17 agosto 2020

La nuova stagione di Silvia Ballestra

Marche, dialetto e italiano dalla terra che sgroppa

 

Le Marche del Sud sono uno spicchio del Centro Italia non abituato alle luci della ribalta. Affacciato sul verde smosso dell’Adriatico, l’ocra dei calanchi come rughe del paesaggio, il Piceno è conservato dall’abbraccio roccioso dei Monti Sibillini, che corrono lungo il confine con l’Umbria e col Lazio. A queste terre sono legati, attraverso tortuosi percorsi biografici e affettivi, tanti che la vita ha portato altrove, ma i cui occhi s’illuminano se sentono nominare i luoghi del cuore, dove magari si torna per l’estate: Ascoli, la Riviera delle Palme, Offida, Castignano, Ripatransone, Cupra. Borghi alto-medievali costellati di chiesette romaniche e insospettabili opere d’arte, alternati a cittadine sulla costa, alcune col volto un po’ anonimo del boom edilizio. Poi c’è chi, nato nel Piceno, si è guadagnato un posto nei libri di storia, favorendo la diffusione insieme al proprio nome anche dei toponimi di questi luoghi. Grottammare, ad esempio, ha dato i natali a Sisto V, papa di umili origini e tra i più severi riordinatori del Cinquecento controriformista (sarebbe curioso sentire il parere dei romani dell’epoca, che pure beneficiarono di profondi ed efficaci interventi urbanistici: secondo la vulgata, infatti, il detto «è meglio un morto in casa che un marchigiano fuori dalla porta» si sarebbe diffuso in città proprio in quell’epoca, grazie ai fedeli esattori che Sisto si era portato dalla sua regione), e quasi mezzo secolo dopo all’artista Pericle Fazzini, il cui bronzo magmatico della Resurrezione è una presenza familiare alle spalle dei papi di oggi, durante le udienze in Sala Nervi.

 

Ballestra e Pierantozzi

 

Parliamo, insomma, di luoghi che vivono tuttora un equilibrio contraddittorio: familiari a moltissimi, ma fondamentalmente ancora appartati e attenti a proteggere la loro intimità col cipiglio un po’ schivo di quelle parti. Proprio per questo, è una circostanza quantomeno curiosa che nel giro di pochi mesi le Marche meridionali si siano ritrovate protagoniste di due romanzi rivolti al grande pubblico: La nuova stagione di Silvia Ballestra (Bompiani), uscito per primo, è stato accolto molto positivamente dalla critica, entrando anche nella decina del Premio Strega; Alcide Pierantozzi invece ha pubblicato L’inconveniente di essere amati (Bompiani) subito prima delle chiusure della pandemia. Entrambi nati e cresciuti nel Piceno, sia Ballestra sia Pierantozzi hanno proseguito la loro carriera professionale a Milano. La prima, per cui non si spenderebbe invano l’etichetta − tanto invidiata quanto scomoda − di scrittrice affermata, aveva già raccontato in libri importanti la società paradossale della provincia adriatica, con occhio attento soprattutto alla scena delle controculture, ma puntando l’attenzione sui giovani punk-rock della zona pescarese (Compleanno dell’Iguana, La guerra degli Antò) o sulla San Benedetto del Tronto degli anni Settanta-Ottanta, scossa prima dalle lotte degli anni di piombo e poi dal dilagare dell’eroina (I giorni della rotonda). Nella Nuova stagione, invece, l’autrice è mossa dalla «volontà di cura, di protezione, di conoscenza» (p. 9) dei propri luoghi, scaturita in lei come in tanti marchigiani sparsi per l’Italia e il mondo dall’aver assistito con inevitabile impotenza ai sismi del 2016 e alla successiva ondata di freddo del 2017 (il cui culmine tragico è stata la valanga di Rigopiano), tragedie che hanno ferito posti abituati alle difficoltà, alla terra che sgroppa, ma infragiliti fino allo stremo dal concentrarsi delle sventure in così breve tempo: stavolta Ballestra si cala dritta nella realtà odierna delle campagne marchigiane stese fra i Sibillini e la costa, che cercano una qualche sorta di nuova identità all’interno di una fase tardo-post-mezzadrile, a cui l’abbondanza di suffissi non dona maggior chiarezza, soprattutto agli occhi di chi la vive. Pierantozzi appartiene a una generazione più giovane (è del 1985), ha alle spalle già tre romanzi (dopo l’esordio precoce con Uno in diviso, 2006, sono seguiti L’uomo e il suo amore e Ivan il Terribile) e torna a scrivere dopo un silenzio editoriale che l’ha riavvicinato, anche fisicamente, ai suoi luoghi d’origine. Al centro dell’Inconveniente di essere amati c’è, come diremo, una vicenda simile alla sua: il protagonista lascia la vita milanese, turbata da una crisi sentimentale e professionale, per tornare a vivere in una casa di famiglia vicina a San Benedetto, dove riannoderà in breve tempo relazioni vecchie e nuove con la gente di provincia.

 

Nelle prossime righe proveremo ad entrare in questi due libri, scegliendo come punto d’osservazione il modo in cui gli autori rappresentano il dialetto e l’italiano regionale parlati in quelle zone. Questo aspetto, infatti, può fare da cartina al tornasole sulla qualità di sguardo rivolto dai due autori alla loro provincia d’origine, e su un atteggiamento che – come vedremo – è per molti versi agli antipodi.

 

Marche: una regione al plurale, anche linguisticamente

 

Dice l’adagio, sfruttato abbondantemente dalle agenzie turistiche, che non per caso le Marche sono l’unica regione italiana il cui nome è declinato al plurale (in passato c’erano anche gli Abruzzi e le Puglie, in realtà, ma è vero che queste varianti non sono più ufficiali). L’implicito è la ricchissima diversità naturale e culturale che il territorio marchigiano ospita sia in latitudine (le province del nord, Ancona e soprattutto Pesaro-Urbino, sono proiettate verso la Romagna e l’Italia settentrionale; il Piceno, al contrario, è saldamente nella sfera centro-meridionale e risente di molte influenze abruzzesi) sia in longitudine, dove si passa dal Monte Vettore, la seconda cima più alta degli Appennini, al litorale basso e sabbioso dell’Adriatico centrale. Altrettanto ricca e complessa è la graduazione linguistica e dialettale della regione: anche grazie all’influenza subita nei secoli passati da Roma, da Venezia sul litorale, e dall’abruzzese, nei dialetti marchigiani troviamo mescolate caratteristiche comuni alle aree limitrofe, come la Romagna, la Toscana, l’Umbria, oltre per l’appunto al Lazio e all’Abruzzo. Al punto tale che, secondo alcuni studiosi, le Marche potrebbero essere il laboratorio per ridisegnare in modo meno schematico due isoglosse sacre della dialettologia italiana, ovvero la Roma-Ancona e la La Spezia-Rimini (cfr. Balducci 2002: 479). Proprio Balducci 2002 fornisce un preziosissimo quadro generale sui dialetti della regione, cui rimandiamo per la bibliografia, insieme all’utile voce sui dialetti umbro-marchigiani dell’Enciclopedia dell’italiano.

 

Ma qui ci interessano soprattutto i dialetti delle Marche meridionali (alcuni studi: Vignuzzi 1975, Franceschi 1993, Balducci 1993) e in particolare gli aso-truentini (descritti nel fondamentale Dizionario di Egidi 1965), cioè compresi tra il fiume Tronto a sud (sulla cui foce, dal lato dell’attuale Abruzzo, sorgeva l’antica Truentum, nucleo originario dell’odierna San Benedetto del Tronto) e il fiume Aso al nord. Pare che la cadenza locale, ben più aspra nei suoni rispetto a quel maceratese che nella vulgata rappresenta lo stereotipo della (rozza) parlata marchigiana, avesse colpito anche il premio Nobel André Gide: dopo aver visitato San Benedetto, scrisse nei suoi diari di un dialetto molto diverso dai contermini, degno di adusti corsari venuti dal sud. Riformulando con minor anelito esotico: Gide aveva notato l’influenza molto più spiccata sui dialetti aso-truentini delle varietà romanze centro-meridionali.

 

Com’è avvenuto da tempo in quasi tutta Italia, quando diciamo “dialetto” parliamo, ovviamente, di una lingua minoritaria e coesistente, anche negli strati più anziani della popolazione, con la conoscenza almeno elementare dell’italiano. Minoritaria non significa, però, meno viva: un altro tratto comune a tutto il nostro territorio, infatti, è il ricorso al dialetto nei momenti in cui abbiamo bisogno di maggior espressività, come quando ci arrabbiamo, o prendiamo in giro qualcuno, o raccontiamo una barzelletta. Anche se riservato ad ambiti limitati, quindi, il dialetto continua ad essere un elemento fondamentale dell’identità locale, come dimostra il grande successo di gruppi Facebook (come questo) che, sempre sul filo sottile tra la parodia e l’orgoglio, lanciano quotidianamente post e meme. Senza dimenticare la convivenza con quella forma di compromesso tra parlate locali e italiano che chiamiamo italiano regionale.

 

Andiamo a cercare, allora, se e come questa parlata da adusti corsari è entrata nei libri di Ballestra e Pierantozzi.

 

Ciò che rimane de lu patrò

 

Le protagoniste della Nuova stagione sono le sorelle Gentili, Olga e Nadia, proprietarie insieme alla madre Liliana di alcune terre in Val Feronia: dietro il nome fittizio (Feronia era una dea della fertilità il cui culto era molto diffuso tra i popoli italici del Centro) è probabile riconoscere, grazie alle descrizioni del paesaggio e ad alcuni riferimenti, o la Valdaso o la zona che a partire da Cupra Marittima risale verso l’entroterra. Le Gentili decidono di vendere i loro terreni e, per farlo, sono costrette ad attraversare trattative e incontri, dai risvolti spesso grotteschi, con imprenditori ex mezzadrili o ambigui mediatori locali. Le vicende dalla vendita, e il tentativo di congedarsi dalle terre di famiglia, le costringono ad affrontare il tessuto profondo del loro legame con quella zona. Che, come spesso accade, si rivela un nugolo stretto di nostalgie e dispiaceri, rabbie e dipendenza.

 

In un’intervista all’Espresso, Ballestra ha descritto così la sua regione: «Le Marche sono surreali, qui tutto prende una curvatura comica, dissacrata e dissacrante. C’è autoironia, consapevolezza dell’assurdo, i marchigiani non credono in nulla». La sfida stava proprio nel dare un corollario stilistico a questo modo di essere. Per riuscirci, Ballestra ha prima di tutto confermato le qualità dei suoi libri precedenti. Da scrittrice ormai navigata, sa premere bene i pedali di uno stile frizzante ma capace sempre di fermarsi prima del virtuosismo e sul bilico della metafora; la sua ironia, come un diaframma costante, non ha bisogno di effetti speciali, ma si esprime con costanza minuta, distillando ogni scelta lessicale. Chi ne voglia un esempio può leggersi la gustosa parodia di un bucolico idillio d’amore, quando Olga s’innamora di un attore iperintellettuale ad un festival e i due decidono di sollazzarsi fra prati e casolari della collina marchigiana (pp. 81-82): al lessico da indefinito e vago leopardiano, che evoca i silenzi punteggiati di stelle della campagna, fa da contraltare l’improbabile e rumorosa performance di un gruppo inglese di teatro sperimentale.

 

Il punto di forza del romanzo sta proprio nell’approccio disincantato ma intenso: pur essendo un atto d’amore per le radici, La nuova stagione è per dichiarazione stessa dell’autrice un racconto che abbatte la visione romantica del mondo contadino, insieme a qualsiasi retaggio del mito del buon selvaggio. Consegnando il ruolo del narratore alla cugina di Olga e Nadia, Ballestra può mescidare digressioni storiche e descrizioni naturali, affidate alla voce narrante, con spietate ironie, affidate invece ai discorsi diretti o ai brani in cui prevale la focalizzazione interna. Proprio in queste occasioni l’autrice concentra gli inserimenti dialettali.

 

Nei dialoghi delle sorelle Gentili entra infatti, seppur in modo localizzato, una fonetica marcatamente locale. Ciò avviene, coerentemente con le condizioni d’uso del dialetto di cui dicevamo prima, quando Olga e Nadia sono adirate o sardoniche (spesso, viste le loro disavventure, entrambe le cose) e dunque più espressive. Ad esempio, mentre osservano uno dei manager di una multinazionale con cui sono in trattativa per la vendita dei terreni, che si allontana tronfio sul suo suv, in compagnia di una ragazza avvenente:

 

«“Questo ci fa magnà la polvere,” disse Olga. Lo videro scomparire dietro una curva, in un lampo. E Nadia, facendo la voce marchigiana: “E quella da ndo’ scappa, da uno de li frigoriferi de sotto?” E Olga: “O da lu Top Club jò lo svincolo? ’Sti patroni nuovi non se fa mancà gnente.”» (p. 135)

 

Il code switching, esplicitato dalla voce narrante, sdogana forme più genericamente mediane, come ndo’, che è anche in romanesco, o la preposizione de con mancata chiusura della voce protonica, o ancora l’articolo forte plurale li, l’apocope sillabica nell’infinito mancà, l’aferesi in ’sti; ma anche forme molto più marcate come l’articolo maschile lu, jò (‘giù’, con iod iniziale, tratto tipico dei dialetti centro-meridionali), gnente.

In un altro momento, mentre le protagoniste cicalecciano e irridono le pagine social di alcuni conoscenti, fa capolino il sempiterno sci, oh!, con la palatalizzazione marchigiana della sibilante nell’avverbio affermativo («“Stai guardando le foto di come degustano sigari e cognac in crociera?” […] “Sci, oh! Ammazza come si pavoneggiano”», p. 120). L’intercalare è talmente leggendario nell’identità locale che qualcuno, per un periodo, ne ha fatto un marketing, tra gruppi Facebook e corollario di vendite in forma di maglietta con stampa.

 

Un altro passo molto interessante, che mostra l’arguzia con cui Ballestra rappresenta senza facili schemi ideologici le figure sociali della Val Feronia (e quanto siano importanti le tessere dialettali in questa rappresentazione), è una telefonata di Olga con il figlio di un vecchio mezzadro dei Gentili, lu Coccione, ormai più che emancipato. Olga usa l’espressione «nessuno sa dirmi co’», con apocope sillabica, e subito dopo il narratore commenta così:

 

«Lascia cadere quel “co’” (che sta per “cosa” e quindi nulla, niente) con nonchalance, solo per segnalare a quel cafone stronzo che sta chiamando sì da fuori, ma è LEI, […] è la figlia de lu vecchio patrò de lu Coccione padre» (p. 146).

 

L’autrice rende bene il non detto, per cui il dialetto assurge a segnale sociolinguistico, cenno di appartenenza e riconoscibilità. Ma, paradossalmente, qui è il padrone, o meglio, la figlia de lu vecchio patrò, a cercare nel dialetto il segno di un potere ormai evaporato, mentre il figlio del mezzadro sfoggia un eloquio ripulito: «Ma questi sono bacati, hanno dei complessi. E poi dovevi sentire come parlava in perfetto italiano e con che accento da scuola d’arte drammatica» (p. 147).

 

Nei dialoghi troviamo anche altri pretti regionalismi morfologici e grammaticali, a volte accompagnati da riflessioni metalinguistiche, come imo per ‘andiamo’ (p. 7); ita sia per ‘fallita’ sia per ‘riuscita, passata’ (p. 20); la generalizzazione dell’ausiliare essere al posto di avere («ci so’ comprato due case», p. 41); la vocale u atona nei maschili al posto della vocale finale indistinta, tipica dei dialetti di Ripatransone e Grottammare (madondru ladru, p. 41, gorbu, p. 101; cfr. Balducci 2002: 457-458).

Tra i localismi interni ai discorsi diretti dei contadini o degli altri interlocutori delle protagoniste, abbiamo: mancato accordo tra soggetto e verbo («ci sta le carge», p. 25; «le stalle de solito puzza de stabbio», p. 41); assimilazioni (quesse ‘queste’, p. 104; roppe ‘rompere’, p. 209); aferesi con doppia consonante iniziale (’rmasti, p. 214; ’rpagà, p. 220); oppure tratti comuni all’italiano regionale, come stare a + infinito al posto del gerundio («stai a diventà un personaggio pesante», p. 54). All’obiettivo della mimesi si aggiunge quello di rappresentare la grettezza degli arricchiti con cui le Gentili sono costrette a contrattare: il lusso nei beni di consumo non basta a nascondere, negli usi linguistici, un passato ben diverso.

Una sola osservazione dal punto di vista grafico: mentre l’aferesi è rappresentata, come da regola, con l’apostrofo (’cchiappà, p. 27; ’sto successo, p. 54), gli infiniti apocopati sono scritti con accento senza distinzione del timbro vocalico (piglià, p. 54; fregà, p. 97; vedè p. 99).

 

Come si sarà intuito da questo pur sommario campione, Ballestra ha sfruttato, nella Nuova stagione, la solida memoria dei dialetti delle Marche meridionali che si era già intravista in alcune delle sue opere precedenti. In realtà, i fenomeni linguistici riprodotti nella sua scrittura raccolgono tratti di più varietà locali (ai tratti del sambenedettese e dell’ascolano se ne aggiungono altri di piccoli paesi, e altri ancora del fermano e del maceratese): l’intento, infatti, non è quello di riprodurre, con realismo e coerenza, le microvariazioni, ma piuttosto quello di far intuire al lettore i mondi che si aprono e chiudono all’interno di sonorità apparentemente simili. Con la capacità di raccontare, perfino attraverso fatti fonetici, le differenze significative che possono esserci, pur a pochi chilometri di distanza, tra un paese di mare e uno di collina a vocazione agricola.  

 

Nel racconto di questo universo post-contadino, uscito dalla mezzadria ma non approdato ancora ad altre certezze, dove gli affitti dei terreni hanno preso il posto dei legami secolari con le proprie zolle, e una burocrazia macchinosa e ancestrale impedisce qualsiasi tentativo di reale innovazione, vengono smitizzati i contadini (rimasti ancorati a vecchie furbizie, mezze verità e dispetti tra vicini, ma aggiornati nelle strategie retoriche: dare la colpa all’Europa) e ridicolizzati gli arricchiti, che hanno fatto della caccia ai fondi europei un mestiere e fondano imprese senza reale produttività. Ma nella Nuova stagione c’è anche, come dicevamo all’inizio, l’amore per i propri luoghi infragiliti: un attaccamento velato dal pudore e dal fastidio per i tanti aspetti grotteschi e irritanti della terra di Nadia e Olga, ma che si fa tattile proprio all’inizio del libro, nella breve introduzione della narratrice (pp. 7-9). A questo sentimento di affetto si lega la presenza di parole dialettali con cui Ballestra cerca di recuperare una visione del mondo perduta, vinta, antica. Periferica, e quindi preziosa. Si tratta di parole inserite nella narrazione senza particolari evidenziazioni, pronte a schiudersi solo a chi, insospettito, rivolga loro attenzione. Parole schive come i marchigiani, insomma. Un esempio, tratto dall’incipit del libro:   

 

«L’estate che le mie cugine vendettero la terra fu un’estate di particolare siccità. L’anno con meno pioggia degli ultimi due secoli. In compenso a luglio c’era stata una grandinata spaventosa sulla costa. Su un paio di paesi del sud delle Marche si era abbattuta una sassaiola di ghiaccio dalle zocche grosse come limoni» (p. 7).

 

Zocca significa ‘chicco’ nel dialetto abruzzese della zona di Teramo. La sensibilità linguistica di Ballestra mostra di saper impastare bene l’efficacia letteraria (nella mente di chi legge, anche se non si riconosce zocche come termine dialettale, l’immagine è nitida: viene in aiuto il contesto, ma soprattutto il significante, cioè il suono della parola, che si accosta facilmente a zucca) e il realismo rappresentativo: mentre, infatti, dal punto di vista fonetico i dialetti marchigiani rispettano il confine del Tronto, dal punto di vista lessicale arrivano fino al fiume Vomano, in territorio teramano (cfr. Gaspari 1975: 202-203). La presenza di un termine di origine abruzzese, quindi, è assolutamente coerente con il contesto linguistico.

Nel romanzo viene nominata anche la stendechina (p. 80), una figura partorita dall’immaginario di Ascoli, sorta di fantasma e archetipo femminile della paura (che Ballestra avrà probabilmente tratto dalle storie popolari raccolte in De Signoribus 2011, una delle fonti dichiarate in Nota). Tra i termini agricoli, invece: carge ‘acacie’ (p. 261), cacarozza ‘escremento’ (p. 20). Altro modo di esplorare l’indole di un popolo attraverso le sue parole è, poi, l’osservazione dei toponimi. Così l’autrice, descrivendo il paesaggio visibile dalla cima del Monte Sibilla, una delle più belle del Parco Nazionale dei Monti Sibillini:

 

«le sorgenti del fiume Tenna ruscellavano nelle “pisciarelle”, un nome graziosetto, e allo stesso tempo crudo e sboccato, per le cascatelle sotto cui dovevi passare per forza, volendo affrontare la salita all’eremo di San Leonardo. Da noi era tutto così: pizzo del Diavolo e Infernaccio e Passo Cattivo, ma anche pisciarelle.» (p. 12)

 

Manca infine da notare come Ballestra inserisca, all’interno di una lingua così tanto connotata, anche singoli vocaboli di estrapolazione diversa, ma che ben si attagliano, per ragioni di significante, al suo mood: è il caso di stupidera (p. 206), segnalato proprio in queste pagine come neologismo d’area milanese, seppur in espansione proprio al Centro e al Centro-sud, e di friccicarello (p. 61), diffuso in area napoletana e romana.

 

Riferimenti bibliografici

 

Balducci, Sanzio (a cura di) (1993), I dialetti delle Marche meridionali, Alessandria, Edizioni dell’Orso.

 

Balducci, Sanzio (2002), Le Marche, in Cortelazzo, Manlio et al., I dialetti italiani. Storia, struttura, uso, Torino, UTET, pp. 452-484.

 

De Signoribus, Antonio (2011), Segreti e storie popolari delle Marche…, Roma, Newton Compton.

 

Egidi, Francesco (1965), Dizionario dei dialetti piceni fra Tronto e Aso, Montefiore dell’Aso, Tipografia La Rapida di Fermo.

 

Franceschi, Temistocle (1993), L’ascolano fra “romanico” e “romanzo”. Uno studio geolinguistico, in Balducci 1993, pp. 11-76.

 

Gaspari, Gianluigi (1975), Aree lessicali marchigiane (saggio esplorativo), in «La ricerca dialettale», 1, pp. 152-203.

 

Rohlfs, Gerhard (1966-1969), Grammatica storica della lingua italiana e dei suoi dialetti, 3 voll., Einaudi, Torino.

 

Vignuzzi, Ugo (1975), Il volgare degli statuti di Ascoli Piceno del 1377-1496, in: «L'Italia dialettale», XXXVIII (1975), pp. 90-189; XXXIX (1976), pp. 93-228.

 

 

Immagine: Veduta fra le verdi colline marchigiane

 

Crediti immagine: Ziegler175 / CC BY-SA (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0)

 


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