19 novembre 2019

Una ucronia linguistica e morale: Aprire il fuoco di Luciano Bianciardi

Romanzo crocevia

 

Luciano Bianciardi ha pubblicato Aprire il fuoco con Rizzoli – lo stesso editore del bestseller La vita agra (1962) – nel 1969. L’accoglienza del pubblico e della critica non è stata positiva, tutt’altro: la forza di Bianciardi ai loro occhi rimaneva l’invettiva, l’ironia, la critica sociale, certo, purché comprensibili, immediati. E persino la critica accademica accolse il romanzo negativamente, se, per esempio, Rinaldo Rinaldi nel suo Il romanzo come deformazione (1985) scrive pacificamente che la produzione successiva a La vita agra è «fuori dalla letteratura» (parere, sia chiaro, da censurare). Eppure, come è già stato illustrato (link), Aprire il fuoco, al pari di La vita agra, è un romanzo in linea con l’opera di Bianciardi, e anzi – con più intensità – può essere considerato romanzo crocevia, cioè con un piede sul tema dell’autobiografia “come mezzo”, coll’altro sul tema risorgimentale. Una sorta di summa, per profondità, un richiamo a distanza di anni, la realizzazione delle conseguenze estreme di una poetica. L’intuizione di Aprire il fuoco, ciò che rende il libro “oscuro” e decisamente meno “comunicativo” del solito, è di carattere prima di tutto narrativo, ideologico, poi linguistico, infine pseudo-biografico.

 

Sovvertire l’ucronia: le Cinque Giornate e il Sessantotto

 

Se in La vita agra la vicenda si riduce quasi a una «passeggiata-sproloquio» (Grignani), dell’io narrante nella Milano del miracolo economico, qui siamo di fronte a una pseudo-storia: il protagonista è in esilio a Nesci (invenzione toponomastica per Rapallo) volontariamente. Si reca a Milano per far fronte a dei processi, per consegnare le traduzioni e finisce per lavorare come precettore per una famiglia nobile – e da precettore si comporterà per tutta la durata del romanzo, arrestando la vicenda per lasciare spazio a digressioni linguistiche, per esempio Aprire il fuoco p. 194:

 

«“Cosa guardi, cosa guardi, faccia di norcino. Ma fila a casa, figlio d’una mignotta zoccola!” […] “Curioso. Nell’apostrofare quel tanghero lei ha usato dapprima una similitudine di mestiere, quindi due sinonimi di diversa origine dialettale. Mi piacerebbe analizzare il suo comportamento linguistico”».

 

Rimane coinvolto in cinque giornate di guerriglia urbana, molto simili e dissimili alle Cinque giornate di Milano. Ma gli “eventi” del romanzo non si collocano in un periodo storico preciso, piuttosto in una temporalità separata, tra il 18 e il 22 marzo 1959: l’ucronia di regime fa sì che Hitler sia ancora vivo, ai vertici dell’Impero austroungarico, dopo aver liberato l’Italia dalla dittatura fascista. Le Cinque Giornate di Milano (18-22 marzo 1848) e il Sessantotto si sovrappongono: da un lato la repressione austriaca, dall’altro la rivoluzione; da un lato lo Stato italiano, dall’altro il movimento studentesco. Tutto sotto un “moralismo” (il vero “collante” trans-temporale) «non dalla parte dei censori, ma dalla parte buona, nel senso della libertà, della rivolta», con gli uomini mossi da genuina passione morale, che «offende sempre, in qualche modo» (così Piovene nella prefazione a Arte e oltraggio, scambio epistolare tra Durrel, Perlès e Miller tradotto da Bianciardi per Feltrinelli). E infatti i luoghi dell’utopia, precisa Giacomo Raccis nel cinquantunesimo numero di «il Verri», «non sono i fatti del Risorgimento […] bensì lo spirito che li aveva innervati».

 

Va da sé che l’effetto di slittamento temporale è assolutamente costante e non è semplice presupposto: in luoghi minimi (nella «fantastoria» di Bianciardi il giudice può emettere le «grida», la polizei può lanciare «candelotti lacrimogeni» e nei tempi morti si può discutere di «musica elettronica»); e in coincidenza con la sostanza del racconto, con l’intreccio stesso – per esempio coi personaggi frequentatori del salotto di via della Cerva, Ugo Tognazzi o Carlo Cattaneo, intenti a deliberare sul sot-weed strike, sullo sciopero del fumo. Il narratore di Bianciardi palesa dunque la finzione del racconto, gli eventi sono incoerenti e nulla viene fatto per mostrarli diversamente; è inattendibile, la sua presenza deve essere per questo nettamente indicata. L’intento è addirittura di finzionalizzare il vero (Giacomo Raccis), poiché il centro non è la tenuta storica o scientifica dell’ucronia, ma il discorso che vi ruota attorno. La manipolazione degli eventi storici e del testo aspira, coerentemente, alla «rivoluzione permanente» (Raccis): «La rivoluzione, se vuol resistere, deve restare rivoluzione. Se diventa governo è già fallita». Insomma, si ritrova l’utopia politica bianciardiana che solo in apparenza si distacca da quella profilata anni prima, cioè di un «neocristianesimo a sfondo disattivistico e copulatorio» (La vita agra).

 

L’io narrante fraintende, parla per, disarticola, dà giudizi affrettati (o approssimativi), semplifica un po’ le relazioni di causa-effetto. Diseduca, come direbbe Bianciardi, racconta frottole, si fa gioco della verità. Insomma, per una via larga, il testo e la sua instabile temporalità vengono esibiti, poiché la “dimensione” o l’“ontologia” del racconto hanno una realtà principalmente estetica ed etica e non epistemologica. In altre parole, il “mondo possibile” u-cronico del 1959 di Aprire il fuoco si regge sulla lingua e sulla morale.

 

La terra sotto i piedi: l’ipotesto di Aprire il fuoco

 

Ma l’autore non si muove al buio: ipotesto di Aprire il fuoco sono i Racconti di gioventù. Cose vedute o sapute 1847-60 di Gino, e cioè Giovanni Visconti Venosta, del quale nella finzione del romanzo Bianciardi è addirittura precettore. Il protagonista è esule volontario, come è stato già detto, a Nesci (Rapallo) – in attesa dei «compagni» dal mare, per una missione in continuum con l’abbattimento del torracchione di La vita agra – e si dirige saltuariamente a Milano per fare da precettore a «tre figli giovanetti di belle speranze» di una contessa. Uno di questi, appunto, è Giovanni, e perciò la sua opera, i suoi Ricordi, sono presenti nel testo come in un ribaltamento di dipendenze. A conti fatti, Bianciardi contrae, riscrive e dilata gli episodi dei Ricordi nei capitoli centrali, dal quinto al tredicesimo (coincidenti con la “vicenda”): il tempo dedicato, per esempio, allo sciopero del fumo è assolutamente ipertrofico rispetto alla fonte. I capitoli esclusi dal conto fanno da vera e propria cornice, la vita a Nesci-Rapallo, tra routine e paranoia: l’io narrante si trova in una casa con una donna e suo figlio, come fosse un ospite pagante. In questa “cornice”, che rimane il punto di addensamento del materiale autobiografico, avvengono le passeggiate-sproloquio, lunghissime digressioni spesso meta-narrative dall’impasto linguistico molto complesso: ne è un esempio la rassegna quasi-montaliana del primo capitolo (perché chiudere, sennò, con «tepidario lustrante dell’obitorio», che allude ai primi due versi di Caffè a Rapallo, in Ossi di seppia?), rassegna nella quale gli oggetti di spiaggia liguri rappresentano il pretesto dei famosi fraintendimenti bianciardiani:

«Ora attento, subito dopo la grande svolta tu ti trovi dinanzi, tirato in secca, il famoso pescesega, il quale ci annuncia i tempi nuovi dell’autoerotismo, il self-service applicato a quella faccenda lì. Fatelo da voi, lo consigliano persino i medici, ormai, alle mammine preoccupate, e se tanto mi dà tanto ho proprio paura che lo consiglieranno anche alle donne nostre: lasciatelo cuocere nel suo brodo, dicono allusive, quelle della posta del cuore» (p. 31).

Il brano non presenta, a differenza da altri dello stesso capitolo, un addensamento degli stilemi tipici, quali il catalogo o l’enumerazione, il mistilinguismo (dialetti e lingue stranieri), il calco, il citazionismo, nonostante dia un buon esempio dello slittamento semantico. Però è molto interessante come alluda a un racconto di Luciano Bianciardi, La solita zuppa (1965), nel quale, catapultando il “mondo” di I Sessuofili (1963), immagina una società in cui il tabù non sia il sesso ma il cibo. È una forma, anch’essa, di anti-storia, seppur in germe. L’allusione non è un unicum, tutt’altro: nel cap. IV – che, in coda al III, è dedicato ai processi ai quali il protagonista, come in un complotto, è sottoposto, soprattutto per mano del duca «Dusucunnu», «Delapassera», «Delatopa» (eccetera: chiamerà così Valentino Bompiani, con oltre venti eteronimi inventati aiutandosi coi termini dialettali per “vagina”) – Bianciardi cita anche «la faccenda della bistecca alla fiorentina» che rimanda al medesimo racconto. L’auto-citazione è costante, a partire dall’esordio per auto-calco («Tutto sommato io darei ragione al povero Ponzani»), fino alla «Bella Marsilia», alle «scarpe hegeliane», ai continui rimandi a La battaglia soda (1964), una sorta di prodromo del romanzo, in cui le vicende garibaldine sono raccontate tenendo a mente il libro di Giuseppe Bandi, I Mille, da Genova a Capua (1902). Sembra che l’intento di Bianciardi fosse, per il suo protagonista-narrante, far coincidere l’autobiografia con l’autoantologia. Importa, anche, che proprio in questi capitoli lo stile sia maggiormente vicino a quello di La vita agra.     

 

Al movimento narrativo un movimento di lingua

 

La realizzazione di un romanzo u-cronico, di questa intuizione narrativa, è possibile sulla base di un ipotesto storiografico, di una “morale”, cioè di uno “spirito etico”, e, come già anticipato, di una lingua: «Bianciardi tiene a base una patina linguistica desueta e sintatticamente proba, adatta al primo corno della doppia temporalità messa in gioco, 1848 insomma e non 1959 […]. Ma la punteggia, questa base ottocentesca, di incursioni nel parlato novecentesco più informale o addirittura sboccato» (Grignani). Le incursioni aumentano attraverso la pratica dell’autocalco o dell’autocitazione (che rischiano di rendere oscuro il testo anche ai più fedeli lettori); della digressione governata da una regola di slittamento semantico (tra l’altro spesso richiamando al romanzo del ’62, esempio è la invettiva contro il «moro», di certo allusa in Aprire il fuoco da p. 124 a p. 129); attraverso elenchi “ideologici”, come: «Quello domandava a gran voce l’Italia una, libera e repubblicana, con tutto il potere al popolo, e i partigiani di questa fazione avevano scelto ad emblema e divisa la cosiddetta linea emme, cioè la lettera iniziale dei nomi dei teorici a cui essa parte si rifaceva, e cioè il Mazzini, il Marx, il Mao, il Min e il Marcuse»; attraverso il “verso” fatto all’italiano-tedesco delle truppe austriache; e tanto altro – i fenomeni sono simili, spesso portati all’estremo, a quelli elencati nel precedente articolo su Treccani, Generi, lingua e stile in Luciano Bianciardi – La lingua come dis-integrazione (link).

 

Mondi possibili

 

Ebbene, la novità del romanzo bianciardiano non risiede nella “costruzione” del tempo altro, della ucronia – per fare qualche esempio pacifico di ucronia, si guardi a Guido Morselli, con Roma senza papa (1974) o Contro-passato prossimo (1987), oppure a Philip Dick e La svastica sul sole (The man in the high castle, 1962). Non sta nella ipotetica coerenza, o verosimiglianza, poiché la logica della narrazione si palesa come irreale. La “struttura” o la “coesione” del testo, cioè la legge che fa reagire il testo fino alla creazione del “mondo possibile-marzo 1959, Milano” di Aprire il fuoco, risiede nella lingua soprattutto, cioè in un sistema linguistico ibrido che proprio nella mescolanza di registri non denota alcun “mondo” conosciuto, non permette al lettore un riferimento alla storia universalmente conosciuta. Se la lingua è la rete d’esistenza dell’ucronia, il moralismo di cui s’è detto sopra è una sorta di filo rosso che congiunge le due epoche, la reason why della sovrapposizione eventuale; nonché l’urgenza sociale che informa lo stile e l’operazione narrativa. Mondo possibile alla maniera, quindi, di Lubomir Doležel, in Heterocosmica: «artefatti estetici costruiti, conservati e fatti circolare per il tramite di testi finzionali».

Ma Aprire il fuoco, per la sua difficoltà, è un romanzo che quasi sembra tradire sé stesso, se l’obiettivo fosse quello percepito, cioè la fondazione di un mito utopico, o meglio u-cronico, una mitologia della futura rivoluzione permanente, auspicabile per realizzare la società libera dal lavoro e dall’etica della performance proprio come indicava Herbert Marcuse in Eros e civiltà (Einaudi, 1964). Forse, in realtà, il sentimento è di rassegnazione, cioè trattasi di fondazione di un mito che ha in programma la propria morte, quindi c’è prossimità con la storia contemporanea: nell’ultimo capitolo, già l’io narrante dà uno sguardo retrospettivo alla vicenda, che finalmente, in modo esplicito, addita il Sessantotto: «Bisognava occupare le banche, non le campagne, non gli atenei. Anche quelli, lo so, ma prima le banche» (p. 312) e in un avviso finale la rassegnazione è totale, crolla il mondo possibile: «Nel marzo del 1959 successero a Milano parecchie cose, ma non vi fu alcuna insurrezione armata di popolo. I giornali dell’epoca me ne danno conferma. Ciò vuol dire che i fatti raccontati in questo libro sono un’invenzione. Purtroppo sì» – firmato “l’autore”.

 

Bibliografia

Arte e Oltraggio. Dibattito epistolare fra Henry Miller, Lawrence Durrell e Alfred Perlès, con prefazione di Guido Piovene, traduzione di Luciano Bianciardi, Feltrinelli, 1961, Milano.

Luciano Bianciardi, Aprire il fuoco, edizione annotata a cura di Alvaro Bertani, prefazione di Maria Antonietta Grignani, ExCogita, Milano, 2015.

Luciano Bianciardi, Il cattivo profeta. Romanzi, racconti, saggi e diari, Milano, 2018, Il Saggiatore.

Lubomir Doležel, Heterocosmica, Bompiani, Milano, 1999.

Maria Antonietta Grignani, Aprire il fuoco: epilogo di una scrittura in esilio, in «il Verri», n. 37, giugno 2008, pp. 5-30.

Herbert Marcuse, Eros e civiltà, Einaudi, Torino, 1964.

Giacomo Raccis, Tadini, Bianciardi, Morselli: il romanzo italiano alla prova della controstoria, in «il Verri», n. 51, febbraio 2013.

 

Immagine: Manifestanti a Milano all'inizio degli anni settanta

 

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