07 luglio 2020

Reggio Emilia, 7 luglio 1960: Noi la farem vendetta

 

Le scarse conoscenze storiche mediamente dimostrate dagli italiani (non solo dai più giovani, come a volte si tende a credere) sono senza dubbio un problema enorme, un ostacolo alla reale esistenza di una cittadinanza consapevole. La tendenza attuale a considerare lo studio della storia tra le attività inutili perché non immediatamente spendibili (come si dice adoperando un’espressione di rara grettezza) rivela se non altro – ammettendo per ipotesi la buona fede di chi se ne fa interprete – grande superficialità. La mancata dimestichezza con il passato anche recente, tra gli altri danni che fa, apre facilmente la strada a rigurgiti di fanatismi che si potevano sperare superati e che invece, proprio perché dimenticati nei loro effetti catastrofici, possono essere tranquillamente ripresentati come basi di progetti politici. Ogni occasione per esercitare la pratica della memoria è quindi da cogliere; è però fondamentale evitare quella facile retorica sentimentale che troppo spesso caratterizza le rievocazioni proposte dai mezzi di comunicazione di massa, il cui effetto, quando va bene, è provocare un interesse (e se del caso uno scampolo di facile sdegno) che dura i pochi istanti necessari a far sì che l’attenzione venga catturata da qualcos’altro.

 

Il governo Tambroni, la polizia, la folla

 

Tra gli eventi di cui è opportuno rinnovare la memoria c’è un fatto sinistro, sconosciuto alla larghissima maggioranza degli italiani. Esattamente sessant’anni fa, il 7 luglio 1960, in una delle molte manifestazioni che in quel periodo venivano organizzate contro il governo Tambroni, che si era mostrato in più occasioni autoritario e incline a favorire metodi violenti nella gestione dell’ordine pubblico, a Reggio Emilia la polizia e i carabinieri senza alcun reale motivo caricarono la folla, e successivamente spararono sui manifestanti, uccidendone cinque e ferendone altri sedici. A chi volesse recuperare un tassello della storia d’Italia meno remoto di quanto potrebbe sembrare – basti pensare agli indegni eventi della caserma di Bolzaneto, da cui non sono ancora passati vent’anni – si consiglia la lettura di un non convenzionale libro di Paolo Nori, Noi la farem vendetta (Milano, Feltrinelli, 2006). Il titolo riprende un verso di Figli dell’officina, una canzone il cui testo è stato scritto nel 1921 dagli anarchici Giuseppe Raf­faelli e Giuseppe Del Freo, e che poi è stata fatta propria dai partigiani rossi; se ne possono recuperare facilmente in rete le belle versioni di Giovanna Marini e dei Modena City Ramblers. Su di essa questo è il giudizio del narratore: «Quando ha sentito il testo [...] mia mamma mi ricordo mi ha detto Ma questa è una canzone del passato, e a me mi ricordo m’è venuto da dirle No, è del futuro» (p. 178).

 

La Storia, le storie

 

Nori è un romanziere (molto sui generis, tra l’altro), non uno storico: inutile dire che in Noi la farem vendetta il lettore troverà qualcosa di diverso da un saggio o una cronaca. In particolare, potrebbe rimanere spiazzato (ma lo si invita a tenere la mente aperta) chi si attendesse un discorso sistematico e lineare. È lo stesso autore, d’altronde, a chiarire onestamente la natura della sua operazione: «questo non è un lavoro scientifico, non è un lavoro che va avanti sicuri di non sbagliare neanche una parola, non è un lavoro che si procede dal certo verso l’incerto, non è un lavoro che trasforma il disordine in ordine, questo è un lavoro che ogni parola viene il dubbio che sia una parola sbagliata, è un lavoro che dall’incerto si procede verso l’incerto, è un lavoro che da un disordine precedente si genera un nuovo disordine» (p. 19).

Costruito su una lunga serie di “lasse” brevi e brevissime (a volte persino di una sola riga), per cui anche visivamente la sensazione generale è di caoticità, il testo alterna brani in cui si parla non tanto dei fatti di Reggio Emilia quanto dei loro prodromi (fondamentali per dar conto del clima plumbeo di allora) con altri in cui trovano luogo pensieri di vario genere della voce narrante, simili nel tono e nelle dinamiche mentali a quelli presenti in tutti i libri di Nori, spesso bizzarri o francamente comici.

Il tono ironico e svagato di molte pagine permette tra l’altro all’autore di trattare il ricorrente tema della paternità in modo non stucchevole (i bambini in letteratura sono pericolosissimi: metterli al centro della scena comporta ai nostri giorni il rischio di imporre al lettore svenevolezze insopportabili). Ecco come viene rappresentato il primo sguardo posato sulla figlia: «Poi un’altra cosa strana che quando l’ho vista venire fuori, in sala parto, io mi ricordo la prima cosa che ho pensato Merda, ho pensato, è uguale a me» (pp. 63-64).

La scelta di mescolare aspetti così diversi potrebbe essere considerata da qualcuno inopportuna, perché irrispettosa nei confronti di una tragedia; ma risponde certamente a una precisa visione, tutt’altro che irresponsabile. L’idea che regge un libro come questo è la compresenza e la corrispondenza ideale tra la grande storia e la vita quotidiana di ogni singola persona: i fatti che entrano negli annali non nascono dal nulla, ma emergono dall’infinita varietà di accidenti – in massima parte semplici e per nulla memorabili in senso assoluto, ma importantissimi per chi li vive – che capitano ogni giorno a ciascuno. Togliere sacralità alla storia con la s maiuscola è sempre un ottimo modo per predisporsi a comprenderla appieno.

Nori è poi un convinto assertore di una condivisibilissima idea di letteratura come pratica ben diversa dalle scritture di inchiesta, saggistiche o giornalistiche che siano (la confusione tra i due piani ha causato non pochi danni alla narrativa italiana degli ultimi quindici anni), ed arriva alla provocatoria rivendicazione della scrittura come modo di comunicare con i morti: «Io se non avessi avuto i miei morti, mi son sentito dire, mio nonno, mia nonna, mio babbo, io probabilmente non avrei mai scritto niente e i libri che piacciono a me secondo me sono scritti per della gente che sa già tutto, non per informare, per informare, per i vivi, ci sono i giornali, i telegiornali, i radiogiornali, i romanzi, mi sembra, son per i morti, e io ormai più passa il tempo anche nei vivi, anche in me, mi son sentito dire, io apprezzo la parte morta, di me, la mia mortalità, non la mia vitalità» (p. 69).

Scrivere per i morti non vuol dire, come a prima vista si potrebbe ingenuamente pensare, prendere toni oracolari. Tutt’altro: la prosa di Nori si rivela essere quanto di meno enfatico si possa immaginare, impostata com’è, costantemente, su di un registro colloquiale che fa della sprezzatura la sua cifra distintiva. Le sezioni di Noi la farem vendetta dedicate alla rievocazione storico-politica sono sistematicamente condotte con estrema asciuttezza, e anche con un senso di pudore verso certe parole, in sé nobilissime, che rischiano di risultare logorate da troppi usi corrivi (come di questi tempi capita assai spesso): «Tra la fine degli anni ottanta e l’inizio degli anni novanta la parola antifascismo e la parola resistenza sembravan due parole cariche di retorica e vuote di significato. Forse per via che di resistenza e di antifascismo, da un certo momento in poi, si sentiva parlare solo in discorsi ufficiali e uno quando sente un discorso ufficiale gli vien l’impressione che valga la legge formalizzata dal matematico e logico Aleksandr Zinov’ev, legge che dice che tutto quel che è ufficiale, è falso. Dopo poi questi ultimi dieci anni nei discorsi ufficiali nessuno ne parla più, è come se avessero riacquisito verità e significato, la parola antifascismo e la parola resistenza» (p. 31).

 

La lingua prima di tutto

 

L’ultima citazione è utile ad introdurre un rilievo che è impossibile omettere affrontando questo testo (ma in realtà il discorso vale per qualsiasi libro di Nori): la lingua si rivela un aspetto di primaria importanza. È sempre vigile lo sguardo sui più vari usi linguistici (scritti e orali), interpretati come diretti riflessi di modi di stare al mondo. Sono frequenti le notazioni metalinguistiche, in cui il narratore sfoga le proprie idiosincrasie per le frasi fatte, gli stereotipi, le formule che servono a fare scena ma che nascondono il vuoto: «Adesso per esempio è un periodo che tutti dicono che internet è una cosa molto democratica» (p. 57); «Che anche questo modo di dire, realtà virtuale, io non so, a me continua a piacere la realtà reale» (p. 78); «La rielaborazione del lutto. E va be’, queste espressioni alla moda, tipiche del modo di parlare dei vicesindaci, portiamo pazienza, vien da pensare» (p. 90).

In passi come quelli appena citati è evidente un intento ludico; ma la segnalazione di aberrazioni linguistiche può essere impiegata anche come efficace strumento per veicolare il giudizio politico. Si legga questo passo: «L’onorevole Tambroni appartiene a quella borghesia maschia e virile che si affaccia sui problemi sociali e politici senza infingimenti, ma soprattutto senza paura. E un lavoratore efficiente e metodico in un mondo di pigri, un solutore di problemi legislativi, un difensore strenuo e implacabile di quella invalicabile linea che distingue la nostra etica politica dal marxismo dell’estrema sinistra» (p. 86). Il titolo del paragrafetto è Fernando Tambroni secondo il suo ufficio stampa; in effetti, non si tratta di una parodia perpetrata da Nori, ma, per incredibile che possa apparire, della scheda diffusa dai collaboratori del politico democristiano in occasione del suo incarico di Primo ministro. Molto più che qualsiasi commento esterno, magari di tono indignato, far emergere le caratteristiche deteriori di una persona o di un ambiente attraverso la nuda citazione delle parole che ne provengono è la strategia più efficace. Nella fattispecie saltano agli occhi la tracotanza fascistoide e l’adesione incondizionata a pseudovalori tradizionali (come la virilità): una manifestazione minore e fuori tempo massimo della «burbanzosa filossera pseudo d’annunziana» che per decenni ha infestato l’Italia (l’icastica definizione è frutto dell’inventiva di Carlo Emilio Gadda).

Sia concessa una parentesi attualizzante. Impressiona oggi leggere un passo come questo: «Assembramento per le leggi italiane dell’epoca è una riunione non autorizzata di più di tre persone» (p. 143). Veniamo da mesi in cui assembramento è stato uno dei sostantivi che è toccato più volte leggere e ascoltare. È utile ricordare che in effetti si tratta di un termine fino a marzo 2020 inesistente nel parlato comune, che di fatto allignava solo nei verbali di polizia (o al più in certi articoli giornalistici delle pagine della cronaca): sull’opportunità di introdurre nel linguaggio di tutti gli italiani (per non pochi dei quali peraltro si è mutato in assemblamento) un termine di schietta marca questurinesca ognuno tragga le conclusioni che ritiene opportune.

Nel libro si ragiona tra l’altro sulla categoria dei semicolti (sulla scorta di un fortunato manuale di Francesco Bruni), mettendone in luce più che i limiti le risorse: «quando parlano e scrivono in italiano usano una lingua che ce l’han solo loro, è come se la creassero lì, sul posto, è come se dovessero, ogni frase che dicono, fare lo sforzo che bisogna fare per scrivere un romanzo, è come se ogni parola che dicono fossero consapevoli del fatto che ogni parola forse è una parola che non va bene» (p. 125; sul senso di inadeguatezza come innesco della creazione letteraria sono basate non poche delle migliori pagine dei romanzi di Nori).

Interessante in particolare questa affermazione: «quando girano bene, le frasi dei semicolti ricordano l’ottava in particolare l’ottava dell’Ariosto» (p. 127). È una chiave di lettura della stessa scrittura di Nori, tutta rivolta a rendere il tono dell’oralità – come si vede chiaramente nelle frequenti letture pubbliche, è evidente che le sue pagine sono concepite per funzionare al meglio a voce –, ma senza rinunciare a una componente colta, nascosta ma ben presente.

 

L’Orlando Furioso e l’Irma

 

Un’idea precisa dello stile di Noi la farem vendetta si può ricavare dalle citazioni prodotte in precedenza, a cui per concludere se ne aggiungerà una, che mostra bene la capacità di dar vita a flussi discorsivi di studiata noncuranza: «Io delle volte a mia figlia quando posso che siamo io e lei da soli le leggo l’Orlando Furioso. Ne ho un’edizione dell’Hoepli, piccola, me la porto sempre con me e quando posso che non c’è nessuno intorno, che se ci fosse qualcuno intorno si potrebbe pensare che è un fatto di esibizione e l’esibizione anche se non c’è è comunque una cosa che dà fastidio che non si può fare niente, quando c’è intorno l’esibizione, quando siamo io e l’Irma da soli che siamo tranquilli dopo magari che abbiamo giocato che le ho fatto paura, all’Irma le piace moltissimo quando le faccio paura è bellissima, quando scoppia a ridere dopo che le ho fatto paura, io appena possiamo le leggo l’Orlando Furioso. A lei subito piace, però si stanca abbastanza presto, di solito» (p. 129). In passi come questo è evidente che la tendenziale abolizione (più che violazione) della sintassi funziona perfettamente perché c’è dietro un lavoro di costruzione accortissimo, anche maggiore di quello necessario ad allestire un periodo ipotattico di stampo tradizionale. Grazie a questo lavoro, le frasi «girano bene» e dànno la sensazione di essere generate quasi automaticamente. Come sempre in letteratura, la naturalezza è il più complesso degli artifici.

 

 

Immagine: Un momento degli scontri avvenuti a Genova, 1960

 

 


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