘loro’ (f. pl.), la come forma ridotta di ella, sia per il femminile, sia per il neutro (per es.: ho proprio il gusto che la non ci sia stata male).
Come è evidente anche da questi pochi esempi, l’“estremismo dialettale” di Giuliani e Franceschi ha mosso le acque ma certo non ha ingrossato il fiume. Una sua funzione dinamica l’ha avuta, nell’alveo della nascente lingua italiana dell’uso, salvo spogliarsi della propria necessità nel giro di pochi anni, dissolvendosi.
I nuovi “estremismi” di oggi, invece, più che muovere vorrebbero separare le acque: ma quel giochetto riuscì, in passato, a gente che aveva leader di carisma biblico.
 
 
 
 
 
 
 
Immagine: Lambro (a valle di Monluè).
Crediti: Yorick39 [CC0 1.0 Universal], attraverso Wikimedia Commons.

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