28 giugno 2019

Torna Oga Magoga, la lingua-mondo della moderna epica popolare calabrese

È tornato in libreria un anno fa, Oga magoga, di Giuseppe Occhiato (Mileto, 1934 - Firenze, 2010), libro di una vita, ripubblicato in un volume unico da Gangemi editore (a cura di Emilio Giordano).  Oga Magoga è il secondo, ambizioso, romanzo dello scrittore calabrese, pubblicato per la prima volta nel 2000 (da Editoriale Progetto 2000, in tre volumi), romanzo che ha ottenuto il premio letterario nazionale Corrado Alvaro, nel 2003. Ha una storia lunga (iniziata negli anni Cinquanta con una prima redazione in versi, continuata poi con una redazione interamente in dialetto e giunta al testo definitivo dopo una lunga revisione) e necessita di una lettura lenta: per la mole impressionante (1200 pp.), per la lingua espressionista (ricca, inattuale, densa) che è parte fondamentale dell’ossatura di questa narrazione epica-popolare.

 

Legato a D’Arrigo e Camilleri

 

Occhiato è sconosciuto ai più, ma amato dai suoi lettori (pazienti e attenti), legato a D’Arrigo e Camilleri, soprattutto, dalla provenienza geografica (ma non solo), chiarisce però, in un suo scritto, la sua posizione: «Quando, nel 1975, vedeva la luce Horcynus Orca, già da un ventennio circa il mio romanzo era bell’e definito nel suo essenziale congegno narrativo (ne conservo le vecchie stesure), e quando Camilleri attingeva la fama intorno agli anni 1994-95, credo, già un quinquennio prima era uscito il mio libro Carasace. Penso che questo basti. Semmai, più che un seguace, potrei essere considerato un anticipatore». Laureato in Lettere, insegnante, poi preside. Si è interessato di letteratura, di lingua e dialetti e soprattutto di storia dell'architettura normanna nell'Italia meridionale (ha condotto campagne di scavo e pubblicato numerosi scritti sull’argomento).

Occhiato, calabrese, è il dirimpettaio del siciliano D’Arrigo (lo scrittore di Horcynus Orca: con la sua lingua di iperbolica ricchezza, semantica e lessicale; la sua parola sdillabrata): una voce elegante e barocca che veicola il messaggio di un Meridione, forse, a volte scarsamente ascoltato. Quando Oga magoga fece la sua timida comparsa eravamo agli inizi degli Anni zero, quando ancora riecheggiava la Lingua ipermedia, e sarebbe iniziata, di lì a poco, una nuova stagione per la narrativa italiana contemporanea, tra voci interessanti e preziose, certo (fuori dalle etichette e dalle periodizzazioni con scadenza), ma anche stili provvisori e zone grigie di lingue piatte e veloci (senz’anima, spesso). Inattuale, decisamente fuori tempo scegliere di proporre ieri, ma anche oggi, un romanzo di più di mille pagine che trova la sua forza nelle trame di un ricco tessuto verbale.

La lingua del romanzo è, infatti, una lingua ragionata e vissuta che racconta un’esperienza mitologica e regionale, la voce preziosa per quella che diventa, alla fine, un’enciclopedia della Calabria, della terra di Occhiato.

Il sottotitolo del romanzo è Cunto di Rizieri, di Orì e del Minatòtaro e, infatti, Oga magoga è un «racconto di racconti» (come altre prove narrative dello scrittore), è la narrazione epica della vita di Rizieri Mercatante.

 

Nell’estate del 1943

 

Tutto inizia nell’estate del 1943: la storia si svolge in un periodo che corre tra l’invasione della Sicilia e l’Otto settembre. L’azione del racconto ha inizio in Sicilia: il protagonista è sergente di artiglieria in una postazione antisbarco ubicata nei dintorni di Gela. Successivamente, l’azione si sposterà in Calabria.

La Calabria di Occhiato è un mondo rovesciato, filtrato dagli occhi del protagonista. Rizieri è il soldato che torna al suo paese (terrorizzato dal minotauro), è un po’  novello Ulisse (ma anche Teseo), porta il nome di un paladino francese, ma è un uomo come tanti, consapevole del proprio destino guidato dalle stelle che scandiscono la struttura del libro: Stilla Farota; Stilla Diana; Stilla Oriana; Stilla Vavara («Tre stelle fatte per subissare un infelice cristiano, tre stelle per infasciarlo, tre per regalargli il destino, ma una sola, soltanto una per scioglierlo, una sola per affrancarlo, per levarlo dai triboli della geienna, per sottrarlo agli artigli del Malessere dragonale», p. 1194).

 

Il dialetto e l’italiano

 

Occhiato racconta quel destino con una lingua nostalgica (rivolta a un mondo che non c’era e non c’è più) e unica che trova la sua forza accostandosi al dialetto calabrese. Nei suoi Appunti per una lettura di Oga magoga, scriveva:

«usare un termine dialettale in un contesto moderno è come salvarlo. È come fare archeologia della parola […]. Le parole, se non usate, scompaiono. Simili a organismi viventi, muoiono se non sono maneggiate, al più sono destinate a cadere nella tomba di qualche vocabolario».

Archeologo delle parole, ripesca il suo dialetto e lo affianca all’italiano, è il punto di forza della sua scrittura e del suo espressionismo: nel suo bilinguismo le due facce si completano a vicenda («aveva paura, si spagnava»). Rimpiange un mondo, un sistema e un punto di vista (femminile e matriarcale) affidando il racconto alla voce del narratore-bambino (cardellino, nipio, creaturella, piccirillo), emotivamente coinvolto, padrone della sua lingua; accumula le parole sulla sua pagina, ridondante ed esagerato: damamorte, malamorte, grandamazza sono solo alcuni dei modi per dire morte. L’accumulazione, gli elenchi («e che erano a volte gridate d’angoscia, pianti, lamenti, a volte sussurri, parole indistinte, oppure richiami, invocazioni, insomma mille suoni e mille rumori diversi», p. 248) e le terne («inclinazione, genio, temperamento», p. 661; «ti mise da parte, ti sdegnò, ti scansò», p. 660; «straziati, subissati, sguarrati», p. 1136) costituiscono, ripetendosi, solo alcune delle molteplici tessere e sfumature del mosaico di Occhiato, della sua sintassi parlata, del suo canto, del suo affascinante e poderoso romanzo-poema.

 

Cenni bibliografici

Antonio Piromalli, Giuseppe Occhiato narratore epico-popolare, in «Letteratura e società», IV, n. 2, 2002, pp. 35-50.

Caterina Verbaro, L’invisibile confine. La narrazione epica di Oga Magoga tra umano e divino, in «Filologia antica e moderna», XIII, n. 24, 2003, pp. 258-267.

Neil Novello, Prima voce per l’opera di Giuseppe Occhiato, in «Rivista di Studi italiani», Anno XXXIII, n. 2, 2015, pp. 266-273.

 

Immagine: Sibari, resti del teatro

 

Crediti immagine: Mboesch [CC BY-SA 4.0 (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0)]

 


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