17 settembre 2020

Il ritorno di Camilleri: Riccardino, più dialetto più diletto

 

Ad un anno esatto dalla scomparsa di Andrea Camilleri (luglio 2019), esce Riccardino, il suo romanzo postumo. L’ultima avventura ed indagine del Commissario Salvo Montalbano di Vigàta. L’opera è pubblicata, come da consuetudine, nella storica collana (alla cui nascita contribuì anche Leonardo Sciascia) “La memoria” della casa editrice Sellerio (numero 1170). All’uscita ha fatto seguito la pubblicazione di un’edizione speciale nella quale vengono presentate entrambe le versioni del romanzo: la prima, datata 2005, e la definitiva.

Partiamo dalle parole che Camilleri stesso utilizza per congedare l’ultima versione, la nota al testo (pp. 275-76), in cui, dopo aver riportato senza alcun cambiamento le parole con cui aveva licenziato l’opera nel 2005 (l’indicazione del periodo di stesura del romanzo, la dedica ad Elvira Sellerio, ecc.), aggiunge che era tornato a lavorarci quasi dodici anni dopo (“a 91 anni compiuti”), che la trama non aveva subito cambiamenti e che però “fosse doveroso aggiornare la lingua”, consapevole di quanto fosse cambiata nel corso degli anni. In effetti, tra la prima stesura di Riccardino (coevo dello splendido romanzo La luna di carta) e la seconda passano ben diciotto libri incentrati sulla figura del Commissario.

 

Cronaca di una morte annunciata

 

Nella nota dell’editore si può leggere (p. IX) che Camilleri sentiva da tempo il “bisogno” di liberarsi del personaggio, ma “Montalbano lo richiamava ogni volta, invogliandolo, quasi costringendolo a scrivere ancora e ancora storie su di lui; per lasciarlo crescere, cambiare, invecchiare, come una creatura vera”. Lo scrittore siciliano deve aver deciso d’impeto di mettere lui la parola fine intorno al suo ottantesimo compleanno, di fatto contraddicendosi, dal momento che scriverà di lui fino al 2019, l’anno de Il cuoco dell’Alcyon. Fatto sta che la consegna ad Elvira Sellerio del manoscritto, con il patto che il libro sarebbe uscito soltanto alla conclusione della serie, generò una serie di aneddoti. In particolare, il fatto che l’ultimo atto del Commissario fosse custodito nella cassaforte della casa editrice e che l’ultimo libro si sarebbe chiuso con la morte di Salvo Montalbano. Sul primo dei due aneddoti è stato anche scritto un romanzo, che forse in pochi conoscono, dal titolo Camilleri, Montalbano e la morte. Cronaca di un sequestro finito male, firmato con lo pseudonimo di Thomas O’Malley.

In varie interviste ed interventi di quel periodo, l’Autore stesso cavalca l’onda della fine della saga, disseminando, in un sottile gioco d’equilibrio, conferme e smentite e probabilmente divertendosi un mondo. I giornali titolano a grandi lettere (es. Ho scritto la morte di Montalbano. Camilleri: “l’editore lo ha già in cassaforte”, la Repubblica 5.3.2006; Montalbano lo voglio uccidere io, Sorrisi e canzoni TV 5.3.2006; Camilleri, il testamento choc. Ho fatto morire Montalbano, la Repubblica 6.3.2006; Camilleri: “Mai detto che Montalbano morirà”, AGI 6.3.2006; “No. Non ucciderò Montalbano”, Quotidiano Nazionale 7.3.2006; Non ucciderò il commissario Montalbano, La Stampa 8.3.2006; Camilleri: “Montalbano non morirà”, Il Giornale 9.3.2006); partono parodie e tormentoni (imperdibili quelli di Fiorello e Baldini): è un vero affaire letterario.

Di quelli “classici”, anche, che prevede il “rapporto” tra uno scrittore e il suo personaggio principale o più famoso e che prima o poi diventa “scomodo” e che Camilleri ben conosce e cita a sua volta, pescando tra i suoi contemporanei: “non volendo fare la fine di altri giallisti come Manuel Vázquez Montalbán o Jean-Claude Izzo, che sono deceduti prima di far uscire di scena il loro personaggio, io mi sono portato avanti e ho già messo nero su bianco la fine del mio commissario” (la Repubblica 6.3.2006). Ma non dimentichiamo che ben prima di lui (e sempre restando su libri con la copertina gialla o nera) si sono trovati nella medesima posizione scrittori del calibro di Sir Arthur Conan Doyle (che uccide il suo Sherlock Holmes in The final problem, facendolo precipitare – insieme al suo mortale nemico Moriarty – dalle cascate di Reichenbach in Svizzera: fu costretto, a furor di pubblico e di editore, a farlo risorgere e ricomparire; Conan Doyle morì nel 1930, Sherlock Holmes è ancora vivo e gli è dedicata, tra l’altro, una collana di narrativa – Giallo Mondadori Sherlock – pubblicata con cadenza mensile dalla Mondadori che ospita solo romanzi o racconti apocrifi sul grande detective), di Agatha Christie (che progettò di far morire il suo investigatore belga, Hercule Poirot, molto presto, salvo poi far pubblicare il romanzo Curtain: Poirot’s last case solo poco prima della sua morte). Passando alla mera narrativa, non si può dimenticare un capolavoro di Stephen King, Misery, che narra la storia dello scrittore Paul Sheldon che nel suo ultimo libro fa morire la sua eroina, generando le ire di una sua fan psicopatica, e si ritrova sequestrato e sottoposto alle più terribili torture mirate allo scopo di vederla rivivere.

 

Siciliano, ma non troppo

 

Ma passiamo alla lingua. Il solito Salvatore Silvano Nigro, il critico autore di tanti risvolti di copertina dei romanzi nonché amico del Maestro di Porto Empedocle, ci fornisce un’immagine difficile da superare: “il Camilleri della seconda redazione ha fatto un lavoro da maestro lapicida, o da miniaturista” (p. 279), corroborandola con un lungo elenco di varianti di diverso genere presenti nel romanzo. Camilleri, di fatto, “aggiorna” il lavoro di quasi dodici anni prima a quello che ormai è, potremmo dire, il tasso di dialettalità a cui sa di potersi spingere. Non si possono a tal proposito non condividere le osservazioni Luigi Matt, in un recente e denso saggio: «Se si guarda all’insieme della produzione narrativa camilleriana, si ha quindi l’impressione di scorgervi una progressiva immersione nel siciliano. Soprattutto seguendo gli sviluppi del ciclo di Montalbano si può dire che dopo un avvio tutto sommato prudente, una volta che i lettori (molti dei quali, da quanto si sa, fedelissimi) hanno preso dimestichezza con quote moderate di dialetto è stato possibile aumentare la dose, fino agli esiti estremi dei libri recenti» (p. 49).

 

Diamo conto velocemente dei fenomeni individuabili nel solo capitolo nove di Riccardino (pp. 112-124: senz’altro uno dei più esilaranti e meglio riusciti, oltre che punto focale per lo svolgimento dell’indagine; altra esemplificazione utile tratta da altre parti del romanzo sarà indicata col numero di pagina), in modo da mostrare il lavoro variantistico eseguito da Camilleri.

Partiamo dai fondamentali. Le desinenze: le uscite in -i del dialetto predominano su quelle in -e della lingua. Esse sono cambiate sistematicamente nel lavoro di revisione (l’esemplificazione si presenta in ordine di uscita nel testo).

Nell’edizione del 2005 il fenomeno si presenta in 24 occorrenze (prevalentemente verbi all’infinito: sintiri, sapiri [3 occ.], aviri [2 occ.], vidiri [2 occ.], mettiri, passari, appariri, cadiri, mangiari; sostantivi e aggettivi: granni, noci, voci, varberi, amori, beni, onori, tri; altre forme verbali: metti ‘mette’, fici).

Nell’edizione definitiva, Camilleri cambia sistematicamente tutte le desinenze (possiamo contare 87 casi): sostantivi singolari e aggettivi (dolori [2 occ.], ’mprissioni, chiaroviggenti [8 occ.], presenti, costruzioni, onori, veli, consapevoli [2 occ.], espressioni, stomachevoli, conclusioni, quali, correzioni, matrimoniali, parti, finali, lampioni, osservazioni, passioni, parti [2 occ.], irreparabili, errori, indagini, menti, orrori, ricevitori, matriali ‘materiale’, qui con sincope); verbi (sfiorari, stetti, parsi, dissi, vinni, rapriri, considerari, tenni, dissi, osservari, fari, parsi, raccoglieri, continiri, vidi [2 occ.], concludiri, misi, metti [2 occ.], rimetti, commettiri, trasportari, sali ‘sale’, devi ‘deve’, essiri, vinni, riggiri, sbattiri, convieni, pigliari; anche con pronome enclitico e quindi senza caduta: pizzicarigli, ristarici); ma anche avverbi e congiunzioni (certamenti, quatelosamenti, vagamenti, chiaramenti [2 occ.], inoltri, completamenti, praticamenti, momentaneamenti, mentri [2 occ.], comunqui, oltri, probabilmenti, fortunatamenti, ardentementi, beni, completamenti).

Vi sono due sole eccezioni: l’autoctonismo (Sottile 2019) taliare (dialettalismo italianizzato nella morfologia finale) e il verbo mangiare che, anzi, in tutte e due le occorrenze del capitolo (pp. 119 e 120) viene cambiato, nell’edizione finale, con l’uscita in -e. Dalla banca dati CamillerINDEX ci risulta che mangiari è attestato soltanto una volta nel romanzo La stagione della caccia: come si vede, Camilleri non è schiavo della sua stessa prassi correttoria.

Altro tratto modificato a tappeto (una trentina di volte; nella prima edizione non ci risultano casi), non solo nei dialoghi, ma anche nel narrato, e forma bandiera utile per riprodurre fenomeni di oralità tipici del parlato più colloquiale, è la caduta della vocale nell’articolo indeterminativo femminile (’na speci di scuncerto, ’na fastiddiosa nausea, ecc.).

Proponiamo infine una carrellata veloce di altri varianti, presenti in maniera meno massiccia nel capitolo analizzato, che vanno anch’esse decisamente inquadrate nell’ottica delle strategie messe in atto da Camilleri per “assuefare” i suoi lettori (ancora una volta, soprattutto i fedeli alle imprese di Montalbano; cfr. Arcangeli 2004). L’impiego di sicilianismi fonomorfologici, o di forme ibride siculo-italiane consente di «saturare la pagina di dialettismi senza che ciò comporti un reale sforzo interpretativo da parte dei lettori: va considerato non solo che le forme in questione per lo più non si distanziano in misura eccessiva dalle corrispettive italiane, ma anche che esse presentano una sostanziale regolarità che ne facilita la ritraduzione» (Matt 2020: 64). E quindi la chiusura della tonica (ora > ura; sempre: 2 occ.; sola > sula; fosse > fusse), l’assimilazione -nd -> -nn- (andava > annava; andò > annò; sempre: 4 occ.; abbandonò > abbannunò), la resa cacuminale di -ll- (le ricadeva sulle spalli > le ricadiva supra alle spaddre); il passaggio e > i in varie posizioni, protonica (telefono > tilefono; sempre: 3 occ.; trentina > trintina; adoperato > adopirato; attestavano > attistavano; superava > supirava; precisò > pricisò; lamentiava > lamintiava; accecò > accicò; sentì > sintì), tonica (mettiri > mittiri; ricadeva > ricadiva) o tutte e due (vedeva > vidiva); geminazioni intervocaliche (libero > libbiro; tubo > tubbo).

Resta la refrattarietà all’uso delle forme terminanti in -u: scuncertu della prima edizione viene corretta in scuncerto (Matt 2020: 53).

Nella stessa ottica possono essere inquadrate le numerose correzioni che vanno nella direzione di sostituire lessemi italiani con parole che si differenziano (oltre che per la forma fonetica) per un prefisso aggiunto: cercai > accircai; i benefici ricevuti > i benefici arricevuti; ringraziò > arringraziò; canoscio > accanoscio; risentito> arrisintuto; rispunniri > arrispunniri; rifiutò > arrefutò.

Esiguo il numero delle correzioni a livello sintattico, che possono leggersi di pari passo con «l’intensificazione del tasso generale di dialettalità» (Matt 2020: 54): la sostituzione del verbo esserci con starci (meno male che c’era il dottor Pasquano > ci stava p. 30), la frequentissima aggiunta di che ad altre congiunzioni (appena raprì > appena che raprì; quanno la signorina Tina > quanno che la signorina Tina; proprio mentre una machina > proprio mentri che una machina; mentre quella armiggiava > mentre che quella armiggiava; mentre stava sconzanno > mentri che stava sconzanno), l’inserimento di accusativi preposizionali (e tu perché chiami me? > e tu pirchì acchiami a mia? p. 5), frasi scisse implicite (per esempio, il finale della Pazienza del ragno, non è completamento tuo? > per esempio, non sei stato tu a scegliere il finale de La pazienza del ragno? p. 121)

Passando al lessico, possiamo notare poche variazioni. Ma tutte incasellabili nel fil rouge della complessiva leggibilità e fruibilità del romanzo. In un paio di passi abbiamo l’inserzione di due sicilianismi, uno semantico e l’altro lessicale, ben diffusi nei romanzi camilleriani e ben noti ai lettori: macari (ma quel jorno non era cosa > ma macari quel jorno non era cosa; e si era inoltre sbacantata > e si era macari sbacantata) e scantò (venne pigliato dal panico > si scantò); stesso discorso per arricampativi (p. 40) che sostituisce potete tornarvene.

In tanti casi la variante dialettale o locale è perfettamente intuibile dal contesto in cui è utilizzata: la voci sua di lei > ; subito fici una vociata di dolore > lamintio; un vistito viola attillatissimo che per non esplodere doviva aviri le cuciture rinforzate col materiale adoperato per le vele da regata > azziccatissimo, cusute; la signorina si era ’mpupata e alliffata, occhi sagomati di nìvuro, vucca arrussittata tipo sanguinazzo, ’na mezza quintalata di fondotinta > funnotinta; Venite con mia > cu; La càmmara di letto del signor Nicotera disponeva, oltre che di un novissimo letto matrimoniale probabilmente rinforzato in acciaio che poteva contenere un minino di tri persone […] > azzaro.

 

Il Maestro e Montalbano

 

Andrea Camilleri compare pirsonalmente di pirsona nel romanzo. È lui, anzi, il vero competitor di Montalbano. Egli pretende di indirizzare le indagini, telefona al commissario, manda fax, vuole costringerlo a sbrigarsi a chiudere il caso perché lui vuole dedicarsi ad altro.

I riferimenti all’altro Montalbano, quello televisivo, che offusca il personaggio letterario con la sua maggiore avvenenza e popolarità (Talè! Talè! ’U commissariu arrivò!” “Montalbano è!” “Cu? Montalbanu? Chiddro di la tilevisioni?” “No, chiddro veru”. A Montalbano gli vinni ’na violenta botta di nirbùso p. 9), sono infatti perlopiù un pretesto, un gioco letterario necessario (’no scassamento di cabasisi ’nsupportabili p. 9). La vera sfida è tra i due: tra pupo e puparo.

Come è stato ampiamente notato, Andrea Camilleri dell’edizione del 2005 diventa sistematicamente l’Autore o il profissori (p.147; profissori e autori nelle parole di Catarella p. 146).

Nel capitolo nove del libro, Montalbano riceve una telefonata (Era l’Autore che lo chiamava da Roma). Inizia un fitto botta e risposta di sapore pirandelliano, nel corso del quale sono apportate alcune modifiche degne di nota.

Lo scambio tra i due si svolge in italiano, ma ad un certo punto di una lunga battuta dell’Autore troviamo la frase però ti devo avvertire che ti stai mettendo su una mala strata cambiata in però t’aio ad avvirtiri che ti stai mittenno supra a ’na mala strata: un code switching perfetto. Probabilmente il ricorso al dialetto vuol far suonare la battuta come più minacciosa, secondo un cliché ben stereotipato. Poco più avanti però un macari viene cambiato in anche e l’Autore continua la sua filippica nei confronti del suo personaggio in italiano. Fino alle righe finali (prima che Montalbano chiuda bruscamente la telefonata) in cui nell’edizione definitiva viene inserita ex novo la frase io ti offro una pista e tu ti metti a babbiare […] in cui il verbo, senz’altro una delle parole più conosciute del lessico camilleriano (registrato tra l’altro da GRADIT), ha la giusta pregnanza semantica senza per nulla alterare il discorso del personaggio.

Anche in altri punti del romanzo, lo scambio tra i due vede regredire la componente italiana in favore di quella dialettale, spesso anche qui, con il ricorso al cambio e alla commistione di codici linguistici. Qualche esempio per dare conto di quanto affermato: Montalbà, tu sei stato sincero quando poco fa hai detto a Fazio che non è a lui che vuoi fare nesciri ’u senso. Lo vuoi fare nesciri a mia > Montalbà, tu sei stato sincero poco fa quanno hai detto a Fazio che non è a lui che vuoi fari nesciri ’u senso. Allura però t’addimanno: lo vuoi fari nesciri a mia? (p. 147); non ho capito un’amata minchia del perché pensi che io voglia dare ai tuoi lettori l’impressione che tu non ragioni più per la vecchiaia > Non ho capito ’n’amata minchia del pirchì tu ti sei amminchiato che io voglio fari accridiri che tu non raggiuni cchiù per le vicchiaglie (pp. 147-48); Lì hai fatto alcuni sbagli. Io non me ne sono accorto, ma qualche lettore sì. E me l’ha segnalato. Allora ho capito benissimo la tua intenzione. A te non te ne importa niente né della logica dell’indagine né delle regole da seguire. Tu mi vuoi solo sputtanare, Montalbà. Vuoi fare terreno bruciato torno torno a mia > Lì hai fatto alcuni sbagli. Io non me ne sono accorto, ma qualche lettore sì. E me l’ha segnalato. Allora ho capito benissimo la tua intenzione. A tia non tinni futti nenti né della logica dell’indagini né delle regole da seguiri. Parlamonni chiaro: tu mi vuoi solo sputtanare, Montalbà. Vuoi fari tirreno abbrusciato torno torno a mia (p. 148).

Il dialetto, anzi il vigatese come viene corretto nell’edizione definitiva (non dire parolacce e non parlare in dialetto > non dire parolacce e non parlare in vigatese, p. 101), resta il protagonista assoluto.

E a proposito di dialetto. Montalbano adotta nel suo eloquio espressioni tipiche dei personaggi di estrazione socioculturale bassa, gli capita di citare Catarella (un cinquantino dalla facci comunqui, come diciva Catarella, p. 116), dice di starsi recando da una chiaromante chiaroviggenti (p. 113, usando il “titolo” che Tina Macca aveva usato con lui nel presentarsi) e soprattutto utilizza più volte quello splendido nzè ‘no’, elemento distintivo del parlato della fìmmina signura (Davanti alla porta spalancata, comparse Fazio. “Dottore, permette?” “Nzè” fici il commissario. “Ti chiamo io tra cinque minuti” p. 55; “L’ha visto ’n facci, capitano?” “Nzè, purtroppo m’è venuto da starnutire e …” p. 115).

Montalbano, il commissario più amato dagli italiani (e con lui tutti i suoi compagni di strada, Catarella, Pasquano, Fazio, Augello, Livia), esce di scena (un anno dopo il suo papà). È proprio il caso di dire: “Bih, che camurrìa!”.

 

 

Bibliografia minima di riferimento

Arcangeli 2004 = M. Arcangeli, Andrea Camilleri tra espressivismo giocoso e sicilianità straniata. Il ciclo di Montalbano”, in Marci, G. (a cura di), Lingua, storia, gioco e moralità in Andrea Camilleri, Cagliari, CUEC, 2004, pp. 203-232.

CamillerINDEX [ultima consultazione 03.09.2020].

Camilleri 2020 = A. Camilleri, Riccardino. Seguito dalla prima stesura del 2005, Sellerio, Palermo.

GRADIT = Tullio De Mauro (a cura di), Grande dizionario della lingua italiana, UTET, 2007.

Matt 2020 = L. Matt, Lingua e stile della narrativa camilleriana, in D. Caocci, G. Marci, M. E. Ruggerini (a cura di), Quaderni camilleriani 12. Oltre il poliziesco: letteratura/multilinguismo/traduzioni nell’area mediterranea. Parole, musica (e immagini), Grafiche Ghiani, pp. 39-93.  

O’Malley 2007 = T. O’Malley, Camilleri, Montalbano e la morte, Edizioni Memori, Roma.

Sottile 2019 = R. Sottile, La lingua ‘inventata’ di Andrea Camilleri: il peso della parola dialettale, in «Dialoghi mediterranei», 40 (2019).

VSES = A. Varvaro, Vocabolario Storico-etimologico del Siciliano, Edizioni di Linguistica e di Filologia, Centro di studi Filologici e Linguistici siciliani, Strasbourg, 2014.

VS = Vocabolario siciliano fondato da G. Piccitto, poi diretto da G. Tropea e S. C. Trovato, Centro di studi filologici e linguistici siciliani, Opera del vocabolario siciliano, Catania-Palermo, 1977-2002.

 

 

Immagine: Un ritratto di Andrea Camilleri

 

 

Crediti immagine: SerStelitano / CC BY-SA (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0)


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