25 settembre 2019

Generi, lingua e stile in Luciano Bianciardi. La lingua come dis-integrazione

«Nel caso mio hanno ragione i badilanti, e hanno ragione i minatori, hanno torto i latifondisti, e ha torto la Montecatini. Basta muoversi appena un poco, vedere come questa gente vive (e muore) e la scelta viene da sé. Sui libri si troverà, semmai, la conferma di quel che si è visto e di quello che si è deciso, e si stabilirà, da allora in avanti, di servirsi dei libri per aiutare chi ha ragione ad averla nei fatti, oltre che nei diritti. Non c’è dubbio».

 

Scrive così nella sua Lettera da Milano (Il contemporaneo, 5 febbraio 1955), appena giunto Luciano Bianciardi per lavorare in «Cinema Nuovo», rivista diretta da Guido Aristarco e di proprietà di Feltrinelli. Approdare nella Milano «del dover essere» (Ottieri) per scendere in campo, per svellere alla radice il problema, non da ultimo: per i quarantatré minatori morti nella miniera di Ribolla, il 4 maggio 1954, dunque per abbattere il «Torracchione» – dopo una serie di articoli, con Carlo Cassola pubblicherà l’inchiesta I minatori della Maremma, per Rizzoli (1956). Ma a Milano «gli operai non ci sono», sono in periferia, una sorta di riproposizione della Kansas City grossetana, periferia in quanto potenzialità, luogo ideale di cambiamento. E se pure passassero dal centro gli operai, in protesta come in Alle quattro in piazza del Duomo (racconto del 1963), Bianciardi saprebbe d’essere inadatto a scrivere il «libro sulle lotte dei metal-meccanici», non riuscirebbe a dar loro voce. Neppure gli intellettuali sembrano esserci, coloro che dovrebbero gramscianamente guidare il popolo, perché «qui le acque si mischiano e si confondono. L’intellettuale diventa un pezzo dell’apparato burocratico commerciale, diventa un ragioniere». È la minaccia dell’integrazione, della sconfitta, perché il sistema seduce con una prosperità relativa, da pagare forse ad un prezzo troppo alto, o ti prende per sfinimento («lassù mi hanno ridotto che a fatica mi difendo»). Contro l’integrazione: una lingua intanto come smascheramento, come messa in discussione e come dis-integrazione, sicuramente interessata alla mitopoiesi contemporanea e all’invenzione delle radici del benessere; in secondo luogo, e contestualmente, come satira della società, delle relazioni e poi della sua medesima sterilità, per cui l’oggetto polemico diviene la lingua (e la cultura, fino alla letteratura) in un cortocircuito senza uscita.

 

Scrittore e traduttore a cottimo

 

Luciano Bianciardi (Grosseto 1922 - Milano 1971) pubblica “in volume” diverse opere – “in volume” perché non sembra esaustiva alcuna distinzione per generi – esordendo con l’inchiesta a quattro mani con Cassola. Pubblica poi Il lavoro culturale (1957), L'integrazione (1959), Da Quarto a Torino (1960), La vita agra (1962), La battaglia soda (1964), Daghela avanti un passo! (1969), Aprire il fuoco (1969), Viaggio in Barberia (1969), Garibaldi (1972). Scrive numerosi racconti; collabora con i maggiori giornali e le maggiori riviste dell’epoca (rifiutando il «Corriere della sera»), sia letterari come «Belfagor» e «Nuovi Argomenti», sia “politici” come «Avanti!», «Contemporaneo», sia tutt’altro (sportivi: «Guerin sportivo»; erotici: «Kent», «Playmen»). È traduttore “a cottimo”, in una sorta di trasposizione delle fatiche operaie, soprattutto dall’inglese, manuali, romanzi, raccolte – autori come Miller, gli Arrabbiati, la generazione Beat, e poi Huxley, Bellow, Conrad, Faulkner. Venne persino trasposto al cinema, ben due volte (link).

 

Un problema metodologico: generi "a forcella"

 

Ma una rassegna del tipo confonde le carte, non le ordina. E provando a impilarle, in così breve spazio, si procede con una misura provvisoria, distinguendo le opere “in volume” di Bianciardi sulla base di isotopie o persistenze tematiche: da un lato le opere sulla linea “autobiografica”, costruite attraverso i dati provenienti dalla biografia dell’autore, ma ri-sistemati e manipolati, tanto da dirsi autobiografia “come mezzo” e non “come fine” (Maiolani); dall’altro opere sulla linea “risorgimentale”, con argomento ottocentesco e con al centro il “mito fondativo” della spedizione dei Mille. Ma Bianciardi tiene a programma l’infrazione delle leggi di genere, l’oltrepassamento delle frontiere del romanzo (come anche i suoi contemporanei, senza però mai arrischiarsi in una “teoria”), e lo fa precisamente attraverso l’eccentricità della lingua. Ecco che per Grignani, difatti, in Bianciardi la «ricchezza della lingua è spesso strumento distruttore della narratività» (La lingua ‘agra’ di Luciano Bianciardi, p. 65). I luoghi più “eclatanti” di questo sono i romanzi-crocevia, La vita agra e Aprire il fuoco, per cui diverse tensioni di genere, di lingua, di idee, di cose, delle opere precedenti si accentuano, rappresentano una acquisizione e un rilancio; nonché le isotopie tematiche suddette, qui, si intersecano (tutto ciò fa di loro dei testi-esemplari). Anche opere “a forcella”, stando a un racconto del grossetano, La mamma maestra (1972):

 

«Il termine lo traggo dal gergo dell’artiglieria […]. Quando una batteria di bocche da fuoco vuole aggiustare il tiro, spara un colpo lungo, corregge, poi spara un colpo corto, corregge ancora, e al terzo colpo, se tutto va bene, quella batteria fa un bel centro».

 

Crocevia o “centri”, risultato dell’aggiustamento del tiro – non perché emerge una gerarchia di valore, ma perché le due opere rappresentano esiti estremi di complessità stilistica, pure, secondo varie intensità, in tutta l’opera. Zublena in un suo intervento per «il Verri» avverte una discontinuità tra i due testi e il resto della produzione, una discontinuità di tipo linguistico e stilistico. Per cui, soprattutto guardando a La vita agra, parla di un andamento «dentro e fuori la scrittura anarchica», con metafora critica. La lingua del libro sarebbe la risultante di spinte opposte: una di deformazione, di disintegrazione; l’altra centripeta, cioè tendente a mantenere un «sottofondo identitario» (addirittura doppio, per ossequio all'«individualità biografica» e ai modelli).

 

Letteratura civile, vita agra

 

Il doppio movimento potrebbe aver a che fare, in qualche modo, con gli opposti integrazione/dis-integrazione del Bianciardi a Milano di cui s’è detto; e con la dialettica del contrappunto di Ėjzenštejn (conosciuto e amato dallo scrittore), implicazioni “politiche” annesse. In Bianciardi, in effetti, non a torto si può parlare di letteratura “civile”, «tale cioè da esprimere il sentimento poetico dell’autore non già nel vuoto, ma nel contesto e nel rapporto suo con una determinata società» (Aprire il fuoco, cap. V), dal momento che, anche, a escursioni di lingua e movimenti di stile potrebbe corrispondere una volontà di comprensione e intervento sociale.

Chiudendo, ci si concentrerà su La vita agra, rimandando l’analisi su Aprire il fuoco, romanzo che incrocia le rette di autobiografismo (alla quale pende La vita agra) e argomento rinascimentale, rappresentando un unicum nel panorama della letteratura u-cronica e raggiungendo esiti stilistici e linguistici di difficile paragone.

 

Il lavoro culturale, L’integrazione e La vita agra

 

Quasi componessero un palinsesto, i primi due romanzi-pamphlet (così come molti dei suoi racconti e altrettanti articoli) anticipano La vita agra, nei toni, negli argomenti, nella lingua e nello stile: la novità principale, già sottolineata da Zublena, è l’estensione del principio di “anarchia” linguistica e stilistica all’intero libro. Per Grignani il «lavoro stilistico di Bianciardi si svolge […] nell’area del comico del discorso, ossia della manipolazione di procedure retoriche, con riproduzioni parodiche che traspongono nell’aggressione alla lingua un’aggressività diretta contro l’oggetto polemico» (La lingua ‘agra’ di Luciano Bianciardi, p. 58). In che modo?

 

La classe operaia va in Paradiso

 

Primo. Attraverso una forzatura del luogo polisemico, aperto a “interpretazioni”, attraverso anacronismi (gli etruschi fascisti del Lavoro culturale) e anatopismi (Kansas City/Grosseto, in ibid.), con deriva digressiva e apparentemente incontrollabile, per cui anche la sintassi è anarchica: così, nel cap. X di La vita agra, parlando del miracolo economico, Bianciardi biasima l’entusiasmo dei cittadini italiani, ricordando loro quali siano i veri miracoli (corsivi nostri):

 

«i miracoli veri sono quando si moltiplicano pani e pesci e pile di vino, e la gente mangia gratis tutta insieme, e beve […]. Mangiano e bevono a brigate sull’erba, per gruppi di cento e di cinquanta. Mangiano, bevono e cantano, stanno a sentire la conferenza e appena buio, sempre lì sull’erba, come capita capita, fanno all’amore. Il conferenziere si è tirato in disparte coi suoi dodici assistenti, e discorre con loro sorridendo».

 

È qui che delinea il suo «neocristianesimo a sfondo disattivistico e copulatorio», un’utopia ateleologica ed erotica, un Paradiso “cristiano”, ecumenico certo, per gli operai, per gli ultimi (quasi anticipando un film di Elio Petri del 1971 col grande Volontè). Un’utopia di liberazione dal lavoro, dai bisogni artificiali. Si osservi bene lo slittamento della gratuità del gesto cristologico a gratuità di mercato, il predicatore travisato fino a farlo conferenziere. Ma la strategia complessiva del libro si avvale ancora di specifiche figure derivative ed etimologiche (i passanti milanesi che ignorano perché troppo impegnati a passare); di fraintendimenti programmati (il licenziamento dalla Feltrinelli non per “scarso rendimento” ma perché strascicava i piedi); periodi a catalogo, enumeratio (come dimenticare l’invettiva del Cap. III contro il «moro», «Timber Jack», il «giaguaro», il «padrone» Giangiacomo Feltrinelli?); iperboli; pratica del collage o del calco, di un montaggio come progetto di ri-significazione. Montaggio di materiali di studio (“bibliografici”) e testi tradotti: e così, per esempio, è possibile dire che il «tornado stilistico e psicologico» dovuto al lavoro sui Tropici di Miller (pubblicati con Feltrinelli nel 1972) abbia assunto una forma enzimatica, accelerando il processo che ha dato alla luce La vita agra.

 

Sondaggi linguistici e appropriazioni

 

Secondo. Attraverso l’«integrazione» di più lingue, di più registri. Quindi, inserti dialettali: lingua base il toscano, con persistenze notevoli, quali l’utilizzo di diaccio, di desinare, o apparizioni, come breccino, rigovernare, spunterbo, ciacchero, rammentino. Significa anche indagine sulle abitudini linguistiche dei milanesi, a partire dalla questione fondamentale sulla differenza tra dané e grana (cap. VI) e da alcuni modi di dire («Ma l’è anca un po’ ciula»); e dei romani: caciara, montarozzi, sezzione der partido, eccetera. E ancora: lessico tecnico; prestiti e mimesi dell’inglese e del tedesco, di altri dialetti, del latino e di lingue più morte (più tardi, in Exodus, racconto del 1968, si parlerà “etrusco”); inciampo continuo nel parlato in generale. Nel cap. X, dopo un altro tentativo utopico, su binari simili («Occorre che la gente impari a non muoversi, a non collaborare, a non produrre, a non farsi nascere bisogni nuovi, e anzi rinunziare a quelli che ha»), per contrasto sorge Milano (corsivi nostri):

 

«La chiamano nebbia, se la coccolano, te la mostrano, se ne gloriano come di un prodotto locale. E prodotto locale è. Solo, non è nebbia. No, la nebbia è semmai nelle campagne, viene su dalle rogge fumiganti che vanno ad allagare le marcite, sì da consentire anche dieci tagli di fieno all’anno, e infatti odora di stalla, questa nebbia che trovi fuori di città. Ma dentro non è nebbia. È semmai una fumigazione rabbiosa, una flatulenza di uomini, di motori, di camini, è sudore, è puzzo di piedi, polverone sollevato dal taccheggiare delle segretarie, delle puttane, dei rappresentanti, dei grafici, dei PRM, delle stenodattilo, è fiato di denti guasti, di stomachi ulcerati, di budella intasate, di sfinteri stitici, è fetore di ascelle deodorate, di sorche sfitte, di bischeri disoccupati».

Figure iterative, lessico toscano, lessico tecnico, all’interno di un climax invettivo, perché il movimento circonda l’oggetto polemico.

 

Una strategia di scavo

 

In conclusione, una strategia di “scavo”, con «realizzazioni linguisticamente mosse di crisi e assestamenti sociali» (Segre). Una lingua “comica”, orbitante attorno all’oggetto polemico (tipi sociali, stereotipi, costumi, miti, politica), che integra e al contempo esplicita l’escursione a più livelli, e che in ultima istanza si dirige contro sé stessa, perché purtroppo altamente fallibile a dar ragione nei fatti «a chi ce l’ha»; perché i mondi possibili delineati rimangono nella lingua, rimangono utopie; perché anch’essa residuo sociale.

 

Bibliografia

Luciano Bianciardi, Chiese escatollo e nessuno raddoppiò. Diario in pubblico 1952-1971, Milano, 1995, Baldini&Castoldi.

Luciano Bianciardi, Il cattivo profeta. Romanzi, racconti, saggi e diari, Milano, 2018, Il Saggiatore.

Luciano Bianciardi, La vita agra, edizione annotata a cura di Alvaro Bertani, prefazione di Arnaldo Bruni, Milano, 2013, ExCogita.

Maria Antonietta Grignani, La lingua ‘agra’ di Luciano Bianciardi, in Novecento Plurale. Scrittori e lingua, Napoli, 2007, Liguori Editore, pp. 49-67.

Maria Antonietta Grignani, Aprire il fuoco: epilogo di una scrittura in esilio, in «il Verri», n. 37, giugno 2008, pp. 5-30.

Michele Maiolani, Dai "Tropici" alla "Vita agra": Henry Miller e Luciano Bianciardi, in «Esperienze Letterarie», a. XLII, n. 2, 2017, pp. 53-76.

Demetrio Marra, Note su Luciano Bianciardi e il Cinema – La sequenza di Kerenskij, birdmenmagazine.com, 17 agosto 2019.

Cesare Segre, Punto di vista, polifonia ed espressionismo nel romanzo italiano (1940-1970), in Opera critica, Milano, 2014, Mondadori, pp. 856-875.

Paolo Zublena, Dentro e fuori la scrittura anarchica. La lingua della Vita agra di Bianciardi, in «il Verri», n. 37, giugno 2008, pp. 47-63.

 

Immagine: La vita agra (1964), regia di C. Lizzani


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