19 marzo 2018

Poesia 2.0. La poesia presa nella Rete - 1

Questa è la prima di quattro puntate di un'indagine volta ad analizzare le caratteristiche della produzione poetica che sceglie la via di Internet. 

 

La linfa della conoscenza

 

«Il gambo è una parte allungata che regge il fiore. Se lo togliamo, il fiore muore». Rimango circa dieci secondi ferma a pensare. «Senti ma cos’è la poesia per te? Parlavamo del gambo. Come la vedi? Possiamo dire che il gambo è come la poesia? È necessario?». Mi guarda senza alcun timore e, poco dopo,inizia a grattarsi la testa come un vecchio sapiente. Su queste cose i bambini non sbagliano mai, anzi, hanno solo da insegnare. «Ma certo, la poesia è il sentimento. Pensa a un mondo di persone che non provano nulla! Il gambo è la poesia, ci fa stare su!». Si conclude così questa chiacchierata tra me e Viola, 7 anni. Ho sempre pensato che i bambini trattengono il poetico più di chiunque altro. Non si tratta di competenza né di formazione, penso che la loro sensibilità sia affine a quella conoscenza archetipica che Freud, ne Il delirio e i sogni nella “Gradiva” di W. Jensen attribuiva proprio ai poeti, ovvero a quelle «figure preziose che sono solite sapere una quantità di cose fra cielo e terra che la nostra filosofia neppure sospetta». Ecco perché la poesia sfugge al logos che siamo abituati a esercitare, mentre si nutre di un altro logos, molto lontano dalla «mera intelligenza delle parole», come sostiene Tommaso Di Dio. Essa, prosegue lo scrittore e poeta, è «un esercizio di conoscenza del mondo, e attraverso il mondo, di se stessi». Il verso non può e non deve colpirci e basta: a legittimare il movimento della parola poetica è la sua stessa natura rituale, una continua oscillazione tra noi e il foglio, tra gli spazi bianchi delle pause e un pezzo del nostro vivere, tra il ritorno testuale e la memoria. Mario Luzi aveva sintetizzato in poche righe il progetto di questa danza che si fa, nel suo vortice incontrollabile, un vero e proprio evento: «È impossibile», si legge nel suo saggio Vicissitudine e forma, «chiamarsi fuori, impossibile ritrarsi indispettiti da ciò che accade; [...] non c’è nulla del resto in cui anche tu non debba in qualche modo sentirti accaduto». La poesia accade perché noi siamo accaduti, e lo siamo non in un posto qualunque, bensì nel flusso della storia: nessun avvenimento-in-poesia esiste in sé, ma soltanto in rapporto con una concezione dell’uomo eterno, con quella percezione di totalità – essenziale, da sempre – che oltrepassa la bugia colorata dello schermo. Se pensiamo, anche solo per un momento, che il verso poetico possa nascere e morire in pochi secondi, se pensiamo di poter leggere dieci pagine di poesia e ammettere di non avere un conto in sospeso con la nostra coscienza, se pensiamo che quella cometa «che arriva da lontano» ci attraversi e basta, siamo davvero sulla strada sbagliata. La poesia è più e altro della poesia stessa.

 

«Cyber statuetta»

 

È chiaro che, arrivati a questo paragrafo, abbiamo tutti annuito e ci siamo sentiti al sicuro. Ma solo per un attimo. Tra un po’, sul tram che ci riporta a casa, scorgeremo sul nostro smartphone una miriade di nuovi stimoli. Un post di un nuovo poeta di cui non ho sentito fino a ora parlare, una foto con una poesia – che bella, la salvo e poi la condivido sul mio Instagram! – , tantissimi nomi taggati di scrittori che forse potrebbero piacermi, ma non me la sento di andare a fare una ricerca. Salvo tutto con uno screenshot, adesso la mia memoria finalmente avrà nuovi contenuti. Adesso, dopo queste azioni, sento di aver fatto persino il mio dovere, alla faccia di chi dice che Internet è solo il male. Ebbene, il “problema” risiede proprio qui. I compiti sociali della poesia, nel nostro contemporaneo schizofrenico, passano necessariamente anche dalla rete attraverso un processo di ri-materializzazione e rimbalzo, che ha aspetti molto positivi, in quanto, facilita le scoperte casuali e, in alcuni casi, permette all’oggetto-libro di ritrovare le sue ragioni, grazie ad articoli, post, didascalie e citazioni. Ma la retorica dell’easy non può convivere con la retorica dell’eccellenza. Noi guardiamo a Internet, oggi, non solo perché, come scrive Federico Ziberna, ci è stato indicato come una «autostrada informatica», quanto perché «è una ovvia evoluzione della vetrina», una vetrina alla quale, non sempre, corrisponde un negozio. Se l’atto poetico e la sua ricezione reclamano un’azione in praesentia, risulta chiaro come dietro a tutti quei nomi nuovi di autori, dietro a tutte quelle parole che leggiamo scorrendo la home di Instagram debbano esistere delle situazioni di scambio reali. Come possiamo pretendere di far nostro il comprendere (cum-prendo) poetico su cui insisteva Davide Rondoni in una puntata di Rai Letteratura se non portiamo con noi un percorso tangibile di scrittura e di storia? Questa posizione teorica ha, poi, delle ripercussioni pratiche, che riguardano “il pubblico nella poesia”, come direbbe Vittorio Spinazzola. È sempre più difficile, oggi, capire quali e quanti sono i lettori di versi –  la poesia oggi circola molto più al di là del libro –, ma è ancora più difficile analizzare la situazione se si abbraccia un’altra prospettiva, dalla quale possiamo coglierela «storicità dei modi di utilizzazione, comprensione e appropriazione dei testi». In una «soggettività che non si confronta» e cambia ogni giorno opinione, mi ricorda Franco Arminio, il testo poetico «si perde»: siamo di fronte a uno «spargimento di sangue di parole» caratterizzato da precarietà e iper-proliferazione, senza dimenticare un’autoreferenzialità progressiva che mina la stessa necessità della scrittura. Il poeta “paesologo” classe 1960 non disdegna, tuttavia, la trasmissione testuale via social, ma è ben consapevole dell’illusione digitale. La metafora del negozio e della vetrina è funzionale, in questo senso, a dimostrare perché, nel flusso della rete, il lettore-esploratore rimanga affascinato dalla «cyber statuetta» (Enrico Testa). Pare che un fenomeno evidente sia il tramonto definitivo del dialogo tra le generazioni di poeti e la conseguente «aggregazione orizzontale» dei nuovi, ma se davvero non è più tempo di una “poesia di generazione” e devono prevalere le individualità, io mi metto nei panni di un giovane universitario del primo anno al quale una giornalista chiede: «Mi sapresti dire qualche nome di poeta contemporaneo che conosci?». Perché mi viene in mente Pasolini? Perché?

 

Ipotesi in progress

 

Un mio professore di università un giorno mi disse che nella vita, per comprendere qualcosa, bisogna operare delle distinzioni. È esattamente quello che fa la memoria: seleziona, verifica, confronta, etichetta, scarta e così via. Ordinare è già conoscere. Siamo al terzo paragrafo e credo che la situazione sia tutt’altro che rosea, anzi. Perché penso a Pasolini se la giornalista ha esplicitamente richiesto un nome di un contemporaneo? Perché non ne conosco nessuno. E sicuramente navigando in rete mi sarò imbattuto in qualche articolo su Valerio Magrelli o su Milo De Angelis, ma non so bene il loro percorso. Non so che fare di fronte a questi nomi. Ebbene, il problema in cui oggi si imbatte il critico, che Nicola Crocetti, in un’intervista uscita su La Lettura del 2015, riconduce alla quantità interminabile di libri di poesia appena usciti e di fronte ai quali egli «perde la trebisonda», è lo stesso del lettore, anzi del lettore giovane che, soprattutto in un percorso scolastico, deve sin da subito interagire con la dimensione del versus. «Viviamo in società dove non esistono più punti certi e fermi di riferimento, sia nel macro, in ambito per esempio ideologico o religioso, per non dire sociale, sia per quanto riguarda i modelli culturali»: la poetessa Giovanna Rosadini solleva un tema caldo, quello della mancanza di guide e di ordine. La mediazione del critico militante, per esempio, è sempre stata «fondamentale per l’orientamento del pubblico dei lettori, anche quelli di poesia». In sostanza, la tracce degli ultimi “lettori forti” non sembrano essere sufficienti. Sempre Tommaso Di Dio, su questa linea, sostiene che «le persone che un tempo si chiamavano colte [...] sono oggi per lo più affascinate da fenomeni legati alla cultura di massa, che sono artisticamente del tutto irrilevanti». Il difetto di conoscenza del lettore, che tuttavia si scontra con il «contagio gioioso» (Valerio Magrelli) della poesia negli ultimi tempi, va attribuito anche a una scarsa educazione alla Poesia. E responsabili sono anche quegli editori che si sentono in obbligo di pubblicare opere di copie imperfette di De Angelis, perché così, oggi, “funziona”. Se già trasmettere una teoria della poesia richiede tempo e ordine, figuriamoci la selezione.

 

Beatrice Cristalli

(Giornalista e critica letteraria)

 

Bibliografia

Risorse cartacee

Afribo A., Poesia contemporanea dal 1980 a oggi: storia linguistica italiana, Carocci, Roma, 2007

Cadioli A.- Decleva E. – Spinazzola V., La mediazione editoriale, Il Saggiatore, Milano, 2000

Cavallo G. - Chartier R., Storia della lettura, Laterza, Roma-Bari, 1995

Freud S., Delirio e sogni nella “Gradiva” di W. Jensen (1907), in Id., Gradiva, a cura di C. Musatti, Torino, Boringhieri, 1961.

Luzi M., Vicissitudine e forma, Rizzoli, Milano, 1974.

Nancy J., La custodia del senso, EDB, Bologna, 2016.

 

Risorse elettroniche

fucinemute.itt - non social, non network e scrittura

 

Immagine: Di Hans Braxmeier [CC0 o CC0], attraverso Wikimedia Commons


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