28 agosto 2020

«Cancrocanchero». La traiettoria della Cancroregina di Tommaso Landolfi

 

«Questi contorti o levigati apparecchi, questi bottoni, queste chiavi, queste leve, questi complicati sistemi, grappoli, fasci, grovigli di elementi d’acciaio, di vetro, di non so cosa; questi quadri queste trasmissioni queste distribuzioni queste spie questi indici questi quadranti; queste articolazioni, questi giunti e snodi; in una parola tutto questo infernale macchinario, brilla crudelmente davanti a me, distinto nelle sue più minute parti dalla luce bianca, spettrale, la quale anzi ne sollecita piccole e vaghe ombre azzurrine, pari alle brevi ombre del meriggio estivo, che con simile inganno parlano di riposo, di speranza, in quell’altro mondo tanto più vasto ed egualmente angusto... Odo il solito, ininterrotto ronzio acuto, sibilo, che soltanto, a tratti, sale di tono fino a superare il potere di percezione del mio orecchio e a perdersi in un’inafferrabile, muta vibrazione sonora».

 

Landolfi e Morselli

 

Con questo squarcio comincia Cancroregina, racconto lungo, capolavoro del fantastico italiano, di Tommaso Landolfi, pubblicato per la prima volta in rivista nel 1949 e poi in volume nel 1950 da Vallecchi. Un incipit che ricorda, forse per il senso “tecnologico” di desolazione, l’attacco di Dissipatio H.G. (Adelphi, 1977) di Guido Morselli, postapocalittico:

 

«Relitti fonico-visivi mi tengono compagnia, e sono ciò che di più diretto mi rimanga di ‘loro’. Puramente verbali, due (da notiziari della radio, suppongo): fallito dirottamento e riuscito stupro di una ragazza in un aereo dell'Olympic Airways; e quest'altro in inglese, forse dall'inattendibile Voice of Europe: A favorite Polish joke goes, we feign to work, the State feigns to pay us. E due immagini: una bottiglia, con corona reale sullo sfondo, e la scritta in rosso: Seagram's Canadian Whisky. Il quadratino bianco del campo di tennis dietro l'Hotel Bellevue, nell'oculare del mio binocolo. La memoria involontaria non ha altro, e questi ricordi vi fluttuano insistenti e vaghi».

 

Il parallelo non è così gratuito, intanto pensando alla parentela di genere (entrambi sotto l’etichetta del fantascientifico, se si vuole), in secondo luogo per il casus belli che dà l’avvio alla storia, alle storie: il suicidio. La rottura dell’equilibrio originario avviene perché l’io narrante si prepara al suicidio (Cancroregina: «Il mondo mi appariva senza senso e, per me almeno, senza avvenire: mi preparavo, o almeno avrei voluto prepararmi, a lasciarlo») ed è quindi propenso a partire per l’avventura spaziale con Filano, lo “scienziato pazzo” che gli si presenta in casa; o perché l’io narrante tenta il suicidio, e non riuscendoci si accorge che l’umanità intera si è sublimata, si è dissolta. Senza dimenticare che il protagonista morselliano è tutt’altro che convinto di essere ancora in vita («Per prima cosa bisognerebbe risolvere la questione, se e sino a che punto io sia ancora vivo, cioè soggetto-oggetto possibile di suicidio»), così come il viaggiatore landolfiano. Ma si faccia un passo indietro.

 

Traiettoria della Cancroregina

 

Cancroregina è un resoconto di viaggio: il protagonista si lascia coinvolgere da uno scienziato “pazzo” («In tutto quel tempo non ero ancora riuscito a decidere sulla salute mentale del mio compagno, o meglio su qual genere di pazzo egli fosse»), che fuggito dal manicomio vorrebbe partire per la luna, con la sua «creatura», a dimostrare che il nostro satellite è vivibilissimo, e popolato. Cancroregina è il nome della nave: Stefano Lazzarin, che nel suo saggio Parole-Viticci: bestiario e onomastica di Tommaso Landolfi avanza diverse ipotesi etimologiche, suggerisce prima di tutto la “mostruosità” della astronave, la sua natura di compromesso fra macchina e animale – perciò forse cosciente, ricordando tutto un filone fantascientifico sull’IA, l’intelligenza artificiale, non da ultimo in Love, Death & Robots –, poi come moltiplicatore di insanità mentale, incontrollabile proprio come una metastasi; infine, ma qui credo non sia stato detto, il nome si riferisce alla maniera “cancerocena” attraverso cui, sulla base della relatività einsteniana, sfruttando il concetto di spazio come metodo, è la nave a ri-produrre atmosfera ad infinitum, in qualità di “cellula” terrena nello spazio, estranea, aliena.  

 

Deriva e pazzia nello spazio narrativo

 

Cancroregina non è soltanto un resoconto di un viaggio. Avviene che, secondo uno dei topos più frequentati, l’ignoto spazio profondo, citando Herzog, porti alla pazzia. E così l’astronave, destinata a girare in tondo alla terra senza poter mai raggiungere la luna, diventa essa stessa satellite. Significa: il tentativo di “liberazione” dalla vita, un tentativo anche drammatico, diviene carcere di secondo grado, così come in Dissipatio H.G. (il suicidio «richiede un destinatario», che se scompare non elimina, forse acuisce, il problema). Entrambi gli autori, alla “deriva”, destinati a un giro in tondo per l’eternità, rivalutano la quotidianità, tanto che il protagonista di Cancroregina si scopre invidiare un lavoratore comune, nella sua routine, come l’astronauta-speaker di Cronache del dopobomba di Philip K. Dick. Invidia della normalità causa della patologia.

Cancroregina non è solo un resoconto di viaggio, purché interplanetario; è anche un libro sulla follia. Intanto quasi per lo shock culturale di vedersi fuori dalla Terra, in uno spazio extra umano, per la «vertigine» di cui parla Cortellessa nel recente libro Volevamo la luna, per Mattioli 1885, nella collana diretta da Filippo Tuena. Poi come risposta all’inadempibilità del «de-siderio»: la scrittura etimologica indicherebbe proprio una collocazione “siderale” della volontà, per natura fisica irraggiungibile (ancora su suggerimento di Cortellessa). Mi correggo: non risposta, ma ricaduta, perché l’avventura è una pausa, un armistizio tra il prima e il dopo, della stessa natura, così come la vita è questa parentesi tra la pre-vita (l’ossessione di Nabokov) e la post-vita, entrambe nulla.

Che la morte, o meglio ancora la non-vita sia uno dei temi più fecondi della letteratura, presto è detto: penso soprattutto a Don DeLillo e al suo White noise, Rumore bianco, grande romanzo della tanatofobia. In Cancroregina però il punto non è la paura ma la pazzia, una sorta di acquisita lucidità sulla insensatezza di tutto:

«Da una vita impossibile son venuto, in questo stadio intermedio tra la vita e la morte che è il mio attuale, ad altra più impossibile».

Che è un ulteriore rintocco nella scampanata dell’intera opera di Landolfi, tutta attorno alla metafora-ossessione della impossibilità (una sorta di sofismo gorgiano sul reale), per cui la voce, la scrittura tradiscono il pensiero e i sensi, i sensi e il pensiero lo schermo d’immagini, e quest’ultimo il reale stesso. La traiettoria della Cancroregina è un cortocircuito, anche un girovagare donchisciottesco.

 

Climax di delirio linguistico

 

Per la seconda edizione Vallecchi, datata 1961, Landolfi prega «non so chi di sopprimere la terza e ultima parte di Cancroregina». Non ne abbiamo parlato: quest’ultima parte collocava direttamente, senza tanti giri di parole, il narratore all’interno di un manicomio. Dall’edizione del 1961 e così anche le successive Guanda e Adelphi, il racconto chiude in una climax di delirio linguistico, che comincia da un bellissimo «E patati patata: perché seguitare? Al diavolo questa pippionata!» (a qualcuno ricorderà il turning point di Rotta e disfacimento dell’esercito, 1966). Delirio linguistico anch’esso, ci dice Lazzarin, all’insegna del meccanismo cancerogeno:

 

«Morirò, e allora, fra l’altro, ha voglia lei a dire, ce la vedremo con Cancroregina, Cancrore, Cancroprincipessa, Cancrofamigliareale, Cancroecceteraeccetera; Cancrocanchero. Si è messo forse in testa, questo Cancro, di dominare l’universo?»

 

Delirio linguistico dominato dalla «Bestia folgorosa», citata poi nello pseudo-diario Rien va (1963), il porrovio, non una bestia in realtà ma «una parola», parte dell’insieme ampissimo delle parole-vampiri, «mostri costruiti interamente di linguaggio, mostri di significante che scatenano la stessa ripulsa e la stessa paura generate da creature reali» (Matteo Moca), se non di più, aggiungo io, se l’universo linguistico per Landolfi è più vero dell’universo empirico.

Nell’etimologia alla quale accennavamo si nasconderebbe il “porro” e il “poro”, con la prossimità analogica al delirio data dalla desinenza in dittongo, per Lazzarin: «il porrovio starebbe a indicare, con la sua presenza, un’area di particolare porosità nella trama del mondo, uno spazio-tempo in cui il “paradigma di realtà” tende a corrompersi, a ricoprirsi di verruche». Il porrovio è la sostanza linguistica che disvela il filo che non tiene, l’inganno consueto, per tornare all’amico di lui, Eugenio Montale. Tutto all’insegna della “nevrosi”: nella ipotesi di lavoro di Paolo Zublena l’«assunto di base è che i fenomeni stilistici funzionino in maniera simile ai sintomi nevrotici», è quindi che la lingua si configuri come una «strategia di copertura», che sottrae ed espone al contempo.

 

«E perché questa stanza è vuota di ogni suppellettile?»

 

Cancroregina non è solo un resoconto di viaggio e un libro sulla follia, è una metafora (tutto è metafora) della scrittura. L’astronave muove dalla vita per cadere in una dimensione “quantistica” (che vita e non vita hanno lo stesso significato, come esserci e non esserci) di sola scrittura, perciò il narratore tiene un diario, è la garanzia di una sua forse-esistenza. Che sia questo il significato, o uno dei più urgenti significati, si può dire con una sana ipotesi comparatistica e filologica. In Le labrene, racconto eponimo della raccolta uscita nel 1974, un’altra parola-vampiro ossessiona il protagonista – labrene (qualcosa come dei gechi) – che dalla paura cade in un coma profondo, quando il resto del mondo lo crede deceduto, perciò è costretto ad assistere, con i sensi di minuto in minuto più deboli, al suo stesso funerale. Cos’è Cancroregina in fondo se non una bara? Tutto sommato una bara di lusso se rivoluziona intorno alla Terra, con il suo orizzonte («La terra è sotto di me sempre press’a poco nella medesima attitudine, colla stessa smorfia voglio dire, descritta nel suo volto dal mio continente natale, l’Europa»): dalla bara di Le labrene il protagonista si risveglia, non senza mania di persecuzione. All’improvviso, il dolore, tutto dostoevskiano (cioè di auto-rovello, senza dimenticare che Landolfi tradusse nel 1948 i Ricordi del sottosuolo – non le Memorie), sfocia nella epifania di realtà:

 

«Stamane destandomi m’è addirittura parso di non essere a casa mia, ma in un luogo orrendo, sconosciuto; m’è parso… esito a dirlo… che il cielo inquadrato dalla finestra non fosse libero e puro, ma come segnato e spartito da una sinistra ombra nera… Signore! Un’inferriata? E perché questa stanza è vuota d’ogni suppellettile?»

 

Il protagonista è rinchiuso in un manicomio. Non, in definitiva, come in Cancroregina, che rinuncia al quadro narrativo per la via della traiettoria, del giro in tondo. Non forse questo la scrittura? Per Landolfi continua e imperterrita ricerca di un quadro che il mondo non ha, di per sé; con la scoperta, finale ed eterna, di nessun quadro, neanche per quella scrittura che avrebbe dovuto curare il mondo, i suoi bug? E cos’è il porrovio se non un bug, un errore di programmazione?

 

Bibliografia

Cortellessa, Andrea, Volevamo la luna, Mattioli 1885, 2019.

Lazzarin, Stefano:

- Parole-Viticci: bestiario e onomastica di Tommaso Landolfi, in «Studi Novecenteschi», n. 74, luglio-dicembre 2007.

- Oltre il fantastico. Landolfi, il Diario perpetuo e il fantastico del Novecento, in «Studi Novecenteschi», n. 91, gennaio-giugno 2016.

Moca, Matteo, Senza risposte certe: “Del meno” di Tommaso Landolfi, in «La Balena Bianca», 25 dicembre 2019.

Zublena, Paolo, La lingua-pelle di Tommaso Landolfi, Le Lettere, 2013.

 

 

Immagine: Rappresentazione d'artista di un ipotetico veicolo spaziale che viaggia inoltrandosi in un wormhole (Wormhole Induction Propelled Spacecraft)

 

 

Crediti immagine: Les Bossinas (Cortez III Service Corp.) / Public domain


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