23 ottobre 2020

Quando le parole valgono

 

Che cosa si può fare con le parole? Si può descrivere, raccontare, comunicare, certo, ma si può fare anche molto di più. Un celebre saggio di John Austin (Come fare cose con le parole, 1962) ha mostrato che attraverso la lingua si può anche agire, e che in particolare alcuni verbi, detti performativi, ci permettono di compiere un’azione nel momento stesso in cui li pronunciamo: «te lo prometto», «te lo giuro», «vi ringrazio»; tra questi c’è anche il verbo lodare, attorno al quale Francesco d’Assisi ha costruito il Cantico di frate Sole, inserendo una formula di preghiera già piuttosto comune ai suoi tempi in un «tessuto poetico complesso e raffinato, finalizzato a un atto performativo sublime», come spiegano Valeria Della Valle e Giuseppe Patota nel loro ultimo libro, Le parole valgono (Treccani, 2020). In tredici affascinanti capitoli, gli autori ci mostrano che con le parole si può incidere positivamente sulla realtà circostante arrivando a fare cose eccezionali, come dire l’indicibile ed esprimere il genio, sconfiggere la tortura e la pena di morte, fare l’Italia e resistere al nazifascismo, migliorare il mondo. Il libro nasce da un’iniziativa dell’Istituto della Enciclopedia Italiana, che nel 2015 ha lanciato una campagna intitolata #leparolevalgono per opporsi all’uso violento e offensivo della lingua attraverso i vecchi e i nuovi media, le reti sociali e le istituzioni.

 

Tredici tappe di un viaggio nella storia della lingua italiana

 

Gli autori ci accompagnano per tutta la storia della lingua italiana, dal Placito capuano fino alle encicliche di papa Francesco, soffermandosi innanzi tutto sulle parole di alcuni capolavori della letteratura italiana, come la Commedia di Dante o l’Orlando furioso di Ariosto. Per raccontare l’esperienza della visione di Dio nel Paradiso, Dante usa la metafora del libro e la esprime coniando il neologismo squaternarsi: «Nel suo profondo vidi che s’interna, / legato con amore in un volume, / ciò che per l’universo si squaterna». Nella luce di Dio, il poeta vede ordinati e legati con amore, come i fogli di un libro, tutti gli elementi che compongono l’universo. Al contrario, Ludovico Ariosto nel suo poema preferisce servirsi per lo più di parole comuni, gran parte delle quali rientrano oggi nel vocabolario fondamentale dell’italiano: sotto la superficie di questa medietà linguistica, però, si scorge una rete fittissima di citazioni e reminiscenze letterarie antiche e meno antiche, che vanno dai classici latini a Dante, Petrarca e Boccaccio. Altre tappe di questo viaggio sono dedicate a chi le parole le ha raccolte e ordinate: sia per scopi privati, come Leonardo da Vinci, che con l’umiltà dell’omo sanza lettere mette insieme con un intento autodidattico elenchi di voci di vario tipo, spesso raggruppando quelle di significato affine (requie-riposo) e opposto (dura-molle) oppure di suono simile (trasmessore-trasgressore); sia con la volontà di incidere nel panorama culturale italiano, come gli Accademici della Crusca, che nel Vocabolario, frutto di un lavoro collettivo lungo e minuzioso, offrono un modello di lingua basato principalmente sul fiorentino letterario trecentesco, ma nelle edizioni successive allargano progressivamente il canone ad autori più moderni e includono settori del lessico via via più ampi, come quello scientifico a partire dalla terza impressione del 1691. 

 

Parole per e non contro

 

La centralità dell’idea che con le parole si possa intervenire sulla realtà spiega l’ampio spazio dedicato nel volume a temi civili e politici. Il trattato Dei delitti e delle pene di Cesare Beccaria mette a nudo nel XVIII secolo l’assurdità della tortura e della pena di morte attraverso un susseguirsi di domande continue e insistenti, che hanno lo scopo di coinvolgere il lettore nella discussione e di trasmettere la meraviglia della ragione di fronte all’irrazionale. In due momenti difficili della storia italiana, come il Risorgimento e la Resistenza, il valore delle parole si è espresso soprattutto attraverso i canti: Il volontario parte per la guerra dell’indipendenza di Carlo Alberto Bosi, scritto dall’autore nel 1848 prima di partecipare alla battaglia di Curtatone, parla poco di guerra e molto d’amore, e lo fa senza ricorrere all’armamentario retorico della poesia tradizionale; allo stesso modo Bella ciao, canto anonimo nato fra il 1943 e il 1945 dalla rielaborazione di diverse fonti precedenti, presenta parole semplici, una delle quali, ciao, è entrata nell’italiano comune solo negli ultimi settant’anni ma è conosciuta oggi in tutto il mondo. Si tratta di un testo ammirevole anche perché «nel novero delle molte canzoni partigiane, Bella ciao è la meno di parte, la meno divisiva e la meno violenta di tutte: nomina un invasore e non ne fa, nell’occasione, un nemico, ma una minaccia; evoca un partigiano e non ne fa un uomo in armi, ma un individuo che ha la certezza di morire» (p. 130). In un altro momento storico, le parole sono risultate determinanti anche per custodire la Repubblica, come hanno saputo fare due Presidenti quali Luigi Einaudi, sempre attento a riflettere sul peso delle parole e a rifuggire dai luoghi comuni, e Carlo Azeglio Ciampi, il cui impegno a favore dell’italiano gli è valso il titolo di Accademico della Crusca honoris causa nel 2002. Il volume si chiude con l’analisi linguistica dell’enciclica del 2015 di papa Francesco, Laudato si’, che contiene veri e propri richiami intertestuali al Cantico di frate Sole e in cui ricorrono parole inedite per un’enciclica, come i sostantivi ecologia e bellezza e l’aggettivo connesso. Il percorso trova in papa Francesco il suo naturale approdo perché il Pontefice, come ricordano gli autori, è rimasto uno dei pochi grandi del mondo che usa le parole per qualcuno o qualcosa e mai contro qualcuno o qualcosa.    

 

Immagine: Papa Francesco pronuncia la sua prima omelia durante la missa pro Ecclesia

 

Crediti immagine: Gabriel Andrés Trujillo Escobedo / CC BY-SA (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/2.0)

 


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