21 marzo 2019

Dimmi come ti intitoli e ti dirò chi sei. Tradurre i titoli delle opere letterarie

Nel saggio Il punto di vista russo Virginia Woolf paragona gli autori tradotti a persone improvvisamente spogliate non solo dei vestiti ma dei loro caratteri più profondi. L’immagine è indubbiamente forte e provocatoria – e forse anche un po’ ingiusta nei confronti del fondamentale lavoro di traduzione – ma di certo invita a riflettere e a porsi una domanda, su tutte: traducendo, cosa rimane dell’originale? E quanto di quello che rimane è davvero in linea con l’intento dell’opera e del suo autore?

In un libro uno dei primi elementi a venirci incontro – se non il primo – è il titolo. Non a caso Gérard Genette parla di seuils, soglie, punti liminari che danno accesso a dimore virtuali, mondi, universi di alterità. Come cambiano i titoli nelle traduzioni? Perché – se vogliamo continuare con l’immagine di Virginia Woolf – il primo vestito destinato a cadere, o se non altro a mutare, è proprio il titolo.

 

Qualche classico insospettabile

 

Siamo sicuri che La metamorfosi di Kafka sia propriamente una metamorfosi, termine alto di origine greca che richiama – fra le altre cose – i miti antichi e l’opera omonima di Ovidio? In effetti il titolo originale è Die Verwandlung, Il cambiamento, Il mutamento. In tedesco metamorfosi è Metamorphose, parola che non ricorre mai nel testo kafkiano. Ricorre invece subito, a mo’ di sigillo, a chiudere la prima celebre frase proprio il verbo verwandeln: “[…] zu einem ungeheueren Ungeziefer verwandelt [in un insetto mostruoso cambiato/mutato]”. Non a caso in spagnolo il capolavoro di Kafka è noto come La transformación. Ancora: siamo certi che Il cappotto, famoso racconto di Gogol’, sia davvero un cappotto? Tanto per cominciare in russo Šinel’ è femminile (dal francese chenille, che indica il tessuto, la ciniglia), e così si spiega il rapporto amoroso che il proprietario instaura con l’oggetto del desiderio, dotato evidentemente di una natura muliebre. L’assonante kapot in russo significa vestaglia. In italiano è stato solitamente tradotto al maschile: oltre a cappotto, Il pastrano, Il mantello. Forse la soluzione più consona è La mantella – accolta, ad esempio, nella traduzione dei Meridiani Mondadori; come alternativa ci piace pensare alla proposta di Vladimir Nabokov: La redingote.

Un altro classico come Delitto e castigo non rende giustizia all’allusione che il titolo originale richiama all’opera di Cesare Beccaria Dei delitti e delle pene. Infatti, Prestuplenie i nakazanie significa proprio Il delitto e la pena. Delitto e castigo nasce indirettamente su influsso della versione francese Le crime et le châtiment (Il crimine e il castigo) – le prime traduzioni dei russi in Italia a volte venivano fatte di seconda mano dal francese.

Nemmeno il titolo all’apparenza più trasparente può andare esente da ambiguità, dubbi, aloni semantici e quant’altro. Una coppia universalmente comprensibile (all’apparenza) come Guerra e pace (Voinà i mir) ne è un esempio: ebbene, se voinà indica la guerra, mir però non significa soltanto pace, ma anche mondo, universo, comunità. Il titolo originale è dunque molto più articolato.

Der Zauberberg di Thomas Mann è La montagna magica (esattamente come Die Zauberflöte è Il flauto magico), no di certo La montagna incantata come per decenni è stato (ed è tuttora) noto in Italia – fra l’altro contro il volere del suo stesso traduttore storico, Ervino Pocar (e qua si pone la domanda d’obbligo: chi decide allora il titolo? Il traduttore, il revisore, gli editor della redazione, o addirittura i responsabili del marketing? Si tratta di un problema di metodo alquanto importante, spesso di arduo scioglimento in mancanza di documentazione). In Tender is the night di Francis Scott Fitzgerald l’allusione è alla dolcezza della notte, eppure è stato tradotto alla lettera Tenera è la notte – nella cultura italiana la “tenerezza” mal si attaglia alle ore notturne, meglio sarebbe stato allora Dolce è la notte, di leopardiana memoria. Il secco Dubliners di Joyce – Dublinesi – diventa un esplicativo e quasi cronachistico Gente di Dublino – anche qua c’è lo zampino del francese, Gens de Dublin. The turn of the screw (Il giro di vite) di Henry James non potrebbe alludere a un tecnicismo, come provocatoriamente suggerito da un traduttore esperto come Massimo Bocchiola: La ghiera di fissaggio? (Certo, forse così sarebbe appetibile soprattutto a idraulici e ferramenta.). A volte si ha persino l'impressione di essere di fronte a due opere differenti: Boule de suif di Guy de Maupassant è un suadente Pallina (traduzione di Mario Picchi) o un eloquente La cicciona (traduzione di Stefano Lanuzza)? Il problema si pone anche con l’ultimo premio Nobel, Kazuo Ishiguro: il suo romanzo più famoso, da cui è stato tratto anche un acclamato film, si intitola The remains of the day, cioè I resti del giorno (remains ha varie accezioni: avanzi di cibo; ruderi, vestigia di edifici). Mentre la traduzione francese, ad esempio, è più aderente, Les vestiges du jour, quella italiana ha optato per un settenario dai toni quasi arcadici Quel che resta del giorno (e perché allora non Quel che rimane del giorno?). Titolo autoriale (del traduttore, s’intende) o redazionale?

 

Una variegata costellazione di fenomeni

 

A volte i titoli restano invariati, per una sorta di aura esotica: Bonjour tristesse di Françoise Sagan ne è esempio. Oppure è un fattore esterno a modificarne la forma, e l’uscita del relativo film può essere un buon motivo: A clockwork orange del funambolico Anthony Burgess, originariamente tradotto da Floriana Bossi come Un’arancia a orologeria (resa pressoché letterale), diventa in seguito Arancia meccanica su influsso del doppiaggio filmico (mentre è impossibile richiamare il multilinguismo sotteso a orange che allude anche al malese orang, uomo). Sempre a proposito di eroi dell’immaginario: se i titoli dei romanzi di Ian Fleming su James Bond restano invariati (Casino Royale > Casino Royale; Live and let die > Vivi e lascia morire; Diamonds are forever > I diamanti sono per sempre; perfino Goldfinger e Moonraker rimangono inalterati), con un altro classico del genere, Graham Greene, ciò non avviene: il percussivo e quasi fonosimbolico Our man in Havana diventa un più esplicito e giornalistico Il nostro agente all’Avana. E lo sapevate che il mastino dei Baskerville di Arthur Conan Doyle è in realtà un più mite “segugio” (The hound of the Baskervilles)? E che il primo celeberrimo caso di Sherlock Holmes, Uno studio in rosso, in realtà tende più allo scarlatto (A study in scarlet)? Questione di sfumature.

Un altro caso emblematico è rappresentato dai nomi parlanti: se Miss Lonelyhearts di Nathanael West diventa – caso quasi unico per l'evidenza del conio – Signorina Cuorinfranti, di solito gli altri restano – per ovvie ragioni – muti, invariati: Frankenstein (dal tedesco “pietra sincera”, allusione alla pietra filosofale?); Eugénie Grandet (la cui grandeur si annuncia fin dal cognome), Il dottor Živago (la cui sillaba iniziale ži è la radice di vita in russo). Forse il caso più famoso è quello della commedia di Oscar Wilde, The importance of being Earnest, dove Earnest indica sia un nome proprio (Ernest, dunque Ernesto) sia una caratteristica morale (earnest, appunto onesto). I traduttori si sono sbizzarriti: Fedele, Onesto, Probo, Franco, Costante. (Il che li ha sviati spesso dal meno evidente ma forse più problematico aspetto del titolo, non a caso posto al centro di esso: being è essere o chiamarsi? Sostanza o apparenza? Natura o convenzione?). Su una cosa invece sono tutti d'accordo: i nomi di persona non vanno più italianizzati, con letale effetto addomesticante, e così il mondano Don't tell Alfred di Nancy Mitford non è più Non dirlo ad Alfredo (traduzione Bompiani del 1961), ma Non dirlo ad Alfred (Adelphi 2015).

Generi come giallo, fantasy e fantascienza permettono (complice il mercato?) di spingere maggiormente il pedale sull’invenzione: forse il caso più famoso è The man in the high castle di Philip K. Dick (titolo indubbiamente più ambiguo e connotativo) diventato La svastica sul sole (soluzione indubbiamente più denotativa, il riferimento è alla bandiera nipponica); ma si pensi anche a The forest house di Marion Zimmer Bradley che diventa Le querce di Albion, oppure a un anodino Christmas party di Rex Stout passato a un più terrifico Natale di morte. Sui titoli reinventati in questo ambito Michele Mari ha dedicato un illuminante passaggio del suo racconto Le copertine di Urania (contenuto in Tu, sanguinosa infanzia):

 

Traduzione dei titoli: sempre lodevole per incremento di aura (alcuni esempî: The Kraken wakesIl risveglio dell'abisso; Re-birthI trasfigurati; The status civilisation Gli orrori di Omega; The odious onesI figli della follia; Métro pour l'inconnuLa statua immortale; Collision courseIl sogno del Tecnarca; The shrinking manTre millimetri al giorno).

 

È anche possibile imbattersi in qualche caso di “decremento”: il celebre saggio di sociologia di Robert D. Putnam Bowling Alone. The collapse and revival of american community diventa un neutro Capitale sociale e individualismo. Crisi e rinascita della cultura civica in America – perdendo così l'immagine chiave del rito collettivo del bowling americano.

Altri casi, più limitati, riguardano l'introduzione di neologismi: Flatlandia di Abbott (da un originale Flatland); Topografia aneddotata del caso di Daniel Spoerri (Topographie anécdotée du hasard); Funes il memorioso di Borges (calco dello spagnolo el memorioso, di solito però sciolto in Funes, o della memoria). Alcune variazioni possono essere minime, quasi a celare significati esoterici: un classico del racconto americano come Unspeakable practices, unnatural acts di Donald Barthelme è reso a parti invertite, Atti innaturali, pratiche innominabili.

(Forse vi sarete accorti che finora non abbiamo menzionato il caso di studio per eccellenza, quel The catcher in the rye di J.D. Salinger, punta dell’iceberg del fenomeno, reso in italiano Il giovane Holden sia da Adriana Motti (1961) sia da Matteo Colombo (2014). Non vi indugiamo più di tanto perché in rete si trova parecchio materiale sul titolo. Invece molto interessante per la questione accennata del rapporto tra traduttore e revisore, e su chi fa cosa: https://www.einaudi.it/approfondimenti/il-giovane-holden-carteggio-anna-nadotti-e-matteo-colombo/. Ma altre sfide attendono i traduttori italiani: è possibile tradurre in modo efficace Malice in Wonderland del grande Nicholas Blake/Cecil Day Lewis? Per com’è, temiamo di no. Ma lasciamo al lettore il gusto di trovare una possibile soluzione che rispetti il diabolico gioco di parole dell'originale).

 

E all’estero?

 

Legittima, infine, la curiosità di domandarsi cosa succede all’estero ai titoli dei nostri classici. Se per Dante non ci sono grossi problemi (La divina commedia è, di volta in volta, Divine comedy, Divine comédie, Göttliche Komödie, Divina comedia ecc.), qualche altro classico pone maggiori criticità: nel caso di Manzoni, i “promessi sposi” diventano spesso dei fidanzati, con forme più o meno arcaicizzanti (Les Fiancés, Los novios, The Betrothed); in tedesco oscillano tra fidanzati (Die Verlobten) e sposi (Die Brautleute). Nel mondo anglosassone Le confessioni d'un italiano di Ippolito Nievo (già di suo titolo postumo) diventa The castle of Fratta, soluzione sbilanciata sull'episodio più noto – ma anche più riduttivo. Nel Novecento le tipologie di titolo si ampliano, non essendo più semplicemente descrittive o eponime, ma facendosi sempre più allusive, con relative perdite e compensazioni nel passaggio da lingua a lingua: tradotti dal benemerito William Weaver, Il male oscuro di Berto diventa un latineggiante Incubus; il romanesco di Quer pasticciaccio brutto de via Merulana si appiana in That awful mess on via Merulana; L'avventura di un povero cristiano di Ignazio Silone acquista una nuova coloritura in The story of a humble christian; così come La coscienza di Zeno, Zeno's conscience (con il protagonista in posizione preminente e l'ambiguità di conscience che significa sia coscienza sia conoscenza). Nelle mani di un altro importante traduttore anglofono, Eric Mosbacher, La vita agra di Luciano Bianciardi si trasforma in una sentenza: It's a hard life. Una soluzione del genere è più un travestimento, un travisamento, una mutazione parziale, o una metamorfosi totale?

Infine, chiudiamo con un caso recentissimo: riconoscete At the wolf’s table? Si tratta delle Assaggiatrici di Rosella Postorino. Anche qua: travestimento, travisamento, mutazione o metamorfosi?

 

 

 

Immagine: Il ritorno del figliol prodigo

 

Crediti immagine: Guercino [Public domain]


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