06 agosto 2020

Il nuovo filologo digitale

A proposito di Che cos’è un’edizione scientifica digitale? di Tiziana Mancinelli ed Elena Pierazzo

 

Che cos’è un’edizione scientifica digitale di Tiziana Mancinelli ed Elena Pierazzo (Carocci editore, 2020, pp. 128) è un volume breve quanto denso, non un manuale d’uso, ma un viaggio nelle geografie della metodologia delle nuove prassi ecdotiche che si sono sviluppate in ambiente digitale.

Il libro descrive il panorama editoriale digitale internazionale e italiano a partire dalle prime esperienze della disciplina («la storia delle edizioni scientifiche digitali appare multiforme e disorganica soprattutto nelle sue fasi iniziali», p. 31) e avvicina il lettore a un mondo nuovo: lo indirizza verso la comprensione e l’interpretazione degli strumenti, presentando esempi concreti di edizione scientifica digitale; indica i presupposti necessari, descrive le tecniche e le opportunità offerte, lo mette in guardia sui limiti («il fatto che l’accesso agli strumenti della ricerca sia limitato da fattori economici – che spesso si traducono anche in fattori di anzianità – rende la creazione di risorse digitali sofisticate, belle e innovative, non etica, soprattutto perché esistono poche alternative a questo modello di creazione»); lo stimola sulle sfide possibili nei prossimi anni e lo informa dei meriti (della filologia digitale, diversa dalla filologia digitalizzata, e ancora da quella computazionale).

La tesi del libro è, ovviamente, che «il digitale abbia una funzione trasformativa sia sul metodo di produrre l’edizione, sia sul modo in cui questa viene utilizzata» (p. 9).

La trattazione è seguita da un glossario che raccoglie il vocabolario tecnico specialistico, «allo scopo di aiutare il lettore a familiarizzare con termini e concetti che potrebbero risultare alieni al principio; i termini presenti nel glossario sono segnalati alla prima occorrenza da un asterisco» (p. 18). Il glossario è seguito poi da una bibliografia e una sitografia che rimandano a progetti e stato dell’arte, tutto racchiuso in poco più di un centinaio di pagine che, con chiarezza, presentano il problema a un pubblico variegato: un volume utile, infatti, per lo studente di filologia, ma anche per il filologo che voglia conoscere le trasformazioni che hanno interessato e interessano la disciplina e hanno dato vita alle edizioni digitali frutto di scelte tecnologiche ben precise e mai neutre.

 

Le autrici sono attive nella comunità scientifica internazionale dell’editoria scientifica digitale da molto tempo. Di Elena Pierazzo sono lavori come: La codifica dei testi: un’introduzione, pubblicato nel 2005 (sempre per Carocci) e Digital Scholarly Editing: Theories, Models and Methods, del 2015. Tiziana Mancinelli ha partecipato e partecipa a progetti di respiro internazionale di Informatica Umanistica come esperta nella modellizzazione di edizioni (Magica Levantina, sull’edizione di testi magici antichi in greco, e attualmente Biflow, un progetto ERC che comprende la realizzazione dell’edizione scientifica digitale del manoscritto del Quattordicesimo secolo di Francesco da Barberino). A loro abbiamo posto alcune domande.

 

Quali sono le caratteristiche che deve possedere (e possiede) il filologo digitale?

Curiosità e apertura: il filologo digitale è qualcuno che non solo è disponibile a provare le nuove tecnologie senza pregiudizi, ma è anche disponibile a ripensare il proprio lavoro, il testo e gli obiettivi sotto una nuova luce epistemologica. Detto questo, un filologo digitale è innanzitutto un filologo, e cioè qualcuno che ha una profonda conoscenza dei fatti testuali, materiali ed ecdotici, ma che usa il computer e l’informatica per meglio comprendere e rappresentare questi fatti. Un filologo digitale ha quindi la competenza e la capacità di formalizzare ed elaborare modelli di rappresentazione testuale e creare spazi di comunicazione e interconnessione fra campi disciplinari differenti.

 

Progetti virtuosi: qualche esempio (e quali vantaggi?).

Per prima cosa bisognerebbe chiedersi che cosa vuol dire “virtuoso”: da un punto di visto informatico umanistico un progetto virtuoso non è solamente bello e utile, ma è un progetto che dura nel tempo, che non perde di funzionalità e che è capace di diventare un punto di riferimento per una comunità scientifica, vale a dire che può essere citato. In questo senso, esistono un certo numero di edizioni che rispondono a questi criteri, e sono quei progetti che hanno adottato standard internazionali, tecnologie durevoli e aperte. Possiamo qui nominare, per esempio, il Walt Whitman Archive, in linea dal 1996, o anche Inscriptions of Aphrodisias, online dal 2004: entrambi sono progetti che sono invecchiati bene, mantenendo la citabilità del contenuto e le funzionalità del sito. Questo risultato è stato ottenuto con una saggia utilizzazione degli standard internazionali (TEI in primis) e anche di una politica editoriale che riconosce nella longevità un valore a scapito anche dell’adozione dell’ultima tecnologia alla moda.

 

Qual è il panorama italiano (e italianeggiante)?

A partire da padre Busa, pioniere di questo campo disciplinare, la ricerca in ambito italiano è stata caratterizzata da un interesse profondo sia per la sperimentazione pratica sia per ciò che riguarda la riflessione teorica. Molti sono stati i progetti prodotti dall’avvento del Web negli anni Novanta ma, purtroppo, spesso non sono più consultabili o accessibili perché non più mantenuti e quindi soggetti a obsolescenza. Ciò nonostante si dispone di una copiosa quantità di risorse e lavori digitali che giacciono inutilizzati in hardware privati o di alcune istituzioni che li hanno ospitati per un periodo iniziale senza valorizzarne il lavoro scientifico e con un piano a lungo termine di preservazione. Proprio in questi anni, le biblioteche digitali hanno avuto uno spazio importante: un esempio, il progetto della Biblioteca italiana pubblicato nel 2007, gestito e mantenuto dal CiBit – Centro interuniversitario Biblioteca italiana telematica, presso l'Università di Roma "La Sapienza". Questo è un progetto utilizzato da molti ricercatori e studenti e comprende più di 1600 opere, della tradizione culturale e letteraria italiana dal Medioevo al Novecento. Le edizioni e gli archivi digitali sono spesso monografici e sono realizzati sulla base di interessi strettamente legati a un gruppo di ricerca e/o individuali. Nonostante lo standard TEI venga adottato da molti progetti editoriali, troviamo una varietà nelle tecnologie utilizzate e nei contenuti affrontati. Per fare qualche esempio, il progetto Le lettere di Vespasiano da Bisticci che utilizza il framework RDF per aumentare in modo semantico la conoscenza oppure per le edizioni come il Codice Pelavicino dove il risultato ha prodotto anche software open source che permette di essere riutilizzato per la fase di visualizzazione e pubblicazione di un’edizione digitale.

 

Come si insegna e come si dovrebbe insegnare la filologia digitale? Quali esperienze consigliereste a uno studente che voglia iniziare a prendere confidenza con la disciplina?

La filologia digitale si insegna mostrando agli studenti che prima di tutto non esiste una separazione fra l’analisi filologica e la formalizzazione informatica: il lavoro ecdotico procede di pari passo con la sua formalizzazione. La didattica della filologia in realtà è molto simile a quelle dell’informatica: a solide basi teoriche si affiancano ore di pratica sui testi, sui facsimili e, nel nostro caso, sul computer che serve a registrare, classificare e organizzare i fatti riscontrati sui documenti. Il digitale non è quindi uno “strato” di lavoro che si somma al lavoro filologico propriamente detto, ma diventa una forma mentis che permea e struttura in modo originale il lavoro del filologo. Per cominciare, il modo migliore è quello di prendere confidenza con i linguaggi di rappresentazione testuale, XML e HTML, per esempio: ci sono molti corsi in presenza ma anche diversi corsi online, molti dei quali liberamente disponibili, che accompagnano passo passo alla scoperta delle potenzialità dello strumento informatico che è in realtà molto più abbordabile di quanto non si creda. Di fatto i filologi sono particolarmente adatti all’apprendimento dell’informatica, visto che lo stesso tipo di ragionamento e di modo di pensare si applica sia alla ricostruzione della trasmissione del testo che alla formalizzazione della stessa grazie allo strumento informatico. Altro consiglio: iscriversi a una o più mailing list specifiche per l’informatica umanistica, e quindi aggregarsi a una comunità scientifica che può dare consigli e supporto e soprattutto non avere paura a chiedere aiuto quando ci si blocca davanti a un ostacolo: a volte basta una piccolissima spinta per rimettersi in carreggiata.

 

Edizioni digitali, strumenti etici, rapporto coi giovani: edizioni haute couture, edizioni prêt-à-porter? (Riprendo, ovviamente, il titolo di un articolo della professoressa Elena Pierazzo) Qual è la situazione oggi?

Gli strumenti di pubblicazione delle edizioni digitali facilmente utilizzabili e a costo ridotto sono troppo scarsi. Uno dei migliori prodotti in questo senso, EVT, è stato sviluppato proprio in Italia, da Roberto Rosselli Del Turco e dalla sua équipe di giovani ricercatori volontari, ma non esistono ancora degli spazi di pubblicazione, vale a dire, una volta che un giovane (o meno) ricercatore ha prodotto la sua edizione digitale sul proprio computer, che cosa succede? Dove lo posiziona? Su quale server e per quanto tempo? Ancora oggi non esistono praticamente case editrici che offrano questo tipo di supporto, nemmeno le case editrici universitarie, che per vocazione dovrebbero prendere questa sfida. In Francia esistono un paio di realtà che cercano di andare in questa direzione, come Open Edition, per esempio, oppure le Presses Universitaires di Caen, in Normandia, ma anche qui il percorso non è pacifico né completamente libero. Esiste certamente la possibilità di pubblicare la propria edizione su uno spazio hosting commerciale a costi oggimai ridotti, ma questo tipo di scelta danneggia le credenziali accademiche dell’edizione stessa che potrebbe essere percepita come un prodotto non approvato scientificamente dai pari (peer review).

 

Immagine: Der Mensch bezwingt den Kosmos

 

Crediti immagine: Fritz EiselFlorian Schäffer / CC BY-SA (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0)


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