20 ottobre 2020

“La Primavera” di Maria Giuseppa Guacci

Tra patria e poesia

 

Maria Giuseppa Guacci è una figura di primo piano nel panorama culturale napoletano del XIX secolo, benché provenisse da “una famiglia artigiana e piccolo-borghese, inizialmente autodidatta ma capace, malgrado la modesta estrazione sociale, di divenire una delle allieve predilette del purista Basilio Puoti” (Fresu 2010, p. 9).

Si cimentò in numerosi generi, spaziando dalla poesia alla prosa e compose altresì un’opera di carattere storico (Storia del cholera in Napoli o di alcuni Costumi Napoletani del 1837), senza dimenticare i numerosi scritti incentrati sulla pedagogia.

 

Patriottismo

 

La Guacci scrive in uno stile neoclassico, con un linguaggio aulico e ricco di figure retoriche, con evidenti influenze da Dante, Petrarca, Ariosto, Tasso e soprattutto il contemporaneo Leopardi. Dalle sue liriche traspare inoltre un grande patriottismo, alimentato non soltanto dalla contingente situazione storica, ma anche dalla sua frequentazione con lo studio del Puoti, in cui si formarono altri importanti patrioti come Paolo Emilio Imbriani, Luigi Settembrini e Carlo Poerio (Russo 2010, p. 60). Gli studiosi hanno analizzato, in particolare dal punto di vista linguistico, la corrispondenza che la poetessa intrattenne con Antonio Ranieri e Irene Ricciardi (Fresu 2010, p. 13).

Il sonetto di cui ci occuperemo in questa sede, La Primavera, fu composto nel 1831 e si trova nelle tre edizioni delle sue Rime.

 

Le variazioni nelle tre diverse edizioni

 

La prima edizione delle Rime fu pubblicata nel 1832 a Napoli presso la Stamperia del Fibreno, su consiglio di alcuni amici, che la invitarono a raccogliere le sue poesie, precedentemente apparse su periodici. Questa prima edizione, essendo molto breve e stampata velocemente, non è stata curata con troppa attenzione ed è priva dell’indice. Vi sono, in quest’ordine, sei sonetti, sei canzoni, un poemetto di 18 stanze e quattro terzine. Nella seconda edizione del 1839, stampata a Napoli nella stamperia dell’Iride, è invece presente l’indice e vi è un cambiamento, non soltanto nel numero, ma anche nell’ordine dei componimenti poetici: le canzoni sono presentate per prime e divengono quattordici, le stanze aumentano a quattro, le terzine sono dieci e i sonetti, questa volta posti al termine dell’edizione, divengono quattordici come le canzoni. Inoltre, per la prima volta, sono specificate le date di composizione dei sonetti.

La terza ed ultima edizione del 1847, stampata presso la medesima stamperia, è la più importante e pregevole. Divisa in due volumi, è commentata da Basilio Puoti, ulteriore testimonianza della qualità della produzione poetica di Maria Giuseppa Guacci. Nel primo volume sono presenti ventiquattro canzoni, due odi, dieci terzine e quattro altre liriche, mentre nel secondo volume all’inizio vi sono un poemetto e un canto (entrambi assenti nelle due edizioni precedenti), seguiti da altre dieci stanze e da venti sonetti.

Esempio di variazione presente nel sonetto La Primavera

Un commento

 

Il sonetto fu redatto nel dicembre del 1831 e pubblicato per la prima volta nel 1832 e venne successivamente ripubblicato, con minime variazioni, nel 1839 e infine, nell’ultima edizione del 1847. Lo schema delle rime presente nel sonetto è: ABBA ABBA CDC DCD, modello ampiamente utilizzato da Dante nella Vita Nova e da Francesco Petrarca nel Canzoniere. Fin dall’inizio del componimento sono evidenti i costanti richiami alle grandi opere della letteratura italiana, di cui l’autrice si nutrì durante i suoi studi presso il Puoti. La figura di Zefiro è infatti un evidente richiamo alla mitologia classica, utilizzato da Omero, che nell’Iliade, lo descrive come un vento portatore di pioggia, mentre nell’Odissea diviene il portatore della primavera.

 

Zefiro

 

Probabilmente Giuseppa Guacci ha ritrovato questa figura mitologica anche durante i suoi studi, poiché Zefiro è citato altresì da Dante nel canto XII del Paradiso: “In quella parte, onde surge ad aprire Zefiro dolce le novelle fronde” (vv. 46-47). Zefiro è anche menzionato nel Canzoniere di Francesco Petrarca, nel sonetto Zephiro torna, e 'l bel tempo rimena, da Giovanni Boccaccio ne Il ninfale d’Ameto (v. 13: “E a zefiro soavissimo fra le nuove foglie senza sturbo furon rendute le fresche vie”), da Poliziano (Stanza 1.25 “Zefiro, già di bei fioretti adorno, Avea da' monti tolta ogni pruina” e Stanza 77: “Zefiro il prato di rugiada bagna, Spargendolo di mille vaghi odori) e infine da Ugo Foscolo nel carme De’ Sepolcri (vv. 114-115: “ma cipressi e cedri di puri effluvi i zeffiri impregnando”). Tutti questi autori furono certamente ben noti all’autrice, che probabilmente aveva anche in mente, in quanto grande appassionata d’arte e di archeologia, la Primavera di Sandro Botticelli. Nella prima quartina sono inoltre descritti gli effetti che il vento ha sulla natura circostante, in particolare esso rende più sereno il giorno e fa schiudere i fiori e i germogli degli alberi. È possibile notare gli influssi leopardiani (Celli Bellucci 1976; Fresu 2010) presenti nell’opera poetica dell’autrice. A mio parere “tenerelle”, termine presente nella canzone A Silvia di Giacomo Leopardi che, riferendosi alla morte dell’amata Silvia scrive: “Tu pria che l’erbe inaridisse il verno, da chiuso morbo combattuta e vinta, perivi, o tenerella” (vv. 40-42), è un chiaro esempio di influenza leopardiana.

 

Petrarca e Scarlatti

 

La descrizione degli effetti benefici di Zefiro prosegue nella seconda quartina, dove viene presentato il tragitto compiuto dal vento che, dal mar Tirreno, si spargerà fino agli estremi confini dell’universo, rendendo rigogliosi i campi. Anche in questa sezione vi sono alcune evidenti citazioni tratte da importanti poeti italiani: in particolare, alla fine del sonetto (v.14) Po, ben puo' tu portartene la scorza di Petrarca è presente l’espressione “dolce soggiorno”, che si trova anche alla fine dal 5° verso del sonetto in esame. Vi è inoltre un evidente richiamo alla Cantata n. 17 tratta dalla raccolta Cantate per soprano del M.o Scarlatti scritta dal compositore Alessandro Scarlatti, fondatore della scuola musicale napoletana, il cui primo verso è proprio “Dalle tirrene sponde”. All’inizio della quartina è presente anche la prima discrepanza tra le tre versioni del componimento: nell’ultima versione il termine “eppur” diviene “e pur”. Oltre a ciò, nel verso successivo da “Del Tirreno alle sponde apriche e belle” della prima versione, si passa al “Per le Tirrene sponde apriche e belle”. Al verso 8 vi è un’altra leggera variazione, in quanto nella seconda e nella terza versione del sonetto vi è l’apocope della i nel pronome personale “ei”, che viene sostituita dall’apostrofo; infine, nel verso successivo “sin” diviene “fin” nelle edizioni del 1839 e del 1847.

 

Un richiamo a Leopardi?

 

Nelle terzine finali è sottolineata la caducità del vento, che dopo essere passato attraverso i rigogliosi campi, subito li abbandona, così come la vita, che scorre via dal corpo della poetessa, come viene riferito nella prima terzina. Nella seconda ed ultima terzina l’autrice scrive che quando il vento ritornerà, il suo corpo sarà già sottoterra, e Zefiro muoverà solo le viole. È questa la terzina che è stata maggiormente rimaneggiata dalla Guacci, che nel verso 12, nelle ultime due versioni, aggiunge nuovamente l’esclamazione “ahi”, uniformando così la seconda terzina alla prima, sostituendo inoltre il termine “allor” con il più musicale “dì”. Per di più vi è nuovamente l’apocope della i nel pronome “ei”, che viene sostituita dall’apostrofo; infine, al verso 13 il termine “corpo” è sostituito da “salma”, utile anche in questo caso a rendere più musicale il componimento. In quest’ultima terzina vi è un probabile richiamo a Il sabato del villaggio di Giacomo Leopardi: ai versi 3-5 il poeta marchigiano scrive infatti “col suo fascio dell'erba; e reca in mano un mazzolin di rose e di viole, onde, siccome suole”. Anche Maria Giuseppa Guacci utilizza il termine suole e cita le viole, che rappresentano la delicatezza, la tenerezza e la rinascita. La poesia si conclude come si era aperta: con un riferimento al mito classico, in questo caso, meno evidente. La leggenda narra difatti che, quando la dea Persefone fu rapita da Ade, la terra divenne sterile a causa del dolore della madre Demetra; fortunatamente si giunse ad un accordo che avrebbe permesso a Persefone di vivere con il marito Ade in autunno ed in inverno, mentre in primavera sarebbe tornata a vivere con la madre per altri sei mesi. Quando la dea tornò per la prima volta sulla terra in primavera, portò rinascita: fu accolta da alcuni fiorellini appena sbocciati, le viole, che, da quel momento fanno sempre capolino nei campi durante ogni primavera.

 

 

Riferimenti bibliografici

N. Celli Bellucci, Riscontri leopardiani nell’opera di Maria Giuseppa Guacci Nobile, in Letteratura e critica. Studi in onore di Natalino Sapegno, a cura di W. Binni, Roma, Bulzoni, 1976, Vol. III, pp. 493-527.

R. Fresu, “dover essere nel medesimo punto massaia, verseggiatrice e consigliera”. Livelli linguistici di una donna colta di primo Ottocento: il caso Guacci, in Studi guacciani, di R. Fresu – A. Russo – F. Sanguineti, Napoli, Filema, 2010, pp. 9-51.

M.G. Guacci Napolitana, Rime, Stamperia del Fibreno, Napoli, 1832.

M.G. Guacci Nobile, Rime, Stamperia dell’Iride, Napoli, 1839.

M.G. Guacci Nobile, Rime, Stamperia dell’Iride, Napoli, 1947, Vol. II.

F. Petrarca, Canzoniere. Rerum vulgariumfragmenta, a cura di R. Bettarini, Torino, Einaudi, 2005, Vol. I e II.

A. Russo, “Quasi virago accinta in armi”. Patria e politica nella vita e nelle opere di Giuseppina Guacci Nobile, in Studi guacciani, di R. Fresu – A. Russo – F. Sanguineti, Napoli, Filema, 2010, pp. 53-89.

 

Immagine: Particolare della Nascita di Venere

 

Crediti immagine: Sandro Botticelli / Public domain


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