31 marzo 2020

Fuga dalla lirica e ricaduta. Sulla poesia di Simone Cattaneo

 

Poetando, questione d’intenti

 

Ospite a Poetando, su La6 (link), dopo aver pubblicato Nome e soprannome (Atelier, 2001) Simone Cattaneo (Saronno, 1974 – 2009) dà le misure del suo avvicinamento alla poesia, sopra uno sfondo blu elettrico: «C’è da dire che prima di passare alla poesia, il mio tramite è stato la narrativa», e quindi la narrativa americana, DeLillo, Bellow, Fitzgerald, John Fante… Il prosieguo dell’intervista gioca la carta della poetica esplicita: in rassegna la “poesia contemporanea” (Magrelli, De Angelis, Montale, in quest’ordine) alla ricerca del non-detto; la narrativa avrebbe già «detto tutto», ed è per questo lasciata alle spalle. L’input è, però, la musica, di lingua inglese. Musica e Narrativa come cominciamento alla poesia. C’è ancora la poesia anglosassone contemporanea, dall’antologia Sotto la pioggia e il gin, a cura di E. Zuccato; e, inaspettatamente – ma non troppo, perché la misoginia nella scrittura di Cattaneo significa esattamente l’opposto, come in sostanza tutto l’“odio” esplicito – «la poesia femminile» che gli è «molto vicina»: Sharon Olds, Anne Sexton. Infine Osip Mandel'štam e, ovviamente, Simon Armitage. Una linea diretta, quella tra Armitage e Cattaneo, che Flavio Santi problematizza, perché il primo è pubblicato e riconosciuto, il secondo molto meno:

 

(per dimostrare questa tesi una volta ho fatto uno scherzo tremendo a un critico: gli ho passato un gruzzolo di poesie di Cattaneo spacciandole per primizie di Armitage. Non vi dico l’entusiasmo dell’illustre studioso per quegli “inediti”…)

 

Lo “scherzo” non andrebbe liquidato qui, forse, perché in qualche modo l’incedere di tutto Cattaneo ha il respiro di un testo tradotto, cioè di un testo che per forza di cose rompe le maglie significanti dell’originale ma ne conserva il carattere. Non a caso Roberto Batisti, in un recente intervento su «La Balena Bianca», sostiene (ma non è il primo) che la lingua di Cattaneo sembri tradotta, e risale, per darne le motivazioni, ai suoi modelli, che sono soprattutto versioni italiane di testi anglofoni e russi (la composizione di una “lingua” dalle versioni tradotte di autori stranieri è un fatto, nell’Italia del secondo Novecento e degli anni Duemila).

 

Oltre la lirica?

 

Ma torniamo a Nome e soprannome. L’intervista permette di fissare alcune coordinate: 1) l’importanza della musica nella scrittura di Cattaneo; e 2) della prosa (e prosa “narrativa”); 3) dei modelli esteri e della lingua della traduzione. Un ultimo punto, il 4), è chiave: «mi piacerebbe essere più asciutto, meno lirico», in cerca di una «diretta immediatezza». L’espressione del desiderio – accompagnato da un parziale rinnegamento dei testi più smaccatamente lirici del libro, quattordici su trentasei (ma il conto è “soggettivo”, per forza di cose), per esempio

 

E in fondo le parole non hanno peso      

sono solo un compromesso fra pietre e nubi,

come un torrente d’acciaio in fonderia

che gli occhi non devono vedere

per non lasciarsi consumare

dalla rabbia del rame.

 

– alla prova dei fatti trova riscontro nei successivi Made in Italy (Atelier, 2008) e Peace & Love, quest’ultima pubblicata postuma in coda ai primi due libri, per Il Ponte del Sale, nel 2012. È proseguita la “linea” del Cattaneo narratore-in-versi, che non fa mai a meno della prima persona grammaticale che traduce uno spettro di possibilità, non autobiografia ma biografia, quindi immedesimazione:

 

Me ne stavo sdraiato sul pavimento del bagno

a cantare l’unica canzone in inglese

che conosco e a sputare cercando di colpire

un piccolo ragno sul muro,

quando la forma indecisa del mio braccio mi è parsa

simile alla bacchetta di un rabdomante che si piega

in prossimità di una qualsiasi sorgente d’acqua ormai prosciugata,

e allora ho deciso che non sarei morto soffocato dalle parole

che incendiano la giornata e ci frustano il viso senza motivo

avrei bene o male tirato a campare ancora per un po’,

il tempo necessario per non regalare

tutti i fiori di legno che offuscano la mia casa

a donne amate da anni e non incontrate mai.

 

Ma quali sono gli strumenti e gli effetti? La ricetta del superamento del lirismo in Cattaneo è almeno complessa.

 

Passando il primo libro

 

In Nome e soprannome c’è un uso particolare e abnorme della similitudine, presente in quasi ogni testo. È uno dei mezzi, o sembra esserlo, per sforare il velo della realtà, per connettere la lingua degli uomini alla lingua degli oggetti. Così il torrente d’acciaio e il rabdomante di prima; le mani che

 

[…] intanto s’aggrappano alle tempie come

tubi di piombo pronti subito a sgretolarsi

L’aria calda che

[…] suona

come un pianoforte a coda capovolto

 

Fino a coincidere con la poesia stessa in «Quando ti guardo rivestirti / vorrei applaudirti come […]». La similitudine può comportarsi come agente strutturale della poesia. E in qualche modo distanzia le immagini oltranziste e “surreali” proprio per la sua natura di metafora “esplicita” (si veda La retorica ristretta di Gérard Genette). In altre parole, la similitudine sembra rinforzare la lirica, per il suo tradizionale impiego e perché impedisce l’affondo nella narrazione e nel surreale. Tra gli elementi strutturali caratterizzanti, gli incipit in medias res; e le conclusioni. In Nome e soprannome le chiuse, soprattutto dei testi non-lirici ma narrativi purché informati da liricità e tendenza all’astrazione, sono spesso assonanzate, come si trattasse di ballate (o è un diretto intervento della “musica”?):

 

Mi spiava da dietro gli angoli del bar      

per vedere che fine avessi fatto,

se poi realmente fossi scomparso in Calabria o in America

come avevo promesso, in quelle giornate

in cui la mattina è un mattone rosso incandescente

che ti scalda dai piedi fino alla gola

senza chiederti in cambio nemmeno un riflesso

e poi ho capito che funziona sempre così,

ci si insegue come biglie di mercurio     

per poi dividersi e sciogliersi nell’acqua

osservando la terra slacciarsi dal cielo

in un colore senza più sorgente né mistero.

 

O ancora: «Ingiurie, minacce, maniche vuote e rime baciate / che tu possa evocare anche senza me», «che sicuro pianto in questa terra / come fosse la mia bandiera». Può trattarsi di chiuse rimate («E ti sorride con quei denti / gialli come il sole / che mi ammorbidiscono labbra e parole») fino all’identica («è andato tutto come non avrei voluto / giuro, è andato proprio tutto come non avrei mai voluto»). Non è infrequente la chiusura in osservazioni astronomiche e atmosferiche, con “oggettificazione” («in un lampo liquido di metallo»; «La luna è solo acqua che non s’assorbe»; «aver razionato l’orizzonte / senza alcuna misericordia»; «di sentire il sole bruciare / sulle costole delle mie parole»).

 

Made in Italy, la narrazione

 

Nel suo secondo libro, Cattaneo mantiene la promessa di una diminuzione della liricità e impegna con più decisione la strada della narrazione suburbana, con incursioni nel surreale che è principalmente un gioco di personaggi in degrado, abitanti dell’immaginario di Miller, dei Beat e della cinematografia americani, scansafatiche, magnaccia, prostitute, caduti in miseria, delinquenti; un insieme incrementato da figure di paese e abitanti della mitologia populista italiana, mafiosi, criminali dall’Est Europa e dal Medio Oriente, terroristi, persino circensi. L’io narrante, tutt’altro che unico, è cinico, e sia questa una categoria di approccio quasi ontologico al reale. Le conseguenze sono un allungamento del verso, per parentela con la prosa, l’accostamento inusuale, le arguzie, come se il mondo rappresentato fosse “sentimentale” e chi lo registra tutt’altro:

 

La madre di un mio compagno delle scuole medie

mi ha bloccato in una strada del vecchio quartiere

dicendomi che suo figlio era morto.

Non si è sbilanciata più di tanto e mi ha invitato al funerale.

Mi è parso buona educazione accettare.

Una settimana dopo mi ha fermato sotto casa e con aria decisa

mi ha confidato che calzo lo stesso numero di piede del suo povero figlio,

così mi ha regalato due paia di scarpe e un giubbotto giallo.

Qualche sera fa sono finito in un bar di Milano e

ho abbordato una ragazza sudamericana molto sensibile

al mio nuovo giubbotto canarino. Ho stretto gli occhi

e le ho sussurrato che per i particolari non bado mai a spese.

 

Un io lirico furbo e cinico, utilitarista. La donna trattata spesso come oggetto («quell’albanese comprata e smontata / a piacere»); gli uomini – tutti – in bilico tra separatezza dall’io narrante e assoluta complicità, con le precisazioni di provenienza, nazionalità, eccetera, persino in serie («politici, froci, zingari e musulmani») come sostantivo – altrimenti, in aggettivo la carica “invettiva” diminuisce drasticamente, per questo molte battaglie femministe insistono sulla formula, valida in ogni caso, della aggettivazione. Ma è qui che il “non-detto” di cui parlava Cattaneo a Poetando trova riscontro. In questo libro, una fenomenologia apparentemente passiva di un reale suburbano a metà tra immaginario letterario-cinematografico e realtà, il “narratario” (Chatman) ne esce ripulito, perché l’eccesso è a tal punto manifesto da scoperchiare il “non-detto”. Un tipo di “rabbia” sociale, per il quale guarda con disponibilità antropologica il materiale umano, e lo riscatta o prova a riscattarlo nella pagina.

In generale, la diminuzione della liricità è ottenuta non solo con l’espunzione di testi “lirici” (che, fra l’altro, in Nome e soprannome erano di versi brevi), ma con la riduzione delle similitudini, sia quantitativamente sia in estensione («come asfalto fuso»; «come piscine comunali»; «come formaggio nel forno a microonde») sia per portata semantica. Così è la metafora e la più immanente analogia che traghettano i testi verso un surreale urbano inedito in Italia, molto improntato sulla teatralizzazione di una violenza gratuita. E le “creature” non umane sono gli uomini, additati per provenienza, mestiere, classe sociale. E con la riduzione, sulla stessa linea, delle chiuse, ora spesso monoversali e funzionali perché aforistiche o comunque argute («Perché l’amicizia è sempre l’amicizia»; «È una questione di sfizi») o nell’atto di liquidare la poesia («Grave errore da parte sua»; «I soldi migliori spesi negli ultimi dieci anni»; «Non ricordavo più con quale mano mi avesse colpito»), sempre con tono ironico.

 

Peace & Love, tutto contro

 

In Made in Italy, il cinismo e la violenza (verbale o diegetica) è parente del disimpegno politico. Celebre l’attacco «Non mi importa niente dei bambini del Burchina Faso che muoiono di fame, / non ne voglio sapere delle mine antiuomo, / se si scannassero tutti a vicenda sarei contento. / Voglio solo salute, soldi e belle fighe. Giovani belle fighe, è chiaro […]». È forte l’eco (forse indiretta) del Carmelo Bene di Uno contro tutti che – di fronte alla platea, ospite di Maurizio Costanzo – urla il suo disinteresse nei confronti del Rwanda. Questo aspetto è con forza ampliato nella sua ultima raccolta, Peace & Love, con un barlume di teoresi e di postura anarchica:

 

Adesso basta. Questa democrazia del desiderio non è meglio di altre dittature

chi possiede può essere malato e vantarsi, chi campa male può solo rassegnarsi.

È tempo di rabbia, ma dove la trovi? Quanto guadagni, come ti vesti, chi frequenti,

fanculo ai perdenti, sbattiamo la testa contro il muro, riassorbi il tempo del tuo sangue

in un altro firmamento, le tue risa congelate sono cariche di sporcizia.

Se attraversi un deserto a piedi rimani sempre senza un soldo, la volontà non conta,

allontanati zoppicando e china la testa: non sei niente, nemmeno gli adolescenti allupati

vogliono scoparti. E così si va avanti.

 

Il testo “proemiale”. Così, più in là: «e non importa se 3/4 del pianeta campa con due dollari al giorno / o forse meno, sono un egoista senza tanto sforzo e con godimento», e poi «altro che mobilità sociale». Il tutto con immersione nei topoi del linguaggio tribale/terroristico del periodo: «vorrei fare il kamikaze per mettermi / in evidenza, dimostrare quanto valgo»; «in cambio di un bazooka con razzi / anticarro in canna», «sono pronto a farmi saltare carico di esplosivo in una chiesa / in una moschea o in qualsiasi luogo di culto, supermercati compresi», fino a sperare nell’invasione:

 

Arrivano stranieri bramosi di niente dagli altri continenti,

mi auguro non si integrino ma sgozzino i nostri ragazzi,

violentino le nostre donne chiuse in chiese, palestre e discoteche,

mi ammazzino per primo sarà un piacere […]

 

Perché l’oggetto polemico è il buonsenso comune, il comune senso del pudore, insomma la collettività come forma di annientamento, un po’ alla Céline di Viaggio al termine della notte, disertore e unico rinsavito; e con l’atteggiamento bombarolo di Bianciardi. È chiaro però che soprattutto in quest’ultima raccolta ha grande ruolo l’uso del discorso diretto non segnalato, dell’indiretto e dell’indiretto libero, con una Babele di opinioni e contraddizioni appiattite su una lingua, raramente colloquiale (Batisti) nonostante l’ambiente, e appunto nota a sistema: per Santi (che recensisce su «L’immaginazione» la prima raccolta) è un espressionismo «all’arma bianca», cioè europeo, «linguisticamente basico e tematicamente densissimo». Sono comunque le «frasi come pugni allo stomaco» che intuì Roberto Roversi già in Nome e soprannome, e siamo nella zona della “verità” o presunta, forse della schiettezza e del fastidio, del coraggio di «dire le cose» (Federico Italiano).

 

«Ormai è un furto ogni prospettiva di fuga»

 

L’evidente prossimità con la prosa, e con la narrativa, a sondaggio ulteriore di un immaginario pulp, l’incremento dei versi fino a doppiare la pagina, sono tutti elementi puntati sulla «diretta immediatezza», polo opposto alla lirica, per Cattaneo. Guardando i versi finali dei testi, si nota come siano ancora il luogo non solo dell’arguzia e dell’ironia («Grande rispetto per i vecchi, niente da dire») ma anche dell’introspezione, persino sentimentale: «è così si va avanti», «il giorno è complice fino alla fine dei conti», «Vorrei essere una rugiada di sangue», «Sono certo, siamo l’uno la proposta dell’altra», «Perché ti amo?», «Non sono stato tradito», «Insomma si tira avanti non ho grilli per la testa, io», «Ormai è un furto ogni prospettiva di fuga». O anche, come già nelle due raccolte precedenti, luogo della metafora con referente atmosferico, in odore di petrarchismo: «Ormai l’alba crolla e il cielo si / dissangua in feroci miraggi», «è un verde chiaro lo sfondo di questo giorno», «anche la luna è solo un cristallo da spazzare questa notte», col programma «avrà a che fare con le previsioni del tempo». L’azzardo critico è individuare proprio nei versi in clausola un ritorno alla coincidenza (eventuale e falsificabile) tra l’io narrante e lo scrittore. A quest’altezza la “ricaduta” di Cattaneo nella lirica – ma è l’insolita compresenza di questo aspetto e della prosasticità e narratività a renderlo un unicum.

 

Bibliografia

Roberto Batisti, Simone Cattaneo: ‘Anche la gravità mi sembra uno scherzo di cattivo gusto’

Flavio Santi, Poesie scelte di Simone Cattaneo (1974-2009) Il maledettismo del poeta nella società affluente, a cura di Flavio Almerighi

La fine dell’opera comune. Simone Cattaneo, «Atelier», XVII, 67, settembre 2012, in ordine cronologico:

Federico Italiano, Una poesia che dia fastidio, rec. a Nome e soprannome, «Atelier», VII, 26, giugno 2002, pp. 104-105.

Flavio Santi, rec. a Nome e soprannome, «L’Immaginazione», 186 (2002), pp. 27-28.

Riccardo Ielmini, Il mondo è fiction della peggior specie, rec. a Made in Italy, «La clessidra», 15, 1, maggio 2009, pp. 85-88.

 

Immagine: Luna crescente nell’orizzonte nuvoloso orientale, visibile attraverso i rami degli alberi

 

Crediti immagine: Abhranil Kundu / CC BY-SA (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0)

 

 

 


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