03 aprile 2018

La guerra delle parole del partigiano Fenoglio

Itanglese, Itangliano, italiese, inglesiano, Fenglese, Fenogliano: già il fatto che siano stati dati così tanti nomi alla lingua forgiata da Beppe Fenoglio nel Partigiano Johnny ne evidenzia il carattere di singolare eccezione nel panorama della letteratura italiana del secondo Novecento: “uno dei testi più originali e suggestivi della narrativa italiana dell’ultimo cinquantennio” (Eugenio Ragni). Punte di analoga complessità linguistica sono state raggiunte da un ristretto novero di scrittori: Carlo Emilio Gadda, Tommaso Landolfi e pochi altri. La complessità della lingua del cosiddetto Partigiano Johnny (più avanti vedremo perché “cosiddetto”) mette sul tavolo molteplici questioni, tutte strettamente connesse fra loro. Per comodità di esposizione verranno distinte e disposte in sequenza, ma esse sono idealmente compresenti e coassiali, in un perpetuo nesso di causa-effetto. Vale la pena sottolinearlo perché forse mai come nel caso di Fenoglio le ragioni della vita, della storia e delle lingue (dialetto, italiano, inglese) sono state così intrecciate in uno scrittore italiano.

 

“Come un pesce si immerge nell'acqua”

 

L'imprinting è molto precoce, lo dice chiaramente Pietro Chiodi, importante figura di studioso della filosofia tedesca e antifascista, nonché professore di Storia e Filosofia di Fenoglio al liceo di Alba: Fenoglio “si era immerso, come un pesce si immerge nell'acqua, nel mondo della letteratura inglese, nella vita, nel costume, nella lingua, particolarmente dell'Inghilterra elisabettiana e rivoluzionaria”. Da qui la pratica assidua – fin dagli anni del liceo – di autori linguisticamente complessi come Shakespeare, Marlowe, Donne, Hopkins, Coleridge, Browning, Melville, affrontati non soltanto nella lettura, ma in quella pratica di vera e propria riscrittura che è la traduzione. La letteratura inglese per il giovane Fenoglio non rappresenta una semplice fuga dalla provincia e dal fascismo, ma molto di più: essa ha un valore altamente formativo, gli fornisce un modello umano e culturale. L'immagine di Chiodi è eloquente: quella nell'inglese è una vera e propria immersione, che non solo gli dà gli altissimi stimoli culturali e spirituali di cui era alla ricerca, ma gli fa trovare anche il lavoro che manterrà per tutta la vita, corrispondente con l'estero in un'azienda vinicola di Alba. La formazione di Fenoglio si colloca al centro di un'ideale triangolazione: il dialetto piemontese è la lingua madre, essendo la lingua viva, del microcosmo familiare e locale; l'italiano è la lingua appresa a scuola, sui libri, utilizzata nelle comunicazioni più formali – come è tipico di quasi tutti gli italiani della generazione di Fenoglio –; l'inglese letterario è sì una lingua mentale, non praticata nel quotidiano, ma è una sorta di sottofondo continuo, altrettanto vivo dunque e portatore delle aspirazioni più profonde. Fra l'altro, in questa triangolazione inedita per uno scrittore italiano, ad avvicinarsi di più all'inglese – per i suoni tronchi e il ridotto numero di sillabe – è il dialetto, non l'italiano – secondo un'intuizione corroborata anche di recente da un finissimo traduttore come Massimo Bocchiola: “alcune pieghe della non traducibilità dell'inglese nell'italiano, quando la lingua d'arrivo è un dialetto […] si appianano”. Un esempio: il piemontese grapè, tronco e bisillabico, è più prossimo all'inglese, monosillabico e addirittura consonante, grasp, che all'italiano, sdrucciolo, polisillabico e foneticamente lontanissimo, prendere. Lo stesso Fenoglio lo disse all'amico Italo Calvino: “io prima scrivo in inglese e poi traduco in italiano”. (Si badi bene che dice “traduco”, non “riscrivo”, a sottolineare il primato dell'inglese.) E di questa compresenza è testimonianza anche la celebre affermazione rilasciata a Elio Filippo Accrocca nel volume Ritratti su misura di scrittori italiani: “Scrivo with a deep distrust and a deeper faith”.

Con l'aiuto delle moderne neuroscienze si potrebbe dire che il caso di Fenoglio è classificabile come trilinguismo, e poi nello specifico della polarizzazione dialetto-italiano/inglese come bilinguismo “bilanciato” (pari competenza in entrambe le lingue) e “successivo”. E dunque, alla luce di ciò che oggi sappiamo sul bilinguismo, è molto probabile che Fenoglio pensasse in inglese. (E forse, chissà, in inglese sognava anche.)

 

Il “cosiddetto” Partigiano Johnny

 

Il Partigiano Johnny, forse il libro più noto di Fenoglio – a tal punto da diventare un film per la regia di Guido Chiesa, con Stefano Dionisi e Fabrizio Gifuni – non esiste. Fin dal titolo, che è redazionale e non segue alcuna indicazione lasciata dall'autore. A quel progetto di racconto partigiano, semmai, Fenoglio si riferiva con l'espressione “libro grosso” – e grosso lo era, oltre cinquecento fogli dattiloscritti – e in vita ne ricavò soltanto una parte che pubblicò per Garzanti nel 1959 con il titolo Primavera di bellezza – in cui, significativamente, Johnny muore. Tutto il resto era un brogliaccio personale, molto provvisorio e magmatico, che lo scrittore di Alba non aveva la benché minima intenzione di pubblicare in quello stato. Ma la morte lo colse nel 1963, e di tutto quel materiale inedito nel 1968 Lorenzo Mondo approntò per Einaudi, a tavolino, con tagli e spostamenti del tutto arbitrari, un libro: Il partigiano Johnny, appunto. Per quanto “inesistente”, il libro riscosse un grande successo, diventando un documento fondamentale della Resistenza italiana: questo spiega l'interesse mai venuto meno intorno all’opera. Nel 1978 l'edizione critica, coordinata da Maria Corti e affidata a Maria Antonietta Grignani, svela una situazione più complessa: una prima stesura completamente in inglese (il cosiddetto Ur Partigiano Johnny), che copre un arco di tempo molto breve, dal marzo all'aprile 1945; e due stesure in un italiano misto di inglese, la prima di 56 capitoli, la seconda di 24 con la morte di Johnny. L'edizione è meritoria perché restituisce il materiale per come è, secondo i criteri della più scrupolosa filologia testuale, ma questa che è una forza diventa anche un limite: essendo un'edizione filologica, è destinata agli addetti ai lavori, e non al grande pubblico. La questione che si pone allora è: come evitare operazioni di montaggio arbitrarie senza rinunciare alla leggibilità? Una proposta convincente arriva nel 1992 da parte del filologo Dante Isella: le due redazioni vengono montate in un testo di 39 capitoli, utilizzando per i capitoli 1-20 la prima redazione, e per i capitoli 21-39 la seconda, in questo modo si usa l'ultima stesura soltanto a partire dal punto in cui non vi sono interruzioni, e per le parti precedenti si ricorre sempre alla versione più antica. Ma non mancano altre proposte; la più recente risale al 2015, a cura di Gabriele Pedullà: cambia il titolo, Il libro di Johnny, con un richiamo biblico; viene accolta la versione più antica di Primavera di bellezza, su cui si innesta la redazione più antica del Partigiano Johnny, in questo modo si garantisce una continuità narrativa molto più coerente e ampia, essenziale per un personaggio che è l'alter-ego dell'autore.

Al di là delle possibili soluzioni e proposte – che si riveleranno sempre soggettive, per quanto magari filologicamente plausibili, mancando il “si stampi” finale dell'autore – le vicende del cosiddetto Partigiano Johnny ci interrogano sul destino dei libri e sul ruolo della volontà finale dell'autore: va sempre seguita? Fino a che punto si può intervenire dall'esterno in nome di un presunto valore artistico? Valgono più le ragioni della filologia o dell'arte? Non dimentichiamo che se si fosse ascoltata la volontà dell'autore, non avremmo né l'Eneide di Virgilio né la maggior parte delle opere di Kafka, entrambe destinate al rogo.

 

Nominare l'innominabile

 

L'altro elemento di grande interesse è la lingua utilizzata, un italiano molto vario chiazzato di forme inglesi. Vista la natura dell'opera, un autentico work in progress, la domanda si pone d'obbligo: si tratta di una soluzione pressoché definitiva o soltanto di una fase? E ancora, a tale proposito: fino a che punto le ragioni della leggibilità avrebbero condizionato Fenoglio in un'eventuale pubblicazione futura? Un conto è una scrittura personale, in cui spingere all'estremo il pedale inventivo; un conto è una scrittura destinata a un pubblico, in cui spesso il compromesso risulta, volente o nolente, un elemento del gioco editoriale. Anche in questo caso, domande a cui è impossibile dare una risposta univoca.

Resta, nella sua plastica evidenza, una lingua unica nel panorama italiano, oggetto dell’attenzione di grandi studiosi come Maria Corti (Trittico per Fenoglio; Storia di un “continuum”narrativo), Gian Luigi Beccaria (La guerra e gli asfodeli), Dante Isella (La lingua del “Partigiano Johnny”). Il ventaglio dei fenomeni è molto ampio. Partiamo dal primo livello di contatto, i calchi. Ci sono calchi lessicali: basale (fondamentale, ingl. basal), idiotico (stupido, idiotic); polluzione (sporcizia, pollution); lavoro d’artificio (fuoco d’artificio, firework); trimmersi (tagliarsi, to trim), impattare (colpire, to impact, accolto nell'italiano odierno). Calchi sintattici: il pervasivo participio presente con funzione verbale, strada ingrigente, camions allontanantisi, spesso anteposto al nome secondo l’uso inglese, osservante Johnny, arrivante carro. Non mancano i participi passati con valore aggettivale: quarantenato, velocitati, acciaiata. Ci sono composti nominali sul modello inglese: occhi-sgranato (sul modello di eye-catching), lungo-conduttrice (sull’esempio di long-legged); tuttosopportante (sullo stampo di all-seeing). Neoformazioni con il prefisso negativo: nonridente, non sazietà; con svariati sufffissi, aggettivali, -ale (ingl. -al): medicale, pianurale; -oso (ingl. -ous): brividosa, sognosa; nominali, -ità (ingl. -ity): casalinghità, freddità; -ezza (ingl. -ness): disperatezza, sradicatezza; verbali, -izzare (ingl. -ize): acrobatizzare, ottimizzare (presente nell'italiano di oggi); -ificare (ingl. -fy): gigantificare, gelidificare. Molto frequente è anche l’uso degli avverbi in -mente, sull’esempio degli analoghi inglesi in -ly: suicidalmente, niagaricamente, immacolatamente. Stesso discorso per i verbi ricavati direttamente da un nome, secondo la pratica inglese di identità nome-verbo: spallarsi (ingl. to shoulder), panicare (ingl. to panic), urgenzare (ingl. to urge). Meno frequenti invece sono le formazioni mistilingui: gore-sangue, unvedenti, vento-ravaged. Infine, gli inserti direttamente in inglese vanno da singole parole (Lei goggled; così sideways che; il cervello sickening) a brevi frasi di senso compiuto (So mornings were diseased and nightmared). L’inglese di Fenoglio è “una lingua non grammaticalizzata, duttile, scomponibile e ricomponibile, nei suoi elementi costitutivi, con estrema mobilità” (Isella), come dimostrano i coni del tutto personali come germanlike, deutschless, big-craped (dal dialettale crapa, testa). Ma in questo impasto così incandescente c'è anche posto per il francese: tourniquets, routinier, badiner – non si sottolinea mai abbastanza come uno dei romanzi di riferimento di Johnny-Fenoglio siano I miserabili di Victor Hugo, e in questa direzione di scavo di nuove fonti è andato il libro di Gabriele Pedullà La strada più lunga. Sulle tracce di Beppe Fenoglio.

A fronte di tutto ciò, molte sono le suggestioni in gioco. Viene in mente la dichiarazione di Marcel Proust in Contro Sainte-Beuve: “i bei libri sono scritti come in una lingua straniera”. Una simile lingua, che tecnicamente potremmo definire un “idioletto”, non è forse anche un tentativo di superare l'impasse che in fondo ossessiona ogni scrittore e che un romanziere in bilico tra più lingue come Joseph Conrad ha così mirabilmente sintetizzato: “Il peggior nemico della realtà sono le parole”? Dunque, con questa lingua prensile e multiforme Fenoglio tenterebbe la sfida estrema: nominare l'innominabile, l'esperienza impossibile, indicibile, invivibile, disumana – quindi fuori dall'orbita di qualsiasi umana parola – della guerra. “Non ho parole” dice l'uomo dinanzi alla barbarie. Fenoglio ne offre altre e nuove.

 

 

 

 

Immagine: Beppe Fenoglio a Ginevra 1960 (Foto Aldo Agnelli, archivio Centro Studi Beppe Fenoglio o.n.l.us. – Alba)


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