24 gennaio 2020

Mimmo Cuticchio: la parola, il significante e il significato - 1

Ferdinand de Saussure nel suo Corso di linguistica generale (1916) definisce la parola come la combinazione di significante e significato, due aspetti indissolubili della parola stessa, fondamenti di ogni lingua. Il significante concerne il piano dell’espressione, ovvero l’insieme degli elementi grafici e fonetici associati a un significato, che riguarda, al contrario, il piano del contenuto. In teatro, l’interpretazione integra tale definizione di significante, poiché concerne anche il modo in cui l’attore manifesta fisicamente la parola, con il superamento ulteriore del mero concetto mentale. La componente mimica, infatti, fondamentale in teatro, partecipa da protagonista alla sfera espressiva della parola. Urge, però, precisare una distinzione fondamentale: il gesto è proprio del teatro ed è diverso dalla gesticolazione, che chiunque, parlando, può accompagnare a un discorso. Il primo, infatti, costituisce un linguaggio parallelo a quello verbale, che integra ciò che si dice con le parole. Il secondo, al contrario, si limita a tradurre mimicamente il discorso, non aggiungendo ad esso nulla di più.

 

A Fo il gesto, a Cuticchio la parola

 

A Genova nel 1983, presso il teatro dell’Archivolto, due protagonisti del teatro italiano, Mimmo Cuticchio (link) e Dario Fo (link), si incontrarono per curare insieme un laboratorio destinato ad attori, incentrato su significante e significato in teatro. I due curatori avevano a disposizione circa due ore di tempo a testa. Fo si concentrava sul gesto, mentre Cuticchio sulla parola. Tra gli attori che parteciparono, vi furono alcuni nomi oggi noti, come Marco Paolini (link) e Roberto Nobile. Era presente anche un pubblico di osservatori, composto da critici, scrittori, studiosi e docenti. Per realizzare la presente ricerca, è stato fondamentale confrontarsi personalmente con Mimmo Cuticchio, che ha scelto di condividere i propri, preziosi ricordi, spiegando, altresì alcuni aspetti fondamentali della sua arte, partendo dalla sua formazione.

Cuticchio, maestro indiscusso del teatro italiano, con la compagnia "Figli d’Arte Cuticchio", ha traghettato nel terzo millennio la tradizione dei pupi siciliani di scuola palermitana e del cunto, innovando e sperimentando, attraverso la costante ricerca di nuovi linguaggi e la contaminazione tra i generi. Il narratore usa il cunto, caratterizzato da un ritmo sincopato, per trascinare lo spettatore lungo i sentieri del proprio racconto. Grazie all’impegno di Cuticchio, che ha contribuito a rendere celebre in tutto il mondo la propria tradizione, documentata in numerose opere letterarie, artistiche e cinematografiche, nel 2008 l’Unesco ha proclamato l’opera dei pupi siciliani “patrimonio immateriale dell’umanità”.

Durante l'esperienza del laboratorio genovese del 1983, Fo lavorava con gli attori sui ritmi del corpo, tracciando parallelismi tra la parola e il gesto. Cuticchio spiega che Fo aveva conosciuto Peppino Celano, maestro dello stesso Cuticchio, e altri narratori che lo avevano ispirato per l’elaborazione del suo celebre grammelot, la lingua verosimile di per sé priva di significato, frutto della commistione di suoni e parole di altre lingue. Da questi grandi protagonisti del teatro, Fo aveva appreso sul piano del significante, come valorizzare la fonetica della parola, accostandola alla mimica del corpo e, in particolare, del viso.

 

Un sentiero preferenziale per la parola

 

Cuticchio, entusiasta quanto i suoi allievi, lavorava sul significato, ovvero – come ci ha spiegato – su come comunicare la parola in teatro. Ognuno degli attori partecipanti al laboratorio condivideva con il maestro e gli altri un racconto, un sogno, una poesia o un testo teatrale. In seguito, Cuticchio lo scomponeva in più parti, per analizzare in che modo tale racconto si evolveva progressivamente nella mente dello stesso narratore. Sul piano del significato, in particolare, Cuticchio aveva appreso dal proprio maestro Celano una strategia che gli impediva di “andare a ruota libera”, procedendo sempre lungo quello che il maestro definisce “un sentiero preferenziale”, le cui tappe erano suggerite dalla parola stessa e dal suo significato. In particolare, nell’improvvisazione il narratore si muove scegliendo le parole giuste sulla base delle proprie conoscenze, ma anche sulla base delle reazioni del pubblico in sala. Questo aspetto è proprio del teatro generale che, in quanto arte dell’hic et nunc (qui e ora), non deve mai prescindere dal contingente e, in particolare, dal comportamento del pubblico, che è l’unico interlocutore. In tal modo, il narratore, in particolare, si adegua ad ogni evenienza e provvede a colmare, al bisogno, ogni propria eventuale dimenticanza. Cuticchio spiega che i giovani attori “non conoscono queste cose, perché non hanno mai attraversato il mare e non sanno cosa accade quando arriva una tempesta”. Precisa, inoltre, che il narratore in teatro deve esigere musicalità dalla parola, che garantisce che la parola stessa “voli e giri”, ovvero che sia viva e dinamica, perché il narratore deve essere “il corso del racconto, il mezzo di trasporto delle favole”.

 

Il bosco, la foresta, la giungla o la brughiera

 

Per tale ragione, Cuticchio precisa che non bisogna mai leggere il testo seduti, come può fare la maestra a scuola o la nonna che racconta una favola ai nipotini. Secondo Cuticchio, infatti, bisogna cercare la parola viva, sia quella scritta sia quella propria della tradizione orale. E la parola resta viva se viene ripetuta molteplici volte e in modi diversi. Per chiarire questo aspetto, Cuticchio ha preso, come esempio, la parola “bosco”, spiegando che, se venisse pronunciata semplicemente come viene scritta, l’ascoltatore coglierebbe il significato, ma non la vita e l'essenza della parola stessa. Il narratore deve saper andare molto più a fondo, ad esempio, specificando alcuni dettagli di ciò che si sta raccontando, facendone effettivamente comprendere il senso intrinseco al suo pubblico, attraverso descrizioni attente e particolareggiate. Nel nostro esempio, può far conoscere nel concreto le differenze tra il bosco, la foresta, la giungla o la brughiera. Cuticchio spiega che “per dar vita a un viaggio nel bosco bisogna fare in modo che il pubblico immagini. Il bosco va riempito. La gente deve attraversare il bosco, ma guardare anche gli alberi, i tronchi, la corteccia…”. Il ritmo del viaggio rende il bosco vivo. Il suono della parola, la fonetica stessa, è lo strumento che permette allo spettatore di viaggiare a fianco del narratore che lo conduce, in una dimensione quasi onirica, all'interno dello scenario rappresentato, con la percezione reale del suono del vento, degli odori e dei rumori di un bosco vero.

 

 

Testi citati e letture consigliate

 

Alessio Arena, Il teatro dei pupi siciliani, in “Eco Siciliano”, n. 55, Paranà, Argentina, settembre 2019.

 

Mimmo Cuticchio, Alle armi, Cavalieri!, Roma, Donzelli, 2017.

 

Ferdinand de Saussure, Corso di linguistica generale, Milano, Laterza, 2009.

 

Mario Gandolfo Giacomarra (a cura di), Epica e storia, Museo Internazionale delle marionette Antonio Pasqualino, 2005.

 

Antonino Pasqualino, I pupi siciliani, Palermo, Museo Internazionale delle marionette Antonio Pasqualino.

 

Giovanni Ruffino, Sicilia. Profili linguistici, Milano, Laterza, 2017.

 

Valentina Venturini, Nato e cresciuto tra i pupi, Napoli, Editoriale Scientifica, 2017.

 

Valentina Venturini, Il teatro di Gaetano Greco, Napoli, Editoriale Scientifica, 2018.

 

 

Immagine: Pupi, tradizionali marionette siciliane - Catania

 

Crediti immagine: Lucarelli [CC BY-SA (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0)]

 

 


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