24 novembre 2020

Dalla coscienza alle cosce

L'alternativa alla vita di Ottiero Ottieri

 

Ottiero Ottieri (Roma 1924 – Milano 2002) scrisse perché visse, valendo il contrario – e non è retorica, al massimo una banalità. Da Il campo di concentrazione (Bompiani, 1972):

 

Gramsci in carcere non parlava di sé, studiava e faceva cultura. Io faccio e disfaccio solo me stesso – non più cultura – come rimasto solo al mondo. Paragono continuamente lo scrivere al vivere. Il problema del vivere e dello scrivere ha pesato su tutta la mia vita. Non l’ho mai risolto, o scrivendo troppo o vivendo «troppo» (senza vivere).

 

Scrisse quanto visse dunque, sempre nell’eccesso – però nel distacco, nell’irrealtà, quasi con le parole ossimoriche di Nanni Moretti in Ecce Bombo (1978): «Io sono triste, tristissimo, ma sono teatrale, vitale». Che fosse «sintomo e cura», la grafomania – in questa spirale che si alza o si abbassa di un centimetro, mai un circolo chiuso (ancora citandolo) –, ne è certo Vittorio Lingiardi in introduzione a Il campo di concentrazione, riedito da Guanda recentemente, con grandissimo merito, perché una parte delle opere sono ancora fuori mercato.

Il punto è chiedersi se questa relazione vita-scrittura, distanziando bene il binomio desanctisiano la vita e le opere, dunque un certo biografismo, questa relazione vita-scrittura possa servire da scanner di un percorso, di una diacronia delle opere. Per Lingiardi, che legge una approfondita bibliografia, Ottieri «fonda due letterature, quella industriale e quella clinica», come si trattasse di due «reparti» di uno stesso mondo. De Gennaro, in un pezzo sul Il Manifesto nel 2012, parla di passaggio da plusvalore a plusdolore, similmente. La critica avverte insomma una scissione, a che altezza? La convergenza di poesia e prosa con Il pensiero perverso (Bompiani, 1971) e Il campo di concentrazione basti; considerando pure che durante la degenza di cui racconta nel secondo, di fatto un diario clinico, Ottieri si occupava con la correzione delle poesie del primo.

 

Tempi ammalati, il filo rosso del suicidio

 

Giovanni Raboni però già nell’Irrealtà quotidiana (Bompiani, 1966 – vincitore del Viareggio) percepisce tutta «l’evidenza e presenza di sintomo», in introduzione. Anni prima della “convergenza di poesia e prosa”. Nel mezzo I divini mondani (Bompiani, 1968), l’opera prima di Salottiero Salottieri, come ricorda la figlia Maria Pace nella Biografia da lei redatta, perché l’Ottieri industriale sembra il recto di un verso, tanto da meritarsi un epigramma di Franco Fortini:

 

Come eri meglio ieri

Quando non eri noto 

     Nuovo devoto al vuoto  

Ottieri.

 

Insomma la scissione prima, anche tenendo a mente la collaborazione con Tonino Guerra per la sceneggiatura di L’eclisse (1962) di Antonioni («film in cui veri protagonisti sono l'irrealtà oggettiva, e non autopercepita, di lui e il sentimento d'irrealtà soggettivo, autopercepito, di lei», L’irrealtà quotidiana).

Tornando a noi, L’irrealtà quotidiana assume con linguaggio e metodo apparentemente degli studi psicoanalitici, dico apparentemente per una certa libertà d’uso, una postura tra il romanzo e il saggio; nondimeno con l’aiuto di alcuni sottotesti “identitari”, come Diario di una schizofrenica (1951) di Marguerite Sechehaye (trasposto poi da Nelo Risi nel 1968). Questa “commistione” sarà metodologica se pensiamo, come ho scritto nel precedente articolo per Treccani, alla genetica prossimità tra prosa e poesia, alla fisica prossimità di testi pseudo-teatrali e poemetti (e.g. La psicoterapeuta bellissima, Guanda 1994), infine e al punto pensando a quei trattati monologanti di cui L’irrealtà quotidiana è il prodromo, il De morte (Guanda, 1997) l’ultima realizzazione. Il filo rosso che traversa tutta l’Opera sono le idee depressive e intellettuali di morte e suicidio, associate all’irrealtà:

 

La morte deve anche reggere il timone nelle più agitate tempeste della vita, che deve vivere nella sua prospettiva. Se il problematicismo negativo assoluto, se il nichilismo s’impone, s’affaccia il suicidio, che però non è la morte, perché è una morte ancora programmata. La causa della morte non è nemmeno il prevedibile sfasciamento del corpo, pur tenuto su dalle tecnologie e dalla vivacità dello spirito.       La morte è il Salto verso la Novità, la scardinatrice delle coordinate decennali e centenarie, lo spegnimento dei fuochi e la loro esplosione.

 

Tempi stretti, la mente è una fabbrica

 

Tempi ammalati, si diceva. Tra L’irrealtà quotidiana (1966), Il pensiero perverso (1971) e Il campo di concentrazione (1972) il concilio di Trento ottieriano, lo scisma tra l’industria e la clinica, tra il discorso politico e il discorso psicoanalitico. Da qui, come se l’abbandono dell’industria, coincidente più o meno con l’abbandono del lavoro alla Olivetti di Adriano, significasse un abbandono “attitudinale”, anche solo parzialmente, comincia la scrittura in «righe corte»: La corda corta (Bompiani, 1978); Tutte le poesie. Il pensiero perverso, La corda corta, con ottanta nuove poesie (Marsilio, 1986), di cui qui un’analisi approfondita di Roberto Corsi; Vi amo (Einaudi, 1988), L’infermiera di Pisa (Garzanti, 1991) e Il palazzo e il pazzo (Garzanti, 1993), poi raccolti da Einaudi in Poemetti nel 2015; Storia del PSI dal centenario della nascita e Il padre (Guanda, 1993); Le guardie del corpo in La psicoterapeuta bellissima (Guanda, 1994); Monica Dreyfus, Lo psicoterapeuta perfetto malgrado lui, Sotto il martello della rivalità e autostima, Le filippine, Il seduttore passivo in Diario di un seduttore passivo (Giunti, 1994); Il poema osceno (Longanesi, 1996). Ma la condizione di poeta sarà mai raggiunta: nel mio recente articolo ho detto della difficoltà da parte di Ottieri di chiamare versi i propri versi; si aggiunga l’ottativo verso il ruolo di poeta, in Lo psicoterapeuta bravissimo malgrado lui, 1994: «Ho sempre voluto essere un poeta», pronunciato dopo venti anni di poesia. La conquista della forma poetica è legata o sembra a un’intuizione ancora industriale, cito da La storia del PSI:

 

Ma in fabbrica,

la filosofia non si rapporta solo a se stessa,

      ma ai tempi stretti.

 

In realtà dietro non è lasciata l’industria – anche se dopo La linea gotica (Bompiani, 1962) più nulla – piuttosto il discorso filosofico, inadatto a star dietro, con le sue maglie, con i suoi procedimenti logici, con la sua tradizione, a star dietro ai “tempi stretti” della fabbrica (Tempi stretti è un romanzo del 1957, pubblicato per Einaudi). Padre Freud e madre Marx si accordano all’insegna dell’associazione libera («Questo accoppiamento Freud-Marx/l’ho vissuto come bisogno primario», in Il padre) perché la società è nevrotica e così l’individuo. Ed è una poesia continuante la prosa, per lo meno nell’ignorare la metrica tradizionale (ma non la tradizione), nell’andare a capo si direbbe arbitrariamente o “emotivamente”; nel prediligere la forma poemetto, “narrativa”. Nel meccanismo (nell’automatismo) si inseriscono le fonti (una sfilza infinita, tra teorici e poeti – Dante, Leopardi, Pasolini spesso vilipeso) anche in calco, con una certa voglia di invertire l’ordine naturale della frase.

 

«Cerca di scrivere del pensiero ossessivo nel pochissimo tempo»

 

Così ispiratissimo Pasolini recensiva Il pensiero perverso: «La poesia, almeno a dedurlo dal libro di Ottieri, può fare la stessa cosa: può esprimere meglio della scienza, da una parte, e naturalmente peggio, dall’altra, gli stessi fatti, lasciandoli alla loro sostanziale inesprimibilità». L’inesprimibilità dei “fatti”, ma quali fatti? La vita, in un’assolutizzazione che sembra una scusa e invece è l’ossessione dell’ossesso, l’invivibilità sociale e individuale.

 

All’insistente domanda del prigioniero

    di se stesso):

    che farò dopo essermi vestito?

  […] O perché non scrivi?

           Perché non scrivi tu, guardia di merda?

Io, se non vivo, non scrivo.

 

(Le guardie del corpo).

 

Prigioniero di sé, prima di tutto. Nell’esordio Il pensiero perverso costretto in altri tempi stretti:

 

Cerca di scrivere del pensiero ossessivo nel pochissimo tempo   lasciato libero dal pensiero ossessivo.

 

Qual è l’enclave in questa camicia di forza? Semplice, l’anima di De Maistre, la fantasia. Se è vero che tutto è prodromo, tautologicamente, in un autore, tornando a Il campo di concentrazione leggiamo come appuntate queste parole, nella seconda pagina: «“Trasformare le ossessioni in fantasie” (l’analista)”». La “messa da parte” tutta letteraria della moglie Silvana Mauri («Ahi, quante volte / obliai la mia sposa infinita», in Monica Dreyfus) è a favore di una fantastica geografia del sesso:

 

Chi è nel vuoto si innamora del vuoto

     e delle donne.

 

[…] non essendo la mia geografia

         fatta di ricoveri bensì, in essi,

   di donne.

(Ibid.)

 

Tanto questa fantasia è travolgente che a lei e a lei solamente è affidata la sopravvivenza dopo la morte, l’acquisizione della gloria:

 

Ho bisogno sia di sesso

che di gloria.

 

La gloria non sublima il sesso,

  il carnale possesso

      non uccide la bramosia di gloria.

           Oggi ha successo come sempre,

          il successo totale

         o la fica raggiunta

         pel successo del poemetto.

 

(Ibid.)

 

La spirale diviene circolo vizioso-virtuoso, da cui è impossibile uscire (e che bellezza quando si attribuisce le parole della Didone virgiliana, in un ribaltamento di genere penso inedito: «Conosco i segni dell’antica fiamma», in Ibid.).

 

Parlare significa parodizzare

 

Il suo ultimo lavoro poetico è Il poema osceno (Longanesi, 1996), un prosimetro che è quasi interamente il racconto di un intenso accoppiamento. La totalità del tema erotico è la naturale prosecuzione o condensazione di una carriera ventennale. Da Il pensiero perverso, fondamentale perché conterrebbe «l’RNA di quanto di là da venire» (Corsi), passando per La corda corta, nel quale l’esperimento di alter ego femminile ha piena ragione, perché a narrare è una degente, e nel quale le quête sessuali cominciano a configurarsi come strategiche; per Vi amo che è persino profondamente autoironico ed empatico; con soprattutto L’infermiera di Pisa; praticamente un altro diario di scrittura clinica, come prima La corda corta. Vengono registrati i progressi, i medici in cura, le altalene umorali. E di punto:

 

Professore, tutta la mia vita

       è travagliata a morte dalle donne.

 

Tu devi imparare non ad amare,

ma a vivere.

 

Perché Ottieri sposta il male a male esistenziale, più sopportabile, up to him, rispetto al sociale, al politico difficilissimo, nel quale incide poco o niente. E da esistenziale a d’amore («Mi sembra di aver scelto il mio / male, in una libera gara / di possibilità»). Senza dimenticare la frivolezza perseguita ma non del tutto, probabilmente, impersonata, con la compagnia fama o gloria, fianco dell’eros, in Il palazzo e il pazzo:

 

Scusa, posso essere

     un caso letterario,

         invece di un caso clinico?

 

 

Fabbrica, società, mondo («Ma tu ami il mondo?», in Monica Dreyfus), individuo, patologia non si risolvono nella scrittura. Si avvia quindi un universo parallelo di fantasia, erotico:

 

Gettata l’agitazione sulla carta,

  perdura. 

           Sconfitta la scrittura,  

   rinasce l’idea

     che il solo ansiolitico sia l’eros

   e che si debba eseguirlo.

 

(Le guardie del corpo)

 

L’eros come u-topia durante e nella quale è possibile unicamente la salvezza dall’ansia, dalla nevrosi. Da La psicoterapeuta bellissima il sesso è intimamente legato al concetto di morte, per l’Ottieri mantide di sé; anche il luogo di un bifrontismo di orientamento, visto che anche la Psicoterapeuta può dire io. In Il poema osceno si raggiunge la bisessualità (un ulteriore indizio di “fantasia”): in incipit un breve dialogo sulla possibilità di fare sesso omoerotico; Pietro (nome per l’interposta persona già da La corda corta) risponde con un poemetto interamente sul sesso perpetuato con Samantah, latino-americana. Il Sudamerica è un non-luogo, la quintessenza della geografia di cui si parlava, già da Le guardie del corpo, in cui Rio De Janeiro è topos (letterario e geografico).

Per chiudere inconcludendo: se e perché l’utopia sessuale. Primo: con una declinazione ironicamente ontologica e archeologica del sesso, con ogni possibile discorso che ricade, quasi infantilmente ma in realtà in una forma di ribaltamento linguistico e di parodia suo tipico, nello sproloquio. Senza farsi mancare lo scimmiottamento di Gauguin:

 

Ohi, chi siamo?

Da dove sgorghiamo? 

   Qual fu

Il primo Sgorgo?

 

E dunque della religione:

Donne nell’aldilà si trovano?      

 

Della politica, con una confusionaria rassegna d’autori, prima D’Annunzio:

 

Tutto il potere al cazzo 

  il principio del piacere combacia

col principio di rivoluzione.

         Samantah! L’eros sconfiggerà   

qualsivoglia management danaroso,

       o Samantah. L’eros vincerà sulla realtà. Avendo attraversato   

   laghi in tempesta, valli tenebrose            

           di dolore,   

       il piacere esigo.

Raro è il tempo del povero,    

    che ha tempo solo di morire.  

    Capitalista è Lussuria,  

bisognosa di Stabilità.

   Amo, quindi, il Capitale.

Spalancata ora è la tua figa,  

    finestra verso l’interno,

  suora di clausura, Samantah.  

   Altroverò,        

  cercherò cespugli,   

      acutissimi segnali.     

   Piove.  

Il tuo bacino è  

mai pigro.   

      Io, io, io, questo pronome   

       lo odio.

Mai lo pronuncia     

       l’avanguardista verace, 

desoggettivato;

io sono un consumista del Me,  

anche se,     

    come ragazzo malato, canto   

   il lirico manto della malattia,   

    io, io, io… 

        il tuo bacino va pazzo,  

di me.

 

E poi Pasolini:

 

Non voglio rivoluzionar, 

organizzar, io voglio  

     amoreggiar     

   privo d’orario, voglio     

sistema che protegga,  

pensier non vuole cazzo, vuole  

libertà di ceto, libera etnia,  

       libertà di eros,  

anche Restaurazione, se favorisce      

   dissolutezza. Tradisco  

gli ideali per i carnali.

 

[…]

Tu sei la mia rivoluzione    

        privata e pubblica.     

   

Oppure:

Esigo principio di rivoluzione 

     che dia piacere, giustizia e libertà.

 

Sublimare l'ossessione in fantasia

 

Ma è questione di contraddittori. La parodia avvicina e allontana contemporaneamente, il sesso è sia rivoluzionario, quindi necessario, sia conservatore, dunque velleitario («In un camerino, ricordi, / di furente shopping, / scopammo / mentre ti compravi / tre body; / cogliemmo in eros diretto / l’indiretto piacere / del mercato»). Questa “deriva” – parallela a una più seria, più interessata trattazione purché romanzata del male oscuro, citando Giuseppe Berto, del male mentale (in diversi libri già citati, quando l’eros viene anche sviluppato in romanzi erotici) – questa “deriva” ha il sapore della rinuncia letteraria, quasi epicurea, all’insegna del travestimento, sublimare l’ossessione in fantasia per togliere dall’orizzonte tutta la nebbia, che purtroppo rimane.

In Il poema osceno sembra che l’obiettivo sia l’altrove e l’eterno, cioè l’elaborare un luogo-non, utopico-distopico, come alternativa sessuale – disfattista – alla rivoluzione e al contempo rivoluzione stessa. Scrive: «Tu sei amore ubiquo». C’è un’eco, ma è deformazione professionale, di La vita agra, del suo «neocristianesimo a sfondo disattivistico e copulatorio», unguento per chi rischia di scoprirsi automa; e con quest’eco un altro, del Marcuse che già leggeva ai tempi della degenza svizzera raccontata in Il campo di concentrazione («Si parlava come si poteva, in varie lingue, di cose culturali. Non mi veniva il nome di… Marcuse. La sofferenza fa perdere la memoria»), la cui associazione già bianciardiana viene espressa programmaticamente: «se sono così bravo a dare un colpo alla nazione, posso sperare di dare un colpo anche al sesso» (Il poema osceno).

Sembra, però; perché per entrambi il mondo parallelo dell’oltranza sessuale è un’età dell’oro mai esistita, mai realizzabile. Un rifugio, certo, al massimo una via letteraria. Anche perché la «sposa infinita» è reale, è vita, tutto il resto chissà.

 

Bibliografia

Riccardo De Gennaro, Tra fabbrica e clinica in preda al plusdolore. Su Ottiero Ottieri, «Il Manifesto», 2012; poi «Le parole e le cose», 3 ottobre 2012.

Demetrio Marra, «Ma tu, il tuo male, lo vuoi?» Sui poemetti di Ottiero Ottieri, tra prosa e versi, «Treccani», 23 marzo 2020.

Roberto R. Corsi, Il “libro giallo” (solo nella copertina!) di Ottiero Ottieri: Tutte le poesie (1986), «Roberto R. Corsi», 23 luglio 2020.

 

Sitografia

Archivio online: http://www.ottieroottieri.it/?page_id=8

 

Immagine: Screenshot tratto dal film Ecce bombo (1978), regia di N. Moretti

 

 


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