15 settembre 2020

Note su Facebook come spazio letterario

Facebook social di parola

 

Un utente di Facebook prima di ogni cosa è un lettore, nel senso più neutro possibile: legge, e precisamente dei post su una bacheca, non una bacheca fissa in sughero, insomma, tutt’altro: un fiume, un tapis roulant. Legge dei post non per forza cronologicamente, perché l’insieme degli interessi dell’utente, delle interazioni che attiva, delle interazioni dei suoi “amici” (social-mente parlando), delle tendenze particolari o generali, eccetera – più un collaudato sistema aprioristico di presentazione dei contenuti – modifica l’ordine e confonde le carte. Il quasi divino (e lunatico) “algoritmo” sostituisce un ordine di engagement all’ordine dello spaziotempo, manipola così la realtà.

L’utente è anche uno scrittore, perché per interagire deve scrivere. Quello tra lettura e scrittura su Facebook è un circolo che si autoalimenta e che lo caratterizza come un social di parole, un social a prevalenza di contenuti verbali – nonostante non disdegni, anzi favorisca, la diffusione di altri tipi di contenuti, che però sono ideologemi di altri social, quali per esempio YouTube, TikTok e Twitch, a prevalenza se non a totalità audiovisivi; o Instagram, fondato sull’immagine, sull’iconografia. Si tratta in ogni caso di produzione di segni, di contenuti, per una forma di ossequio alla propria esposizione pubblica (come scrive Emanuele Coccia in un suo recente articolo per «Artribune», «La vita diventa una serie di auto-fiction che servono a diventare ciò che si è». Sarebbero i social «macchine psicomorfe», che si basano sull’imitazione della vita psichica e nei quali sono possibili, questo il punto, «forme espanse» della vita psichica; per un nuovo paradigma di individuo).

 

Su Facebook siamo tutti scrittori

 

Se su Facebook tutti siamo scrittori, chi è e come si riconosce lo scrittore-scrittore, cioè lo scrittore di professione? E cosa fa? Lo scrittore di professione o presunto tale, cioè l’individuo che scrive per professione (se la tautologia è un argomento), anche senza un guadagno economico, su Facebook scrive, la maggior parte delle volte.

È pacifico sostenere, con Paolo Costa concentratosi su Twitter, si tratti di social al contempo capaci di ospitare forme al grado zero della scrittura (istanza comunicativa); di contenere opere di una tipologia riconosciuta dal canone (per forma, genere, soluzioni stilistiche e linguistiche); e di stimolare la creazione di opere “nuove”, differenti per forma, genere, soluzioni stilistiche e linguistiche, a partire dalle specificità del mezzo. Un esempio prossimo e archetipico potrebbe essere l’esperienza dei blog o dei forum, che una decina di anni fa hanno permesso esperimenti di scrittura collettiva.

Riguardo a Facebook, significa pensare questo social come spazio letterario. Due le questioni: 1) mettere sul campo le specificità, attraverso un’analisi del mezzo (sarebbe gioco più semplice per Twitter, che imita una forma chiusa imponendo un massimo di 280 caratteri, contro i 60.206 di Facebook. 2) studiare i risultati (individuali) dell’incontro tra la scrittura e le specificità del mezzo.

 

L’utente come "autore"

 

Primo. Individuare le specificità del mezzo:

a) Facebook è uno spazio privato nel pubblico. Vuol dire che sottopone il privato, come già abbiamo detto, al pubblico grazie a una narrazione armata o disarmata che sia. Un pubblico composto da “amici” ma che spesso si configura come un insieme eterogeneo di individui afferenti all’ambiente lavorativo, alle conoscenze, ai parenti, agli amici stricto sensu.

b) Da un punto di vista squisitamente narratologico, mi sembra che Facebook, se l’assunto è che tutti sono scrittori perché scrivono, dia vita a una singolare realtà in cui il rapporto tra autore e lettore (termini propri della teoria di Chatman), tradizionalmente “separati”, diventa rapporto tra autore-autore, più precisamente tra “autore” e “autore”, virgolettato, a indicare un autore “implicito” (diverso dal reale), conosciuto inferenzialmente dal lettore sulla base dei testi prodotti e dal rapporto interpersonale costruito fuori dal mezzo (nella vita vera) o dentro il mezzo, attraverso le chat. Un autore implicito a cui concorre, con maggior intensità, lo stesso scrittore di prima istanza. Ma i due autori sono anche lettori, e quindi:

due “autori” e due “lettori” in posizione alternata e reciproca. Questo meccanismo dà vita a una sorta di tensione competitiva, se non concreta almeno ideale, in cui scrivere e leggere, anche se azioni differenti, posseggono la medesima autorialità; in cui il lettore, nel momento in cui scrive, cioè interagisce (commenta, per esempio), parla la medesima lingua dello scrittore, o almeno condivide con lo scrittore uno spazio, tutto sommato democraticamente diviso. È ovvio, non andrebbe specificato, che si tratti di una equivalenza di statuto da un punto di vista, già detto, narratologico; e solo in prima istanza di autorità, la quale ha tutto il tempo, e i contenuti, di modificarsi. Come scrive Gilda Policastro in un’intervista per «Le parole e le cose» (in una serie che citerò, poco più avanti): «Quanto, nello specifico, alla simmetria e a-gerarchia dei ruoli e anche alla ridiscussione stessa dell’autorialità in base alla simultaneità della fruizione, secondo me sulla lunga durata emerge, al di là del flame occasionale che può ingenerare confusione, una differenza».

 

Essere connessi durante la lettura

 

c) La lettura, questo il punto principale, si verbalizza attraverso l’insieme dei commenti e delle condivisioni, che mi piacerebbe chiamare marginalia. I commenti posti a margine, le postille, gli appunti hanno sempre avuto carattere privato (o presunto tale); adesso vengono esposti, portando la lettura a una sua forma di pubblicazione. Essere connessi durante la lettura è forse la principale rivoluzione in materia dopo la stampa, secondo me anche più decisiva della digitalizzazione. Si legge pubblicamente attraverso le condivisioni (di un link, di un post, multimediale o meno), comunicanti accordo o disaccordo, raramente neutralità, e che quindi personalizzano, dànno gli estremi di una appropriazione; si legge pubblicamente attraverso i commenti, che possono azionare anche meccanismi di misunderstanding, di errori interpretativi accelerati, dovuti alle caratteristiche del mezzo, per cui la lettura è raramente intensiva, raramente esegetica, è più una scrematura o una scansione. L’errore porta anche a una deriva semantica e intenzionale del testo, a una produzione entropica di altri testi, anche sottoforma di post collegati, quasi in coblas capfinidas se la formula è una ripresa riassuntiva del post a cui ci si riferisce (un meccanismo tipico, nei decenni precedenti, delle discussioni sui giornali). Grande importanza, da questo punto di vista, potrebbero avere i gruppi aperti: Leggo Letteratura Contemporanea, Book Advisor e Scrittori a domicilio; i quali hanno ben funzionato durante il lockdown come surrogato della discussione culturale fisica, anzi incrementandola.

Condivisione (intendo anche nelle stories, tramite foto) e commento si prestano molto all’analisi filologica, e intertestuale, perché danno la possibilità all’autore di esporre il proprio avantesto e la rete di letture e interessi. Non ho qui interesse a rendere oggetto di una prospettiva psicologica o sociologica questi meccanismi.

 

Le dimensioni del testo

 

d) Ovviamente, come per il caso di Twitter, su Facebook conta molto la dimensione del testo. Anche se i caratteri disponibili sono più di sessantamila, il social appone la dicitura “continua a leggere” non appena il post supera un tot di caratteri, sicuramente più dei duecento ottanta di Twitter, ma in misura variabile, questa l’impressione, sulla base del supporto fisico (computer da un lato, tablet e smartphone dall’altro), della grandezza dello schermo, infine degli allegati. Il “continua a leggere” è uno sbarramento, perché molti utenti non continuano la lettura, si disinteressano immediatamente. Significa che l’utente-scrittore, per farsi leggere, deve tenerne conto; considerando anche la possibilità, sfondando le pareti della multimedialità e della ipertestualità, che il testo possa estendersi attraverso gli allegati e nei commenti.

 

Scrittori sui social, qualche nota

 

Il presupposto qui non è che si verifichi come solo lo scrittore in senso stretto (lo scrittore di professione) si rapporti con Facebook – a questo proposito, è illuminante l’inchiesta basata su interviste Scrittori e Facebook pubblicata su «Le parole e le cose» a cura di Andrea Lombardi, nel 2016 (gemella dell’inchiesta Perché sono su Instagram, a cura di Maria Teresa Carbone) – ma come lo faccia la totalità degli utenti-scrittori. Chiaro, la problematizzazione del mezzo e l’interesse per forme nuove di scrittura vengono più frequentemente da autori in senso stretto, da artisti, da critici, abituati a una generalizzata problematizzazione. Il problema che sorge, per il critico o lo studioso, è di natura quantitativa: impossibile dar voce a tutte le soluzioni, o anche ad una buona parte, difficilissimo tentare generalizzazioni, anche solo per la popolazione, o per il limite intrinseco del social: sott’occhio ho ciò che la mia bolla (ovvero gli utenti tra i miei “amici” che interagiscono con me e quindi vengono ripropostimi in bacheca) mostra. Procederò, brevemente, per singoli casi, auspicando l’accoppiamento per analogia di ogni lettore.

 

Dimensione privata ed emotività in scrittura

 

Secondo. Studiare i risultati dell’incontro tra la scrittura e le specificità del mezzo. Lo specifico della esposizione della vita privata spinge alcuni utenti a sviluppare forme di scrittura “nuove” (rispetto a una “norma”, che può essere definita a livello generale, ma che è spesso definita secondo il singolo caso). Faccio l’esempio di Andrea De Alberti. Poeta, ha pubblicato Solo buone notizie (Interlinea, 2007), Basta che io non ci sia (Manni, 2010), Litalìa (La grande illusion, 2011), Dall’interno della specie (Einaudi, 2017) e La cospirazione dei tarli (Interlinea, 2019). Nelle sue raccolte, non dico ci sia una intellettualizzazione del sentimento, che invece è ben disponibile al lettore, ma un suo modellamento verso l’equilibrio, la pacatezza, talvolta la digressione e la rimozione. L’esatto opposto dell’esposizione. Su Facebook, i suoi post (molto eterogenei) danno più spazio all’emotività e al privato, con la medesima anche se forse “liberata” attenzione alla lingua. L’ambientazione è spesso condominiale oppure, all’opposto, rurale.

 

Siamo tornati nel verde. I fichi sono maturi e anche i pomodori adesso che avevamo piantato agli inizi di giugno sono rossi. Dopo i saluti ho aperto la porta del Verde. Non ci sono scuse per non volere il verde. Le ortiche si sono alzate. Non hanno mai capito come mimetizzarsi. Sono le più tenere. Senza peli sulla lingua. A me fanno una grande tenerezza. Sono fatte così. Un po' piemontesi.

Fumo una sigaretta pensando a questi mesi sospesi. Penso alla mia vita ma forse è troppo. E serve a poco.

[24.08.2020]

 

Anche Matteo Pelliti si posiziona sul fronte, credo, dell’esposizione, sempre misurata, del privato. La sua è una narrazione da “collezionista”, con attenzione a piccoli oggetti, come la bicicletta (La bicicletta gialla è un suo libro, illustrato da Riccardo Guasco, pubblicato per Topipittori nel 2018). I suoi ultimi due libri di poesia, Dal corpo abitato e Dire il colore esatto, entrambi usciti per Sossella (nel 2015 e nel 2020), si interrogano filosoficamente sul contenitore-corpo e sul contenitore-lingua, sempre in ambiente “familiare” (dove tutto è familiare se detto o esperito). A differenza di De Alberti, Pelliti continua la narrazione dei suoi libri sui social, dando forme diverse, per esempio giocando in una sorta di messa in abisso, quando fa prove di poesie scritte sul cartoncino di punti per cucitrici: significa scrivere in uno spazio ancor più ridotto del post, persino del Twit. Penso si tratti di ironia metatestuale.

Scrittori come Francesco Maria Terzago (il suo libro più recente, del 2018, è Caratteri, per Vydia) espongono, in forma spesso militante, un privato autocosciente che è soprattutto presentazione di un’etica non distante dall’estetica, e del tutto manifesta. In un recente post, il linguaggio, caro all’autore, è quello della distopia:

 

È da molti mesi che non visito Milano e trovo una situazione che è ancora distopica, di guerra. La metro mezza vuota e i segnali di pericolo e divieto dappertutto, ovunque cada l’occhio: inevitabili. L’odore di disinfettante per le mani che si mischia a qualcosa di più tenace, il respiro che rimbomba nelle mascherine; la Centrale divisa in due, con polizia e carabinieri a sorvegliare sul deflusso di questo miocardio malato, e ad ammonire e a inseguire quei ragazzi che passano sotto al nastro bianco e rosso. E poi le voci registrate che risuonano nell’hangar - mi accoglie il timbro consueto di Trenitalia, bonario, sembra che finga di essere un mio amico in una rimpatriata inattesa - tutto ciò contrasta con il contenuto del messaggio: “rispetta le distanze sociali” o qualcosa di simile.

[02.09.2020]

 

Il privato di Riccardo Falcinelli, autore da ultimo di Cromorama (Einaudi, 2017) è sottoposto a intensa narrativizzazione, se pensiamo ai dialoghi messi in scena, guardacaso sempre riguardanti, in un modo o nell’altro, la sua professione (di grafico, designer e di studioso della grafica e del design), in una forma a metà tra il divulgativo e l’esperimento scientifico (per lui, credo, sottoporre il suo pubblico a un brano divulgativo significa principalmente raccoglierne le risposte, istintive o ponderate che siano).

 

Continuità tra scrittura su Facebook e scrittura al di fuori

 

Ci sono utenti-scrittori che concepiscono Facebook come spazio letterario in continuità, forse anche come banco di prova, con la propria attività al di fuori: certo anche l’intento di sfruttare il carattere di feedback immediato (anche solo di reactions), con la digressiva dei commenti che in qualche modo può fungere da messa in discussione del testo, pure una sua difesa. Potrebbe essere il caso di Francesco Pecoraro, che mi sembra abbia ampiamente incorporato nei suoi due ultimi romanzi, La vita in tempo di pace (2013) e Lo stradone (2019), entrambi per Ponte alle grazie, alcuni suoi post, concepiti come una sorta di deambulazione cittadina e poi di pensiero, attenta all’arredo urbano e alle costruzioni, nonché alle dinamiche antropologiche. Non posso citare perché il suo profilo, in questo momento, non è disponibile. Si tratta, in questa sorta di etichettatura, di un’operazione approssimativa, perché le caratteristiche sono ibride: difatti, Pecoraro nell’intervista per «Le parole e le cose» dedicata a Facebook e gli scrittori ammette l’ubiquità del privato: «Poca vita privata, in tutto questo tempo avrò postato sì e no tre immagini della mia fidanzata, anche se il privato (se ha ancora senso questa parola) filtra comunque in gran quantità».

Seguono questo programma di continuità molti poeti e scrittori contemporanei, forse però con un’idea esclusivamente autoreferenziale, senza che l’obiettivo sia far permeare il testo dalle caratteristiche del mezzo. La più diffusa forma di continuità citata è all’insegna della didascalia, per cui Facebook rimane veicolo di contenuti e non spazio che modifica il contenuto.

C’è chi invece, come Gilda Policastro, scrittrice, poetessa e critico (il suo ultimo libro è Esercizi di vita pratica, Prufrock, 2017), percepisce questa continuità come metadiscorso, un perenne discorso (all’insegna dell’esegesi) non solo sul reale ma sulla scrittura. I suoi testi, spesso di vera critica letteraria o di discorso culturale, sono anche una prosecuzione obliqua sui suoi topoi, per esempio la malattia:

 

La malattia è il passatempo dei sani, lo scarico di assilli e sensi di colpa spacciati per preoccupazione, cura, adesione (empatia, abuso di). Del male oscuro (in più) hanno tutti consolazione e diagnosi, fai così. La fatica, le ricadute, la frustrazione non appartengono al mondo della pianura, come lo chiama Castorp. Bisogna risolvere, guarire. Castorp capisce perfettamente che non è il punto, ma piuttosto imparare la cura della sdraio, l'assenza di finalità, l'uscita spostata sempre in avanti. Egoismo e gratuità del come stai. In montagna, sulla sdraio, lontana dal piano.

[26.08.2020]

 

E mostrano un riferimento costante alla propria attività di critico e di scrittrice. Interessanti i suoi “richiami” alla discussione pubblica (per esempio con la sua Bottega di Poesia di «Repubblica»), nei quali la “tensione competitiva” si vede bene, soprattutto nei commenti, quando i partecipanti non certo puntano alla vittoria solo secondo argomento, ma anche secondo messa in pagina dell’argomento, insomma per progetto stilistico.

 

Continua a leggere

 

Le dimensioni dei post ovviamente veicolano, come già accaduto per Twitter, delle prose brevi che riflettono sulla brevità come ontologia del testo e non certo come momento provvisorio. Uno dei risultati è la sottrazione dei riferimenti, che stimola la ricerca ipertestuale. Il carattere di brevità è così diffuso che sarebbe complesso darne un campione sufficiente, complesso oltremodo assoggettarlo a Facebook, e non piuttosto (come credo sia) anche a una tendenza generale alla contrazione. È un bell’esperimento il litblog «Mirino», gestito da Ivan Ruccione – la sua ultima raccolta, per Augh! nel 2019, è Troppo tardi per tutto – che raccoglie delle prose che io percepisco, in qualche modo, dipendenti da Facebook, anche perché l’unica esistenza del blog, in termini di letture, è ancora la sua presenza social. In termini strettamente filologici, credo però che Ruccione si riferisca a una tradizione di flash fiction e prosa breve d’oltreoceano, per cui andrebbe verificato l’eventuale influsso del mezzo sulle prose del blog, e se avrà un’influenza.

 

Meta-conclusione

 

Il pericolo che sento alle spalle, è che la scrittura su Facebook non sviluppi delle forme proprie in merito a una molteplicità di caratteristiche (che ho cercato di mostrare), invece si accomodi al livello della scrittura che ha come obiettivo la viralità, cioè la massima diffusione. Di fatto, sono diffuse tra gli utenti (scrittori professionali o meno) forme di “paraculaggine” – già Flavio Santi, in Aspetta primavera, Lucky (Socrates, 2011), auspicava ironicamente la redazione di una “Storia della letteratura paracula”, dove inserire ogni forma di accondiscendenza, al pubblico o al potere, come funzione culturale –, quali per esempio la presenza di banalità, cioè di significati che si appoggino a uno dei sensi comuni in modo assolutamente esplicito, e da essi si lasciano riconfermare, dagli insiemi di significato dominanti, per la prospettiva di una ricondivisione; oppure altre ragioni retoriche diretta alla semplice conferma della visione del mondo di chi legge, e non una messa in crisi: in questi casi abbondano le forme allocutive e motivazionali, che danno la misura, dal linguaggio pubblicitario, di una personalizzazione del messaggio.

Anche questo articolo, oltre alla sua sede propria, il magazine Lingua Italiana di Treccani.it, vedrà una esistenza social. Spero che su Facebook si attivi una conversazione critica che ne possa estendere la vita, che stimoli delle risposte, che ne amplifichi i significati. Si pensi perciò non a una conclusione, ma a un rilancio: non è forse questa, dimenticata volontariamente nel corpo dell’articolo, una delle caratteristiche di un testo sul web e sui social, cioè la sua inderogabile a-radicalità, per cui anche se si trattasse di un pezzo “chiuso”, indisponibile, sarebbe invece infinitamente discutibile, anche solo per l’esistenza naturaliter di uno spazio di discussione?

 

I post citati sono stati consultati per l’ultima volta il 2 settembre 2020 alle ore 23.

 

 

Bibliografia

Gherardo Bortolotti,  Blog e letteratura, «Nazione Indiana», 3 dicembre 2008.

Emanuele Coccia, Social media e futuro, in «Artribune», 17 agosto 2020.

Paolo Costa, Il futuro della lettura. L’esperienza del testo nell’era postmediale, Egea, 2016.

Andrea Lombardi, Scrittori e Facebook/1. Francesco Pecoraro, «Le parole e le cose», 8 febbraio 2016.

Andrea Lombardi, Scrittori e Facebook/2. Gilda Policastro, in «Le parole e le cose», 16 febbraio 2016.

Demetrio Marra, Facebook come spazio letterario?, in «Inchiostro», 24 ottobre 2017.

 

 

Immagine: An aerial view of the Menlo Park offices of Facebook, Inc

 

Crediti immagine: FABIO ISIDORO / CC BY (https://creativecommons.org/licenses/by/3.0)


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