30 luglio 2015

La nuova vita della Vita nuova

Il volume curato da Donato Pirovano (Vita nuova) e Marco Grimaldi (Le rime della Vita nuova e le altre rime del tempo della Vita nuova) per la collana «Nuova edizione commentata delle opere di Dante» (Centro Pio Rajna – Salerno editrice, Roma, 2015) si pone all’insegna del ritorno alle scelte di fondo di Michele Barbi, il grande filologo che pubblicò la Vita nuova (Barbi 1907, 1921, 1932 [con lievi ritocchi rispetto alla prima edizione]) e le Rime di Dante (Barbi 1921; postume le due edizioni commentate, Barbi-Maggini 1956 e Barbi-Pernicone 1969) consolidando in Italia il metodo lachmanniano (ovvero la ricostruzione stemmatica dei rapporti genealogici fra i testimoni).

 

Scelte ecdotiche

 

Del prosimetro edito da Barbi si assumono la paragrafatura in quarantadue unità (contro i trentuno paragrafi dell’edizione di Guglielmo Gorni [1996]), il titolo (Vita nuova, con dittongamento toscano, anziché Vita nova, con il monottongo latino e siciliano scelto da Gorni) e il testo critico, pur con molte innovazioni (puntualmente segnalate nella sezione Apparato, pp. 56-75). Per le Rime (di cui uscirà in séguito la seconda parte, con i componimenti della maturità e dell’esilio) resta l’ordinamento cronologico proposto da Barbi (contro quello codicologico dell’edizione critica di Domenico De Robertis [2002]) e il testo da lui stabilito, con poche modifiche (vd. pp. 321-323).

Mentre sul titolo nulla si può dire di certo (in assenza di autografi danteschi), è invece importante rilevare come Pirovano riesca, al di là della scelta barbiana, a proporre, nell’ampia Nota introduttiva (pp. 3-36), valide argomentazioni a favore di una generale tripartizione dell’opera (pp. 14-15), a sua volta articolata in nove possibili paragrafi, con suggestive simmetrie interne, per un totale di ventisette unità (tre volte il numero trinitario):

 

prima parte ( parr. i-xvi)

seconda parte ( parr. xvii-xxvii)

terza parte (parr. xxviii-xlii)

Proemio ( i )

Proemio alla nuova materia ( xvii )

Proemio alla nuova materia ( xxviii )

Primo incontro tra Dante e Beatrice: primi segni di innamoramento ( ii )

La genesi della nuova materia e il primo esito poetico ( xviii-xix )

Interpretazione numerologica della morte di Beatrice e di Beatrice medesima ( xxix ) [terza digressione]

Secondo incontro: il saluto della gentilissima, il primo sogno e l’innamoramento manifesto ( iii-iv )

Natura di amore ( xx )

In morte e in lode di Beatrice ( xxx-xxxi )

Prima donna dello schermo ( v-vii )

Lode di Beatrice ( xxi )

Richiesta del fratello di Beatrice ( xxxii-xxxiii )

Morte di un’amica di Beatrice ( viii )

Morte del padre di Beatrice ( xxii )

Primo anniversario della morte di Beatrice ( xxxiv )

Seconda donna dello schermo e perdita del saluto ( ix-x )

Delirio di Dante e prefigurazione della morte di Beatrice ( xxiii )

Tentazione di Dante: la donna gentile e pietosa ( xxxv-xxxix )

Effetti del saluto ( xi ) [prima digressione]

Giovanna e Beatrice ( xxiv )

Pellegrini attraversano Firenze ( xl )

Allucinazione di Amore: testo di scusa e confusione di Dante ( xii-xiii )

Riflessione metapoetica ( xxv ) [seconda digressione]

Visione di Beatrice gloriosa ( xli )

Il gabbo ( xiv-xvi )

In lode di Beatrice ( xxvi-xxvii )

Mirabile visione e proposito finale ( xlii )

 

  La veste linguistica è quella del manoscritto Chigiano L VIII 305 (Biblioteca Apostolica Vaticana, siglato K), di mano di un copista fiorentino della metà del Trecento («probabilmente attorno agli anni ’40»). Pirovano non accoglie di K alcune forme con la consonante scempia (quasi tutte con il prefisso a- [vd. pp. 54-55], per il quale però lo scempiamento è cultismo bene attestato, anche in Petrarca) e le preposizioni articolate che non rispettano l’alternanza del fiorentino duecentesco (il tipo dell’oro, con vocale tonica seguente, vs il tipo de la casa o de l’amico); il raddoppiamento fonosintattico (ad es., a llui) non è rappresentato [vd. p. 56]; altri esiti singolari o minoritari sono spiegati in apparato (ad es., pelagrafi ‘paragrafi’, già respinto da Carrai 2009, che pure si basa su K). Sopravvivono, come in Barbi, tutti i casi di paraipotattico tràditi da K, cassati in Gorni 1996 (elenco a p. 315).

Tolte le varianti formali, le inversioni di parole e le questioni di punteggiatura (anch’esse degne di rilievo), non sono poi tanti i casi di varianti adiafore di un certo peso. Tornando al testo barbiano per il v. 3 del sonetto A ciascun’alma presa, Pirovano difende giustamente la lezione mi rescrivan suo parvente, parafrasandola «mi scrivano in risposta il loro parere» (contro mi rescriva/riscriva in/’n suo/su’ parvente di Gorni e Carrai), ma senza segnalare il vistoso errore del ragionamento di Gorni (citato a p. 58, n. 19) sul «conflitto» tra il plurale e il possessivo: in italiano antico suo può significare ‘loro’, come il latino suus (uso peraltro comune a diversi dialetti italiani).

Con Gorni, si omettono alcune aggiunte della famiglia k: la relativa «che dicono», superflua dopo «per quelle parole di Geremia profeta» (VII 7); il complemento «a gran’ tempi» dopo «non sarà» (IX 5); «per nome» dopo «nominòlami» (IX 5); «tanta» prima di «matera» (XXII 7); la formula spuria di raccordo tra due testi, «Qui appresso è l’altro sonetto, sì come dinanzi avemo narrato» (XXII 12), peraltro con un plurale estraneo al prosimetro; la relativa «che dice» (XXX I), anche questa per introdurre una citazione da Geremia; l’esplicitazione del soggetto con ‘coniunctio relativa’ («Li quali peregrini»), al posto della semplice congiunzione e (XL 1).  

Inoltre si accoglie l’epiteto sora de l’onore (VIII 5, v. 8) ‘sorella dell’Onore’ (anziché sovra de l’o.), ben difeso da Gorni e ricondotto alle allegorie parentali della lirica coeva (anche dantesca); la locuzione «sarà mestiere» è preferita a «farà mestiere» (XII 8), che invece vuole il dativo (vd. Gorni 1996, p. 311). A XXIII 3, nel sintagma «a la mia debiletta vita» (XXIII 3) Pirovano recupera la variante marginale di un manoscritto quattrocentesco di Strasburgo (ms. 1808, Bibliothèque Nationale Universitaire), il diminutivo debiletta, che spiega bene la genesi delle altre lezioni (debile e debilitata), meglio dell’allotropo deboletta messo a testo da Gorni per salvare, a ragione, «il ben cavalcantiano deboletta, caro già a Carducci e D’Ancona» (Gorni 1996, p. 324). Nel verso «e ciascuna parola sua ridea» (XXIV 7, v. 6) si torna, con Gorni, alla felice prosopopea della parola che sorride, meglio attestata nella tradizione manoscritta (contro l’aggiustamento e ’n ciascuna del ramo w) e per la quale si può ricordare un’altra ardita costruzione (le sorrise parolette brevi di Par. I 95). Sempre con Gorni, si espunge virgo (del subarchetipo β ) tra reina benedetta e Maria (XXVIII 1) nel passo in cui si menziona la gloria celeste di Beatrice e la sua devozione per la Madonna; a riprova del fatto che l’attributo della verginità poteva anche essere taciuto, cfr. la lauda Alta regina, sancta Maria (edita da Rosanna Bettarini [Firenze, Sansoni, 1969, p. 567]). La banalizzazione certamente è respinta a favore di cortamente (XXXII 2), con il significato proposto da Gorni (‘in poco tempo, all’improvviso’). Il verso Ma quelli che n’uscian con maggior pena (XXXIV 11, v. 12) non presenta il for di β , già scartato da Gorni.

Più complessa la questione dei vv. 3-4 del sonetto L’amaro lagrimar (XXXVII 6): «faceva lagrimar l’altre persone / de la pietate». Pirovano, con Gorni, corregge al singolare il plurale erroneo face(v)an dell’intera tradizione, la cui genesi però resta misteriosa (non è sufficiente l’attrazione del vocativo occhi del verso precedente, molto meno forte dell’incipit al singolare). Sulla scorta della clausola   di Inf. III 24 («ne lagrimai») e del ne pleonastico di Par. XVI 43 («Basti d’i miei maggiori udirne questo»), si potrà ipotizzare un faceane (enclisi a inizio di verso) letto come faceano; analogamente il riprendiene di Par. XX 126 diventa riprendeano nel codice Palatino 313 (Firenze, Biblioteca Nazionale).

Un attacco di paragrafo alquanto arduo è risolto da Pirovano con una congettura formulata da Barbi ma non promossa a testo (1907, p. 94): «Rincontrai la vista di questa donna in sì nova condizione, che molte volte ne pensava sì come di persona che troppo mi piacesse» (XXXVIII 1). In Barbi Ricovrai, in Gorni Ricoverai (sempre col senso di ‘riacquistare’). Per diffrazione si hanno Ricontai/Racontai, Ricoverai, Reco(m)mi. A livello logico-sintattico, nella principale ci aspetteremmo la vista come soggetto e Dante come oggetto, essendo egli posto in uno stato d’animo così straordinario (cfr. «sì è novo miracolo e gentile» [XXI 4, v. 14], «la nova fantasia» [XXIII 18, v. 13], «per la sua nuova condizione» [XXIV 2]) da produrre l’immoderata cogitatio della consecutiva (all’imperfetto), requisito indispensabile dell’amore secondo Andrea Cappellano. L’errore potrebbe essere nato dall’incomprensione dell’uso transitivo del verbo ritornare (per cui cfr. «Ritornatemi in gioco», v. 94 della canzone ciniana Sì mi stringe l’amore; ma anche la prima quartina di un sonetto di dubbia attribuzione dantesca: «La gran virtù d’amore e ’l bel piacere […] m’ha fedelmente in vo’, donna, tornato»): *Ritõnōi (da leggere Ritornòmi, con enclisi iniziale) > *Ricomi/Riconai/Ricouai (dato anche il facile scambio t/c) > Recomi/Recou(e)rai/Ricontai. In altre parole, la vista della donna gentile avrebbe ricondotto Dante nell’eccezionale stato amoroso che aveva fino ad allora sperimentato solo per Beatrice. Del resto, la lezione del codice Martelli 12 («il testimone più antico della Vita nuova» [Nota al testo, p. 41]), Recòmi (a testo in Barbi 1907), sembra glossa di Ritornòmi; anzi, se non fosse estraneo a Dante e alla poesia duecentesca l’impiego di recare con oggetto di persona, si potrebbe anche condividere la prima scelta di Barbi. Cfr. l’espressione contenuta in un testo pratico lucchese del 1295: «se Dio ci recha in istato di poterlo fare» (Lettere dei Ricciardi di Lucca ai loro compagni in Inghilterra (1295-1303), edizione e glossario a cura di Arrigo Castellani, introduzione, commenti, indici a cura di Ignazio Del Punta, Roma, Salerno editrice, 2005, p. 25). Allo stato attuale non si ravvisano altre soluzioni meno onerose, ma la questione resta aperta.            

 

Questioni di commento

 

Fin dalla Nota introduttiva, Pirovano sintetizza con estrema lucidità gli aspetti fondamentali dell’opera dantesca: la sua originalità (Un libro nuovo [§ 1]); il riuso dei testi poetici (Genesi del libro [§ 2]); il difficile rapporto tra l’io narrante e l’io reale (Un libro autobiografico [§ 3]); la pregnanza spirituale del titolo (§ 4); la tripartizione della trama (§§ 5-6); la scansione temporale (Cronologia interna: krónos e kairós [§ 7]); l’indeterminatezza dei luoghi (Gli spazi [§ 8]); la realtà umana e insieme angelica di Beatrice (I personaggi [§ 9]), secondo il modello cristologico; la relazione tra eros e caritas (§ 10); l’itinerario artistico dell’autore (L’autobiografia di un poeta d’amore [§ 11]); il progressivo allargarsi «fuori dai confini spaziali fiorentini in direzione di un’inedita universalità» (I destinatari e il pubblico [§ 12]); la rivoluzione del dolce stil novo (§§ 13-14); il rapporto con le fonti, sia latine sia provenzali (Genere letterario e modelli [§ 15]); il successo del libello (Reazioni a un libro dirompente [§ 16]); il ruolo del «primo amico» (La ‘Vita nuova’, Dante e Guido Cavalcanti [§ 17]).

Il commento alla Vita nuova ha il pregio di abbinare a una puntuale parafrasi, che non consente di eludere i problemi esegetici, una rassegna delle varie soluzioni proposte dagli studiosi (laddove necessario), senza mai lasciare il lettore nell’incertezza, ma argomentando a favore dell’una o dell’altra scelta. Pirovano risulta originale nella sua capacità di fondere analisi stilistica e contenutistica, con una sensibilità rara tra i filologi contemporanei; si veda, ad esempio, la chiosa all’ultimo periodo, in cui si intrecciano con sapienza le fonti bibliche e classiche, la critica dantesca e le figure retoriche: «Quando Dante si augura che la propria anima possa andare […] a contemplare la gloria di Beatrice, che come beata […] fissa lo sguardo […] nel volto di Dio – e vd. Mat., 18 10 […] – riprende sotto il segno della speranza cristiana un motivo già virgiliano (vd. De Robertis, V. n., p. 247), da Ecl., IV 53-54 […] La beatitudine come visione appagante è resa efficacemente dal chiasmo: “benedetta Beatrice […] colui […] benedictus”, con ripetizione dell’analogo aggettivo, ma italiano in rapporto alla donna e in latino, lingua sacra della Chiesa, in rapporto alla divinità» (p. 289).   

Marco Grimaldi, gravato dal non facile compito di curare anche le rime della Vita nuova, riesce felicemente a dialogare con il commento di Pirovano aggiungendo spunti di riflessione e inquadrando i vari componimenti nel contesto letterario della fine del Duecento. La Nota introduttiva (pp. 293-312) e la Nota ai testi (pp. 313-323) forniscono le informazioni necessarie per affrontare la lettura delle Rime con un’ampia visione dell’orizzonte lirico dantesco.

Ogni testo è corredato da un cappello introduttivo, una Nota metrica, una sezione bibliografica e un commento approfondito, in cui si finisce inevitabilmente per discutere anche questioni testuali ancora aperte: in questi casi Grimaldi mostra di sapersi districare nel ginepraio della critica dantesca e di saper prendere posizione, anche difendendo con ragionevolezza le scelte di Barbi (ovvero il testo critico di riferimento) in mancanza di alternative più economiche.

 

Dante e Guido: un’amicizia al di là della fede

 

Sia Pirovano sia Grimaldi, pur dando ampio spazio alle varie voci degli studiosi, fanno propria la tesi di Enrico Malato (Dante e Guido Cavalcanti: il dissidio per la ‘Vita nuova’ e il «disdegno» di Guido, Roma, Salerno editrice, 1997), che sviluppa un’intuizione di Giuliano Tanturli (Guido Cavalcanti contro Dante, in Le tradizioni del testo. Studi di letteratura italiana offerti a Domenico De Robertis, a cura di Franco Gavazzeni e Guglielmo Gorni, Milano-Napoli, Ricciardi, 1993, pp. 3-13), a sua volta criticata da Giorgio Inglese («… illa Guidonis de Florentia Donna me prega» (Tra Cavalcanti e Dante), «Cultura neolatina», LV, 3-4, 1995, pp. 179-210): Cavalcanti, dedicatario del prosimetro, non solo non lo avrebbe apprezzato, ma avrebbe anche preso le distanze dall’amico tentando in ogni modo di confutare la sua visione dell’amore, soprattutto attraverso la stesura della canzone Donna me prega (inserita da Grimaldi al numero XXIX ter come «risposta alla Vita nuova di Dante», secondo i criteri stabiliti dal comitato scientifico della NECOD). Pur non essendo questa la sede adatta per approfondire la questione, si devono precisare alcuni dati di fatto:   

a)             anche dopo la ‘rottura’ (denunciata nel sonetto cavalcantiano I’ vegno ’l giorno a te ’nfinite volte), Dante continua ad apprezzare le rime di Guido, compresa Donna me prega, citata due volte nel De vulgari eloquentia, in quanto canzone di soli endecasillabi (II 12 3) e per l’uso della rima interna, al trisillabo (II 12 8), come nella canzone dantesca Poscia ch’Amor del tutto m’ha lasciato;

b)             mentre nella Comedìa, per unanime riconoscimento della critica, l’ombra di Guido è sempre presente (è lui che «ha tolto […] la gloria de la lingua» a Guinizzelli [Purg. XI 97-98]), Cino da Pistoia, che nel primo libro del De vulgari funge da ‘spalla’ di Dante («Cynus Pistoriensis et amicus eius» [I 10 2]), non è citato nemmeno una volta nel poema;

c)             Donna me prega , canzone conservata in un testimone più antico di quelli della Vita nuova (il frammento dei vv. 71-75, nel Fascicolo Podestà e Capitani C 375 dell’Archivio di Stato di Bologna, risalente agli anni 1300-1301), nasce come risposta a un sonetto di Guido Orlandi (Onde si move e donde nasce Amore?), a sua volta appartenente al genere della tenzone de amore (discussione in rima sulla natura del sentimento amoroso), coltivata dai poeti siciliani e dai siculo-toscani (nonché dallo stesso Dante, nel sonetto Amore e ’l cor gentil sono una cosa [Vita nuova XX 3-5], che contiene affermazioni accettabili anche per Cavalcanti);

d)             in nessuna stanza di Donna me prega si criticano i concetti-chiave della Vita nuova (la fedeltà dell’amante dopo la morte della donna; l’oggettivo valore della persona amata, a prescindere dalla soggettiva percezione dell’amante; la qualitas divina e salvifica della donna in sé considerata, ecc.), ma si descrive in modo analitico la condizione di chi ama, da un lato angosciosa («for di salute giudicar mantene» [v. 32]), dall’altro prova di vera nobiltà d’animo («che solo di costui nasce mercede» [v. 70]);

e)             la canzone-manifesto Donne ch’avete intelletto d’amore, secondo lo stesso Dante principio delle nove rime (Purg. XXIV 50), è citata nel De vulgari dopo Donna me prega («et etiam nos dicimus» [II 12 3]), con la quale condivide il sostantivo dell’incipit, il rifiuto del settenario,   il numero dei versi per stanza (14) e molti rimanti (amore, dire, sentire, intelletto, vede, procede, risplende, via, sia, vertute, salute, oblia, misura, natura, prova, mova, adornata); nondimeno il suo oggetto è radicalmente diverso da quello di Donna me prega, perché non riguarda tanto l’accidente chiamato amore quanto la nobiltà della donna; nella stanza proemiale Dante chiarisce che non vuole scendere sul terreno di Guido parlando di quel che prova l’amante in termini di sublime dottrina («E io non vo’ parlar sì altamente, / ch’io divenissi per temenza vile; / ma tratterò del suo stato gentile / a respetto di lei leggeramente» [vv. 9-12]);

f)              i due amici erano entrambi consapevoli delle rispettive posizioni ideologiche, Dante dell’averroismo di Guido (raffinato approfondimento dell’istintiva miscredenza del padre Cavalcante) e Guido della incrollabile fede di Dante nell’immortalità dell’anima individuale; è un pregiudizio di noi moderni (per certi versi più reazionari degli uomini del Medioevo) non ammettere un’amicizia letteraria tra scrittori di diverso orientamento politico, filosofico e religioso; Cicerone, che certo non era un epicureo, dichiara, in una lettera al fratello Quinto (II 9 4), che i «poemata» di Lucrezio sono «multis luminibus ingenii, multae etiam artis» (unica menzione del poeta da parte di un autore a lui contemporaneo);     

g)             il sonetto cavalcantiano Pegli occhi fere un spirito sottile (giocato sull’iterazione ossessiva del sostantivo spirito, variamente declinato), anch’esso ritenuto da Grimaldi, con Malato, satira antidantesca (XXIX bis), è leggibile come una divertente «autoparodia» (Gianfranco Contini), priva di animosità; se poi Guido avesse voluto prendere in giro l’amico, non avrebbe scelto una parola-chiave del proprio lessico poetico, accumulando echi interni facilmente percepibili dagli altri rimatori;

h)             il sonetto I’ vegno (XXIX), indirizzato a Dante, non può essere pronunciato da Amore perché la tecnica della personificazione (come è spiegato in una digressione della Vita nuova) è un espediente retorico lecito «non sanza ragione alcuna, ma con ragione la quale poi sia possibile d’aprire per prosa […] E questo mio primo amico e io ne sapemo bene di quelli che così rimano stoltamente» (XXV 8); sarebbe invece stolto dire di Amore (rappresentazione di un sentimento soggettivo) che non osi mostrare pubblico gradimento per i versi di un poeta («Or non ardisco, per la vil tua vita, / far mostramento che tu’ dir mi piaccia» [vv. 9-10]) o che lo visiti senza farsi vedere («né ’n guisa vegno a te che tu mi veggi» [v. 11]); inoltre, come hanno già osservato altri commentatori, l’antitesi tra la vil vita e il dir implica una valutazione ancora positiva delle rime (inammissibile se il dissidio fosse nato proprio sul terreno della lirica d’amore) e un giudizio negativo della condotta attuale di Dante e delle sue frequentazioni («Solevanti spiacer persone molte; tuttor fuggivi l’annoiosa gente» [vv. 5-6]). In base all’interpretazione più logica del sonetto, Guido, biasimando alcune scelte di Dante (a noi ignote), gli spiega che, sebbene continui a pensarlo e a stimarlo come poeta, non ha più il coraggio di frequentarlo e di professare pubblicamente ammirazione per le sue poesie.         

 

Le rime per Beatrice: tasselli di un mosaico (anche linguistico)

 

Il confronto fra la Vita nuova e le rime coeve consente al lettore di ricostruire il mito di Beatrice nel suo farsi. Come Pirovano e Grimaldi sottolineano, la canzone Lo doloroso amor che mi conduce, unica delle rime estravaganti a nominare la donna, si pone al di fuori dell’orizzonte spirituale del libello: il verso «Per quella moro c’ha nome Beatrice» (14) riassume una condizione ossimorica in virtù della quale l’amante soffre per il disdegno di una figura femminile che dovrebbe incarnare la beatitudine angelica. Prima della sua morte (8 giugno 1290) l’alter ego poetico di Bice Portinari poteva anche attirare gli strali di Dante, e anche dopo la prematura scomparsa Amore consolava il poeta con immagini femminili duramente biasimate da Beatrice stessa nel Purgatorio (senza la scusante allegorica del Convivio, con la donna gentile presentata come Filosofia): «Non ti dovea gravar le penne in giuso, / ad aspettar più colpo, o pargoletta / o altra novità con sì breve uso» (XXXI 58-60).

Se si guarda, nel De vulgari eloquentia (II 7 4), agli esempi di vocaboli non degni del volgare illustre perché infantili (mamma, babbo) o troppo molli (dolciada, placevole) o aspri (greggia, cetera) o scivolosi (femina) o ispidi (corpo), si noterà che nella Vita nuova si hanno solo due occorrenze prosastiche di femina , in accezione chiaramente spregiativa («non sono pure femine» [XIX 1]; «“Questa non è femina, anzi è uno de li bellissimi angeli del cielo”» [XXVI 2]), e nessuna delle altre parole. Dunque la lingua del prosimetro si addice perfettamente al modello di volgare illustre proposto nel trattato latino.

Osserva acutamente Grimaldi che, «soprattutto a partire da Donne ch’avete […] Dante sembra tendere innanzitutto verso il decoro stilistico, la chiarezza formale e verso un ideale di selezione (che è cosa diversa da “restrizione”) e di proprietà lessicale e terminologica […]» (p. 301). Ciò è vero in particolare per le rime della Vita nuova, in cui si concentra e perfeziona l’esperienza dello Stil Novo.   

 

PRINCIPALI EDIZIONI PRECEDENTI

 

Barbi 1907 = Dante Alighieri, La Vita Nuova, a cura di Michele B., Firenze, Società Dantesca Italiana.

Barbi 1921 = D. A., Vita Nuova, a cura di Michele Barbi, in Id., Le Opere di Dante, Firenze, Società Dantesca Italiana.

Barbi 1932 = D. A., La Vita Nuova, a cura di Michele B., Firenze, Società Dantesca Italiana.

Barbi-Maggini 1956 = D. A., Rime della «Vita Nuova» e della giovinezza, a cura di Michele B. e Francesco M., Firenze, Le Monnier.

Barbi-Pernicone 1969 = D. A., Rime della maturità e dell’esilio, a cura di Michele B. e Vincenzo P., Firenze, Le Monnier.

Contini 1984 = D. A., Rime, a cura di Gianfranco C., in Id., Opere minori, I, Milano-Napoli, Ricciardi, 1984.

De Robertis 2002 = D. A., Rime, ed. critica a cura di Domenico De R., 3 voll. (in 5 tomi), Firenze, Le Lettere.

De Robertis 2005 = D. A., Rime, ed. commentata a cura di Domenico De R., Firenze, SISMEL-Galluzzo.

Carrai 2009 = D. A., Vita Nova, a cura di Stefano C., Milano, Rizzoli.

Giunta 2011 = D. A., Rime, a cura di Claudio G., in Id., Opere, ed. diretta da Marco Santagata, I, Milano, Mondadori.

Gorni 1996 = D. A., Vita Nova, a cura di Guglielmo G., Torino, Einaudi.

Gorni 2011 = D. A., Vita Nova, a cura di Guglielmo G., in Id., Opere, ed. diretta da Marco Santagata, I, Milano, Mondadori. 


© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0