01 ottobre 2020

Sulla scrittura di Andrea De Alberti

Facebook come spazio letterario

 

Il juste milieu

 

Il 16 febbraio 2017 Andrea De Alberti scrive su Facebook: «Non c'è da dimostrare proprio niente in poesia. Non c'è un'ipotesi. Non c'è una tesi. Non c'è niente nel mezzo. Non c'è niente. State sereni». Ci penso riguardando la prefazione di Dante Isella ai Mottetti montaliani, nell’edizione Adelphi: bisogna saper «trovare [...] il juste milieu “tra il non capir nulla e il capir troppo”, quello che i poeti, non sempre i critici rispettano d'istinto. Siamo infatti persuasi [...] che “al di qua o al di là di questo margine non c'è salvezza né per la poesia né per la critica”». Il fatto è molto semplice: Facebook, come ogni altro social, ci pone di fronte a una situazione del tutto inedita per la critica e la filologia. Non più archivi polverosi, né manoscritti indecifrabili, ma un’ipertrofia di informazioni chiare e tutto sommato facilmente raggiungibili attraverso una ricerca per parole chiave. Per questo motivo, spero a ragione, nello studio della scrittura di Andrea De Alberti a un certo punto mi sono fermato.

De Alberti nasce a Pavia nel 1974. Laureato in Storia del Teatro con una tesi sul Teatro dei Sensibili di Guido Ceronetti, esordisce come poeta su «Atelier», con prefazione di Flavio Santi. Segue una silloge nell’Ottavo quaderno di poesia contemporanea (Marcos y Marcos, 2004); dunque Solo buone notizie (Interlinea, 2007), prefazione di Angelo Stella; Basta che io non ci sia, con prefazione di Cesare Segre (Manni, 2010), Litalìa (La Grande Illusion, 2011), Dall’interno della specie (Einaudi, 2017) e La cospirazione dei tarli (Interlinea, 2019). Il suo “caso” mi viene già nel 2017, quando in un intervento per «Inchiostro» ancora “spurio” tentavo di riflettere sulle potenzialità dei social in ambito letterario. Nella mia bolla (cioè nella rete di amici con cui attivamente interagisco) De Alberti mostrava una consapevolezza del mezzo superiore, non tecnica ma poetica, anzi: di poetica. Non una competenza da social media manager, ma da scrittore che – sulla soglia dell’età individuata da Douglas Adams come “problematica” ad accettare le novità («Qualunque cosa sia stata inventata dopo che abbiamo compiuto trentacinque anni va contro l’ordine naturale delle cose», in Il salmone del dubbio) – con un colpo di reni si mette al passo e anzi interpreta il mezzo in modo personale, avviando, volente o nolente (io credo volente) un modo di scrivere sui social, forse “fondatore di discorsività”.

 

La scrittura di Andrea De Alberti

 

Già in un articolo precedente, dedicato al mezzo, sottolineavo la possibilità di un continuum, una sostanziale non differenza, un meccanismo di scambio perenne per alcuni autori tra la scrittura privata, la privata-pubblica (i social media) e la pubblica (edita). Portavo l’esempio di Francesco Pecoraro, che ha pubblicato su Facebook diversi brani poi editi in libro. Alle sue “forme ibride web/volume” dedica un ottimo contributo Isotta Piazza, che dà anche nuova significazione al «genere cantiere» (citando E. Menetti), sintagma precisissimo, forse, per indicare queste scritture ipercontemporanee – e il lettore, proseguendo la metafora, come humarell, partecipe-impartecipe della costruzione, ascoltato o meno, nonostante tutto con le mani dietro la schiena, ogni mattina. Ho a torto voluto semplificare la presenza di De Alberti nel mezzo indicando l’esposizione della vita privata. Uno studio approfondito mostra invece diversi aspetti di questa presenza social: a) l’aspetto, già detto, di esposizione del privato nella paradossale e vitale idea della scrittura come nero su bianco di una personalità in continua definizione; b) l’aspetto di scrittura-da-social, un corrispettivo della twittletteratura, per cui il post è scritto tenendo a mente lo statuto del mezzo, quindi nondimeno con movenze epigrammatiche, o con una sintassi mossa dall’assenza della punteggiatura; c) l’aspetto più strettamente meta, che definirei del “poeta come lettore”. Intendendo la lettura un’azione autoriale tanto quanto la scrittura, in una linea che va dal semplice appunto allo svelamento (programmatico!) di elementi avantestuali; d) l’aspetto “rassegna stampa”, quando nella bacheca si dà eco alle recensioni, ai concorsi, agli articoli che riguardano l’autore, con l’obiettivo di incrementare il discorso. Non un “purché se ne parli” (strategia invece usatissima), ma una misurata condivisione dei traguardi, una forma di compartecipazione. Si tratta di quattro prospettive differenti, due per lo più espressive due per lo più comunicative, altamente interrelate e inscindibili.

 

Lettere al padre

 

Non credo di sbagliare: può usarsi un atteggiamento filologico per dar prova di quanto De Alberti avvicini le scritture social alle “ufficiali”. Una delle più intense pubblicazioni del privato è la serie, ininterrotta, delle lettere al padre. Intanto, lo scrittore stesso ricorda che la sua prima poesia sia stata scritta alla morte di suo padre (Intervista per «l’Estroverso» a cura di Grazia Calanna), «Era il 13 ottobre 1999». Viene accolta in Solo buone notizie:

 

                                                                                                    13-10-1999. Sapevo che ti abbandonavi, sgusciavi

                                                                                                                             alla prima meraviglia d’ottobre…

Mi rivolgo a te da questo angolo

senza numero o gioco, da questa

terrazza per puro caso appesa

alla dritta del tuo nome, fra un cielo

e un altro cielo senza sfiato o misura.

Accoglimi con poco, sforza

per l’ultima incerta occasione

della stagione.

 

[A mio padre, in Solo buone notizie]

 

Con questa sorta di esergo anonimo che poi in Basta che io non ci sia occupa lo spazio di un titolo ipertrofico e controcantico. Al “padre” è dedicato tutto il libro, soprattutto la sezione finale In tempo di pace, quando le precedenti agivano In presenza del fantasma, discorso «sotto la pensilina», per usar Caproni, rivolto a una rosa di conoscenti e amici.

Ebbene, su Facebook questa “linea” continua, si trattasse di una lunga “elaborazione”, impossibile da esaurire. Qualche esempio:

 

Caro papà, potremo rivederci qualche giorno? Dico anche dopo il 13 di questo mese? Faccio una gran fatica. Voglio che alcuni sappiano che si fa una gran fatica. Che possa servire anche a loro quello che scrivo. Ho sempre pensato a me. Ma quando scrivo no. Non penso a me e non penso a niente. Scrivo della fatica. Della rete bucata. Del cielo che precipita e ci metto sotto la schiena. Scusate. Scusa.  [3 ottobre 2017]

 

A chi si chiedesse quale “statuto” abbiano questi testi, rispondo con una sorta di sillogismo: se un autore pubblica un testo, allora è da considerare letterario, nelle intenzioni – sta poi a chi? Forse alla critica a decretarne l’insieme. Nel caso dei social, in cui la pubblicazione ha a che fare con un limbo (non solo di “carattere”, perché è uno spazio privato-pubblico, ma di “esistenza”, perché può essere sempre cancellato e modificato), varrebbe lo stesso, ma con un’ulteriore cautela si può dare verifica se c’è una “parentela” con un testo precedente o se segue una sua pubblicazione. In Basta che io non ci sia, l’explicit è affidato a questa poesia:

 

Recupera… recupera… recupera… recupera…

(telecronaca della finale dei 200 metri: Pietro Mennea vince a Mosca)

 

… ma noi così aspettavamo la gioia,   

l’ora immortale che pensavamo finita,  

di qui diremo: è cominciata,  

    da un campo azzurro,  

da un immenso dentro.   

          ……………………………………………

Recupera… recupera… recupera… recupera

      Giacomo tutta la nostra vita

 

Nel 2013 un’eco in bacheca:

 

A Pietro Mennea        

   ...recupera... recupera... recupera... recupera  

    (Mosca)    

        [21 marzo 2013]

 

Un prodromo della lettera al padre del 2017:

 

Caro papà  

       forse ti sei perso il mio periodo migliore.

È cambiato tutto quel giorno in cui alla televisione per caso passarono la finale dei 200. Mennea a Mosca. Il 1980. E la voce del telecronista: recupera recupera recupera.

          In questi anni tu sei stato per me quel telecronista.       

  Ciao

[30 giugno 2017]

 

Riproposta senza varianti, ecco il salto “fuori”, nei Quaderni di Versi in Borgo, pubblicazione a cura di Matteo Pelliti, uscita quest’anno.

 

Ho chiamato l’editore?

 

Insomma, con le lettere al padre si è vista sia la pubblicazione del privato sia una certa considerazione dello specifico del mezzo, che si può vedere molto bene in tantissimi altri post, ai quali rimando secondo scorrimento (non potendo andare oltre); nonché la permeabilità dei due luoghi, social media e libro. Adesso invece mi soffermo su una delle serie più celebri di Andrea De Alberti. Dopo l’uscita di Basta che io non ci sia ha firmato un contratto con l’Einaudi, per la prestigiosa collana “Bianca” (la “Collezione di poesia”). Qualsiasi lettore forte sa che la collana ospita autori esteri e italiani, storicizzati e contemporanei, per una media (calcolata personalmente) dal Duemila di circa nove pubblicazioni annuali. Per questo, i tempi di attesa sono molto lunghi. Nella difficoltà, lo scrittore emerge. Comincia così una rubrica dal nome Ho chiamato l’editore. Strisce satiriche dalla fortuna ovviamente autonarrativa. Il risultato, dopo una conquistata regolarità, è un incremento dell’hype (dall’inglese hyperbola), cioè dell’aspettativa, sul libro:

ho chiamato l’editore. gli ho detto: ma nel 2015 sono usciti tutti! mi ha risposto: gh gh gh!           

[8 giugno 2015]

E ancora:

 

Ho chiamato l'editore. Gli ho detto: metteremo una fascetta al libro? Mi ha risposto: solo nel caso dovesse avere una copertina    

        [13 giugno 2016]

 

Ho chiamato l’editore. Gli ho detto: ma perché tutti quelli che non sono inseriti nella sua collana dicono che è orrenda? Mi ha risposto: non si preoccupi ho deciso di inserirli nelle nuove uscite così poi vediamo cosa dicono.

[30 novembre 2016]

 

Quando il 23 dicembre pubblica la prova di copertina, la serie si converte, quasi spontaneamente e per un solo attimo, in un una strategia di marketing tutt’altro che spietata volta piuttosto a una narrazione autoironica del traguardo. De Alberti penso sia un esperto “catalizzatore”, poi il suo contrario: significa che in tutta la sua scrittura ragioni per progressivo avvicinamento al senso, che poi viene spesso celato o distanziato – a questo proposito non posso non pensare alla prefazione di Cesare Segre a Basta che io non ci sia, quando parla di «affioramenti di narrazione» e di «vaporizzazione delle immagini»: sta proprio lì, il punto.

Del 2 febbraio 2017 è la prima foto del libro, e da lì la discesa. La serie continua nonostante l’ovvio superamento dell’occasione, o in una forma autoriflessiva:

 

Ho chiamato l'editore. Gli ho detto: ma lo sa che il libro ha venduto tantissimo grazie a facebook?! Mi ha risposto: ma se aveva un altro cognome su fb [ndr: diverso solo per la “d” minuscola di “De”]

[19 giugno 2017]

 

Ripropongo questo post. Chiamavo l'editore prima che uscisse il libro che non usciva mai: ho chiamato l'editore. gli ho detto: oggi magari non lo sa ma è la giornata mondiale del libro. mi ha risposto: quindi lei come fa?   

     [23 aprile 2018]

 

che lascia emergere una grande consapevolezza del mezzo; oppure attraverso delle variazioni sul tema, per esempio con la serie sull’Oste-Poeta, fortunata mitologizzazione dopo un bell’articolo a lui dedicato su «La Repubblica» del 26 aprile 2017.

Non è un caso che durante questa “campagna” l’attenzione fosse eterodiretta. Le lettere al padre sono un esempio; nominerei anche i post sulla campagna-pianura pavese, con focus su Battuda; i post da poeta-lettore, o in generale spettatore, considerando anche che uno dei caratteri più espliciti di Dall’interno della specie sia una sorta di rielaborazione delle notizie documentarie, siano esse cartacee o audiovideo, all’insegna della parafrasi, del commento, della postilla; eccetera. Si parlava di continuità: continuità, certo, lo dico col senno di poi.

 

«Nessun poeta è peggio di Cervantes»

 

Cito. Perché già nel 2016, a occhio attento, De Alberti seminava indizi sul suo prossimo lavoro. Non basterebbe «eliminare le prove». Precisamente il 26 ottobre 2016:

 

Oggi ho portato le cose dal professore di letteratura spagnola. Fu allievo di Roncaglia e il primo a laurearsi con Segre quando Roncaglia andò a Roma. Mi dice che vedendomi sempre in osteria non sapeva del mio amore per la poesia. E poi mi chiede perché ho scritto su Cervantes. E poi mi offre un caffè e io penso che l'Università dopo i quarant'anni da esterni è bellissima.

 

Scrive «le cose», come se il lettore sapesse a cosa ci si stia riferendo, ma no. «E poi mi chiede perché ho scritto su Cervantes». Nonostante sia esplicito, il thread che viene a scatenarsi riguarda la frase finale, dolceamara, sull’università. Ma il punto voleva essere un altro. nondimeno il legame genealogico con Segre. Sembrano solo condivisioni di lettura:

 

Oggi son tornato in aula VII in università. mi interessava sentire una lezione su Cervantes. Aula VII è quell'aula dove se ci torni anche dopo quindici anni sentirai citare sempre Bachtin.

[8 novembre 2016]

 

Invece no, perché il 28 gennaio 2018 pubblica la citazione che ho messo a sottotitolo di paragrafo e il 3 febbraio «Gli stati generali» ospitano due testi inediti, dai titoli parlanti: Cervantes e La guerra. Comincia un “addensamento”, con tanto di leggero e autoironico allontanamento dal libro precedente. È la volta di «Inchiostro», rivista universitaria di Pavia, che nel numero cartaceo primaverile pubblica Don Chisciotte, ancora un testo dal libro futuro. Più si avvicina la pubblicazione del libro, più i post a riguardo si moltiplicano: in novembre 2019 abbiamo l’esemplare fisico. Un mese dopo, De Alberti mostra una foto con «le fonti dei tarli», una pila di libri con tutti i testi che hanno accompagnato la realizzazione della raccolta (dico di passaggio come secondo me, dopo Basta che io non ci sia, De Alberti abbia riflettuto forse con più intensità su “concept book”, collaudati su fonti). L’ambiguità semantica ha dato ancor più importanza a un titolo che si comprende pochissimo senza i versi che lo contengono:

 

A cinquantatré anni il pittore Francisco Pacheco   

         ritrasse gli spagnoli più celebri.  

           Di Cervantes neanche l’ombra.

Non è conservato nessun manoscritto,

neanche una lettera.     

Lavorò al dipinto di Cervantes  

su una tavola di legno piena di insetti.

  Ci mise della biacca e poi iniziò.    

       Mentre dipingeva sentiva ancora    

       la cospirazione dei tarli nel legno.    

     Lavorò tutto il tempo con quel rumore.

Non riuscì mai a finirlo.

            Di me possedete solo alibi e suppliche,

ve ne sarà una ragione.

 

Sentivo fosse un aneddoto già raccontato. Forse così:

 

Ho visto un documentario su Rembrandt. Lavorò al dipinto del bue squartato su una tavola di legno piena di tarli. Ci mise della biacca. La curò e poi iniziò a lavorare. Mentre dipingeva sentiva ancora il rumore dei tarli nel legno che si agitavano nella loro morte. Lavorò tutto il tempo con quel rumore lì.

[8 aprile 2016].

 

Si dirà che il critico ha a disposizione tutto, che non rimangono segreti. Penso al juste milieu, come sia qualcosa che viene dall’oggetto di studio: non l’avrei mai capito, il gioco intertestuale, senza la confessione dell’autore durante una sua presentazione a Pavia, 8 novembre 2019, Libreria Il Delfino. Senza dimenticare quanto abbia reso difficile la consultazione di vecchi post Facebook, se non si sa cosa cercare. Penso a quando una poesia può dirsi compiuta, alla storia di Paul Valéry (raccontata da Barthes?), che non voleva lasciare il Cimitero marino, costi quel che costi, e del furto da parte dell’editore. Forse (dall’intervista citata):

Quando finisce di parlarti insieme alle altre poesie. Si mettono d’accordo tutte insieme e per un po’ non ti parlano più.

 

Bibliografia

Calanna, Grazia, Andrea De Alberti, “la poesia è come un tanare in una pozzanghera una carpa dorata”, in «l’Estroverso», 6 giugno 2017:

De Alberti, Andrea:

- Solo buone notizie, prefazione di Angelo Stella, Interlinea, 2007.

- Basta che io non ci sia, prefazione di Cesare Segre, Manni, 2010.

- Litalìa, La Grande Illusion, 2011.

- Dall’interno della specie, Einaudi, 2017.

- La cospirazione dei tarli, Interlinea, 2019.

Isella, Dante, Introduzione ai Mottetti, Adelphi, 1988.

Piazza, Isotta, Forme ibride (web/volume) e i paradigmi della modernità: il caso Pecoraro, «Griseldaonline», v. 19, n. 1 (2020).

 

Immagine: Miguel de Cervantes imaginando El Quijote

 

 

Crediti immagine: Mariano de la Roca y Delgado / Public domain


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