19 luglio 2008

Toti, parola di poetronico

«Sapete, "il tuttotismo" è una totilogia, una teoTOTIlogìa, o una TOTIantropìa». Scherzosamente autocentrato, il «poetronico» (poeta + elettronico) Gianni Toti parlava di sé, ricamando intorno alla propria cosmogonia poetica, in occasione dell'VIII VideoArt Festival di Locarno del 1997, che gli dedicò una bella retrospettiva. Dieci anni dopo (l'8 gennaio del 2007), l'ottantaduenne Toti, considerato uno dei videoartisti più importanti al mondo, da quando, negli anni Ottanta, con fervore si era gettato a lavorare sulla fusione delle arti e dei linguaggi (cinema, poesia, musica, elettronica e poi informatica), muore a Roma, dove era nato. E dove era vissuto solo in parte, spinto come fu a viaggiare e permanere per lunghi lassi di tempo all'estero (Francia, America Centrale e Latina) dall'energia intellettuale e creativa, dalla passione politica (è stato comunista, si può dire, da sempre), dalla inesausta voglia di vivere. «Qui, a piè fermo, l'attesa lo aspetta. Quando avremo fatto fuori (-pagina) il padrone assoluto, ciò sia il catale morte, moriremo da vivi, e la poesia della morte non sarà più la morte della poesia, ciossarebbe l'ultima figura»: alla fine, il «padrone assoluto», il capitale-morte, cioè la mercificazione della vita omologata e mortificata dalla Legge del Capitale, la vita ridotta a luogo comune, a stanca e ripetitiva e cieca e sorda narrabilità, questa Morte combattuta con l'intelligenza, la filologia e l'ironia aspra, protagonista del romanzo Il padrone assoluto (Feltrinelli. 1977), non ha avuto la meglio su Toti, che morì, certo, ma in vita mai fu ucciso, né ferito, dal conformismo, dalla mondanità, dalla superficialità.

 

Non «confortevilmente»

 

Mentre tanti coevi poeti "novissimi" della neo-avanguardia italiana, mentre i tanti manierati nipotini nostrani del noveau roman hanno goduto di meritare analisi e pagine e pagine di problematizzazioni critiche e di cospicue note nelle storie letterarie, Gianni Toti, almeno per quanto riguarda i suoi contributi nell'ambito della scrittura (romanzi e poesie su carta), ha goduto di un immeritato silenzio. Sui quotidiani, soltanto l'amico scrittore Mario Lunetta («l'Unità», 9 gennaio 2007), a lui affine per formazione, cultura e idea dello strumento letterario, ha dato immediato rilievo alla figura, così complessa e ricca, di Gianni Toti. Denso di parole - sempre restando alle sue composizioni scritte -, Toti spiazza perché non si piazza dentro le categorie ricevute. Per esempio, dei neoavanguardisti ha la furibonda disposizione allo smontaggio e al rimontaggio della lingua; ma certo il suo gioco risponde a un'etica di ricostruzione di un nuovo senso che nella neoavanguardia dei Sanguineti e dei Giuliani è più mobile e scetticamente meno creduta. Toti se ne va nel mondo per conto suo e tra il lungometraggio ... e di Shàul e dei sicari sulla via di Damasco (1973), la "videopoetica" Trilogia majakovskiana, le "video-PoemOpere" SqueeZangeZaùm, Tupac Amauta e Gramsciategui, investe molto e di persona su una laica fede nella capacità del discorso poetico (per parole o frame di immagini, non fa differenza) di coinvolgere la mente e l'emozione in una operazione di forte impegno gnoseologico: se vuoi liberare le tue energie vitali - sembra dire Toti al suo lettore, al suo pubblico - devi collaborare all'operazione di destrutturazione e ristrutturazione del linguaggio che ti ho approntato; vedrai che il sapore delle emozioni scaturirà dalla tua libera scelta di decifrare e reinterpretare il mondo e il testo a partire dagli anelli della catena razionale e perturbante, ferrea e insieme mobile, di suoni e di significati da me autore, macchina invisibile, allestiti non «confortevilmente».

 

Bene, tutto in disordine

 

Scrive Lunetta che Toti «nella nostra letteratura di secondo Novecento ha costituito un'anomalia reale, perché la sua polimorfia incessante ha sempre lavorato non sull'ambiguità ma sulla contraddizione». Scrittore di slittamenti metonimici più che di traslazioni metaforiche, Toti scarta continuamente di lato: «da Toti molti hanno imparato ad accorgersi del significato profondo nascosto nelle parole e nelle loro etimologie artistiche, ma nessuno può cimentarsi come lui nell'interpretazione sottile di quei significati o nella creazione di nuove parole», cioè nella «produzione di senso a mezzo di senso» (Marco Maria Gazzano). Come scriveva Edgar Morin, la cultura di massa non è tanto una cultura dei media quanto piuttosto la cultura della media; giocando con le parole, si può dire che l'opera di Toti è rigorosamente fuori dei canoni della cultura della media e dunque della cultura mediatica odierna: anche se è artefice di creazioni mediate e costruite dall'uso artistico di vari media. Disordinare la media (del pensiero, cioè dei linguaggi che pensano il mondo) attraverso i media, questo Toti ha fatto.

 

Dentro i dintorni

 

Prendiamo il passo iniziale del suo più riuscito romanzo, il già citato Il padrone assoluto:

Cominciò leggendosi. Il titolo cominciò. Leggendosi (o dilatanza!) fuori-parola-testo-pagina-campo-schermo-quadro-occhio, fuori-eccetera, eccetera. Il libro cominciò in copertina. Cancelliamo: cominciò fuori-copertina, sul banco della libreria o dove, la pagina-vetrina, il fuori-vetrina (il flesso e il ri-). Attorno all'occhio tutte le code vibravano oltre segni e insignificanze, dentro la teca della bibliopea e della biblioepoca, per non dire, e perché non? dell'epocateca liviosa che (oblivia livide levità e) cancella conservandosi il viso con i puntini puntini...

Dov'è l'autore? da nessuna parte - potremmo dire - e dappertutto. Nascosto dietro il suo sguardo analitico, l'autore è una macchina celibe che, presentissima, scompone e ricompone il linguaggio e pretende di modificare la percezione della realtà del linguaggio (e delle cose, cioè dei significati) posseduta dal lettore. È una école du regard che si dedica alla realtà minuta, fratta e rifratta non delle cose ma delle parole. Parole che ci dicono qualcosa intorno al genettiano paratesto («Il libro cominciò in copertina») ma, contemporaneamente, ci danno il brivido dell'annullamento del testo, sottratto al lettore dal libro stesso, a partire dal titolo che «cominciò leggendosi». In quanti siamo a leggere? E da dove si comincia a leggere? La pedagogia straniante messa in atto da Toti richiama il lettore alla sua responsabilità, all'attivazione da parte sua di un'attenzione a tutti i possibili aspetti dell'azione del leggere. Leggere, ci dice Toti, non è una cosa così scontata. L'autore ci imbarca subito sul toboga: il testo che ragiona sulla sua periferia (sui suoi dintorni) è una scossa (un deragliamento vigile e controllato) dei sensi, del senso. L'ondulazione e la ripercussione del moto, l'andirivieni metonimico si avvalgono dell'armamentario retorico; predomina l'epanalessi, che ripete all'inizio e alla fine di non canoniche partizioni frasali parole-boa: cominciò, leggendosi, fuori (sorta di prefisso che ambisce a una sostantivazione: il «fuori»-testo è appunto il margine che Toti allarga e popola di presenze; si scia perigliosamente fuori-pista, ma la pista è e deve essere sempre in vista). La vocazione di Toti al neologismo si traduce spesso in pregnanti tamponamenti (le parole-macedonia, risultato dello scontro-incontro tra due o più parole, sul modello di cantautore, canta[nte][a]utore, sono strumento privilegiato del neo-futuristico sincretismo logico di Toti), come nel caso di dilatanza (dilatazione + lontananza) o di linguisterica (linguistica + isterica), che sta nel titolo del primo capitolo. Spesso, nella parola-macedonia (più oltre, falsimiglianza, falsa + somiglianza) si concreta lo spirito della contraddizione di senso che all'autore piace suscitare nella testa di chi legge: l'ossimoro è un altro strumento prediletto. Soltanto tre esempi nelle prime pagine del romanzo: due "tradizionali" coppie del tipo cancella conservandosi e compiuta incompiutezza, ma anche una molto meno tradizionale dittologia antonimica ribaltata attraverso doppia prefissazione negativa in disincominciare e sfinire. Sempre ossimorica è la dittologia segni e insignificanze. E sempre con l'obiettivo di rivoltare i visceri ai luoghi comuni, Toti spezza l'unità polirematica coda dell'occhio e torna ad attivarne le energie compresse, narrativizzandola: «Attorno all'occhio tutte le code vibravano»; e gioca con il prefissoide biblio- in inusitate neoformazioni (bibliopea, quasi 'arte della composizione del libro', ricalcato su melopea, e contemporaneamente biblio[epo]pea, coordinato semanticamente con biblioepoca), così come gioca con teca, usandolo nel giro stretto di una frase prima come sostantivo, poi come secondo elemento di composizione (epocateca, in cui epoca, rispetto a biblioepoca, si sposta di funzione, passando da determinante a determinato). La parentesi finale racchiude una giocosa catena allitterativa, oblivia livide levità, innalzata di tono dal latinismo (oblivia).

 

 

 

Immagine: Gianni Toti.

Crediti: fotogramma da PlaneToti-Notes (Sandra Lischi, 1997).


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