29 aprile 2019

La camorra senza epica: Sandokan di Nanni Balestrini

A partire dal suo secondo romanzo (Vogliamo tutto,  uscito quasi cinquant’anni fa) Nanni Balestrini ha intrapreso un personale percorso di esplorazione di ambienti e linguaggi devianti, che lo ha portato in luoghi poco frequentati dalla letteratura. In queste peregrinazioni ha fatto tappa dalle parti della nuova criminalità organizzata prima che diventasse centrale nell’immaginario mediatico italiano, nel 2004, con una breve Storia di camorra (come recita il sottotitolo) intitolata Sandokan, dal nome di battaglia di Francesco Schiavone, boss dei casalesi arrestato nel 1998.

 

Discorsi caotici

 

Nel romanzo vengono recuperate le due tecniche più tipiche del Balestrini narratore: il montaggio di spezzoni testuali preesistenti e la riproduzione di un’oralità tendenzialmente incontrollata. Per quanto riguarda il primo aspetto, va detto che il “taglia e incolla” in questa occasione è praticato dall’autore solo nelle cinque pagine del capitolo iniziale. In esso, la scena dell’arresto di Schiavone viene rappresentata cucendo tra di loro frasi riprese dai quotidiani dell’epoca; queste ultime sono state scelte non casualmente tra quelle che meglio si prestano a rendere l’idea del sensazionalismo e della stereotipia di certo linguaggio giornalistico, come si vede bene in queste righe: «l’uomo che ha sfidato lo Stato diventando due volte padre durante cinque anni di latitanza l’uomo che parlava a tu per tu con politici e imprenditori dettando le regole e imponendo tangenti per la costruzione di autostrade ponti faraoniche opere pubbliche l’uomo che ha ucciso il suo vecchio padrino senza esitare un attimo l’uomo che si faceva chiamare Sandokan per la sua ferocia proprio come la Tigre di Mompracem e come la Tigre di Mompracem aveva lunghi capelli e barba nerissimi lo stesso uomo anche se con trenta chili in più e senza la barba di salgariana memoria ha avuto paura quando dopo tredici ore di ricerca lo hanno scovato nel suo covo dorato» (p. 6).

Dal passo appena citato si può cogliere subito una caratteristica formale di tutti i romanzi di Balestrini: l’assenza di punteggiatura che regoli il procedere costantemente sregolato del discorso. Le pagine si presentano visivamente uniformi, organizzate in blocchi tutti grosso modo della stessa misura (negli studi sulla prosa d’avanguardia è corrente per definire questa tipologia testuale il termine lasse, mutuato dalla metrica romanza). A parte le righe bianche che separano i blocchi e l’uso della maiuscola ad inizio di ogni capitolo non c’è alcun segnale grafico che suggerisca una qualche forma di organizzazione (e tanto meno di gerarchizzazione) del flusso di frasi che via via si accumulano.

In Sandokan questa peculiarità si carica forse di un significato allegorico: il disordine del discorso, per cui le varie porzioni testuali si affastellano senza un progetto preciso, sembra ipostatizzare le zone descritte, dove molte delle case che sorgono in paesi e campagne non rispondono ad alcun piano regolatore, ma sono state edificate secondo logiche apparentemente casuali.

Il procedere del discorso essenzialmente asintattico è perfettamente adeguato alla resa del parlato su cui sono basati tutti gli altri capitoli del libro. I lettori vengono invitati ad ascoltare il racconto del dilagare delle organizzazioni criminali nel casertano dalla viva voce di un personaggio nato e cresciuto nello stesso ambiente dei camorristi, che però ha scelto di rifiutare quello logiche da lui riconosciute come deteriori, trovando nell’abbandono della sua terra d’origine l’unica via d’uscita possibile dal degrado. Il narratore ha le idee molto chiare sui fenomeni che intende descrivere e sulle vicende che sente il bisogno di raccontare; ma il suo monologo, pur efficacissimo, sconta l’incapacità di pianificazione linguistica, anche a causa della mancanza di serenità e distacco che emerge costantemente. Una certa caoticità domina l’intero romanzo, contribuendo a dare la sensazione di scarsa razionalità di molte delle azioni criminali di cui si parla.

 

Il diavolo è sempre nei dettagli

 

Al protagonista non vengono attribuite caratteristiche idealizzate: la figura che emerge dalla sua  oratio soluta è quella di un uomo giusto ma tutt’altro che eroico, non privo di incertezze morali, e in definitiva per nulla convinto che sia immaginabile un riscatto per zone in cui «non c’è nulla ma proprio nulla non c’è un cazzo non c’è un cinema un teatro una biblioteca un parco pubblico una scuola possibile» (p. 21). Così, la scelta di entrare a far parte della camorra è di fatto se non giustificata almeno considerata comprensibile, e chi invece rifiuta questa logica non è descritto come animato da spinte ideali: «tu tutto quello che puoi ottenere dalla vita qui lo puoi ottenere solo attraverso l’organizzazione il clan che qui comanda oppure se non vuoi avere problemi e ti accontenti di poco te lo devi sudare da te perchè poi molto spesso la scelta di non entrarci non è questione di essere pro o contro ma in effetti quasi sempre se tu non ci entri è perchè hai paura che poi potrai avere dei problemi».

Proprio la mancanza di un risoluto giudizio negativo sulla criminalità organizzata, che potrebbe scandalizzare qualche lettore ingenuo, è funzionale alla rappresentazione verosimile del personaggio, la quale a sua volta determina la piena riuscita del romanzo: la letteratura migliore lavora spesso sulle zone d’ombra, sui margini d’ambiguità. Meno rassicurante di un’esplicita condanna morale, la posizione del narratore – che descrive con grande efficacia tutto il marcio di determinati ambienti senza porsi su di un piano di superiorità – consente di attivare al meglio le potenzialità conoscitive della narrativa.

Più che soffermarsi sugli aspetti spettacolari della violenza, sui quali in anni più recenti sono state costruite fortunate produzioni seriali televisive, il romanzo mostra dettagli apparentemente secondari, ma in grado di illuminare in modo potente un mondo in cui bellezza e cultura non hanno posto, come ad esempio in questo brano, perfetto nella sua rozza icasticità: «questo è anche per dare una visione di quella che è l’arretratezza del paese o anche tipo come quando scoppia la febbre delle telenovela e nel periodo di settembre c’è una festa sacra una festa patronale sai di quelle che passa la Madonna in processione in giro per il paese e all’epoca c’è una telenovela che va per la maggiore e che si chiama Anche i ricchi piangono o una cosa del genere e comunque tutti nel paese seguono questa telenovela uomini donne bambini anche il prete e per due ore quando la trasmettono nessuno esce di casa il paese è deserto e quel giorno di settembre della festa patronale la Madonna come ogni anno doveva uscire dalla chiesa alle sette di sera per fare la processione il giro del paese con i fedeli dietro che cantano però in coincidenza proprio a quell’ora c’è questa telenovela e allora il prete decide di spostare l’ora della processione perchè la Madonna può aspettare e per la prima volta forse da secoli la Madonna esce dalla chiesa alle dieci di sera invece che alle sette» (p. 10).

 

Il linguaggio popolare come strumento di conoscenza

 

Come si vede facilmente dai passi finora citati, il narratore, che pure riconosce nell’acquisizione della cultura un valore fondamentale per sottrarsi alle logiche primordiali della criminalità organizzata, ha un modo di esprimersi non lontano da quello dei semicolti. Sul proprio percorso di alfabetizzazione informa egli stesso, in una pagina che offre allo stesso tempo una descrizione lucidissima di certe dinamiche sociali e una rappresentazione tragica del dissidio troppo spesso insanabile tra aspirazioni e realtà: «finiscono le scuole medie cominciano le scuole superiori e io faccio l’istituto tecnico per geometri faccio il geometra perchè sempre quella professoressa di italiano Minimo quando finisce la terza media l’ultimo giorno di scuola ci dà le indicazioni per quale indirizzo scegliere l’anno dopo e lo fa in questo modo quelli di Aversa che c’hanno padri avvocati ingegneri eccetera gli consiglia di fare il classico o lo scientifico invece quelli dei paesi o anche quelli di Aversa che sono di famiglie povere che però vogliono a tutti i costi continuare gli studi lei a malincuore consiglia di fare gli istituti tecnici e infatti a me mi dice che sono molto migliorato in italiano perchè ho cominciato col tre in ottobre e ho finito col sei e mezzo a giugno ma mi consiglia di fare il geometra mi dice tu farai benissimo il geometra cioè non è che mi dice potresti scegliere tra fare questo o quello mi dice tu devi fare la scuola per i geometri perchè questa è fatto per gente come te» (pp. 62-63).

È fondamentale notare che la creazione di una voce di questo tipo ha una duplice funzione. In primo luogo, come in tutti i casi in cui si riesce a dare spazio in modo credibile al modo di parlare e di pensare di chi appartiene alle classi subalterne – per riprendere un’etichetta gramsciana oggi passata di moda, ma non per questo meno calzante –, in Sandokan si dà un contributo importante alla comprensione del mondo in cui viviamo (mentre le rappresentazioni stereotipate della marginalità sociale sortiscono l’effetto opposto, contribuendo ad ottundere il senso critico dei lettori).

In secondo luogo, il tono dimesso e la povertà dei mezzi espressivi del narratore sortiscono il risultato di deepicizzare la camorra, anche grazie al contrasto che si crea con le pagine iniziali del romanzo, in cui negli spezzoni giornalistici rimbombano frasi ad effetto ed espressioni altisonanti. Ciò appare salutare in sé, e tanto più apprezzabile se giudicato col senno di poi, dopo anni di libri e serie televisive che hanno seguito la strada opposta, puntando tutto su un’estetizzazione della delinquenza che non ha nulla a che fare col realismo dichiarato come obiettivo dagli artefici di quelle produzioni. Il romanzo di Balestrini costituisce insomma una perfetta riprova di uno dei più certi assiomi nel campo della narrativa: è lo stile che determina l’efficacia di un’opera.

 

Immagine: I camorristi

 

Crediti immagine: Pasquale Mattej [Public domain]

 

 


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