29 dicembre 2020

Erri De Luca, i Gang e il Padre nostro per i migranti

 

Nel mese di novembre la IOM ha espresso preoccupazione per l’aumento dei decessi di migranti nella rotta africana verso le Canarie, mentre le agenzie lanciavano notizie di naufragi nel Mediterraneo, e la pagina con cui dal 3 ottobre 2013 il “Corriere della Sera” documenta la situazione, in collaborazione con l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR), segnava oltre 20.000 vittime. Per informare, sensibilizzare, dare coscienza della tragedia, da anni agiscono, individualmente o insieme a Ong, associazioni e partiti politici, giornalisti con reportage e inchieste, studiosi di diversi ambiti e figure del mondo dello spettacolo con appelli e interventi pubblici, nonché scrittori, poeti e artisti con i propri lavori. Tra questi ultimi ritroviamo lo scrittore Erri De Luca e il gruppo musicale dei marchigiani Gang, che si sono confrontati con le stragi del Mediterraneo scrivendo rispettivamente, e in maniera autonoma, una poesia e una canzone in dialogo con la medesima preghiera, il Padre nostro. De Luca, scrittore notoriamente laico e “militante” come i Gang, coi quali ha collaborato ad esempio alla canzone Reflesciasà, per quanto non credente ha una frequentazione assidua coi testi sacri, ebraici e cristiani, tanto da aver pubblicato traduzioni di libri del Vecchio Testamento. Forse meno nota è la presenza della tradizione cristiana nei Gang, gruppo nato nel punk degli anni ottanta e diventato il punto di riferimento per il folk rock politicizzato in lingua italiana, a partire dall’uscita del disco Le radici e le ali (1991).

 

Ritorno al fuoco

 

Il dramma dei migranti è da lungo tempo presente nei lavori di entrambi. De Luca già dagli anni zero ripensa luoghi e temi ricorrenti nella sua opera come il mare e il sentirsi straniero in relazione ad essi, per cui il Mediterraneo cessa di essere il mare amato dell’infanzia e diventa tomba di migliaia di persone. I Gang da sempre cantano figure, ribellioni e lotte internazionali, con attenzione anche al fenomeno migratorio, e nel disco Ritorno al fuoco, in uscita per la primavera 2021 (ma già pre-ascoltato dai 1611 co-produttori che l’hanno finanziato in crowdfunding), affrontano ad esempio la situazione del Rojava e del Kashmir, ma c’è anche un omaggio a Mimmo Lucano e, per non dimenticare che anche noi siamo (stati) emigranti, una canzone sul linciaggio a New Orleans nel 1891 di 11 italiani, dei dago (insulto razzista, come dego, rivolto ai latini negli Usa), che portò quasi a uno scontro militare tra Italia e Stati Uniti (Salvetti 2003).

 

Intertestualità

 

I testi di De Luca e i Gang sono inoltre accomunati da una marcata intertestualità. Se nel primo sono stati da tempo osservati legami intertestuali interni, tra i suoi scritti (Scuderi 2001), e quelli esterni risultano evidenti nelle interpretazioni e riscritture di parti del Vangelo (es. In nome della madre, Penultime notizie su Ieshu/Gesù), entrambe le tipologie sono presenti anche nei Gang. Quelle esterne sono presenti in diverse forme: limitandoci a Ritorno al fuoco, c’è ad esempio la cover di A Pa’ di De Gregori, dedicata a Pasolini, poeta già omaggiato in Il buco del diavolo (Una volta per sempre, 1995). Se, con Lombardi Vallauri (2019), consideriamo la cover una riscrittura, questa non è la prima: abbiamo anche L’impiccato (con A. Lega in Con quali occhi, 2006), Il signor Hood (in Gente distratta dei Tupamaros, 1998), Cercando un altro Egitto (Calibro 77, 2017). Restando poi nell’orbita di De Gregori, in Un treno per Riace i versi «Sopra questo treno / Che è mezzo vuoto e mezzo pieno» sono una citazione diretta di Generale. L’intertestualità interna è invece riscontrabile ad esempio in Concetta: i versi «E bruceranno i cieli / Sopra le città», oltre a riproporre l’immagine ricorrente nei testi dei Gang di città in metaforici roghi di ribellione, aprono un dialogo diretto con la canzone Oltre di Le radici e le ali («Verrà un nuovo giorno / e bruceremo queste città»). Si ripropone così quanto scritto allora, ma il futuro deve puntare ancora più in alto, dare l’evocativo “assalto al cielo”. Le canzoni dei Gang, in effetti, vanno considerate elementi di un discorso che prosegue nel tempo, sulla necessità di costruire un impegno civile e politico, non passatista ma legato alla memoria (in particolare novecentesca) e rivolto al futuro (come testimoniano anche i tempi verbali dei versi appena citati), per immaginarne uno diverso.

 

Riferimenti alla tradizione cristiana

 

In questo dialogo ricorrono riferimenti alla tradizione cristiana, che ritroviamo anche nella presentazione del nuovo disco: «Più che un Viaggio sarà un’altra Odissea. Un Cammino verso il Fuoco. “Chi è vicino a me è vicino al Fuoco…” (dal vangelo secondo Tommaso, 35)». Nelle canzoni essi sono presenti tanto affrontando figure come padre Puglisi, in Il testimone (Fuori dal controllo, 1997), quanto come modello compositivo, con ad esempio la riscrittura dichiarata di un passo dell’Apocalisse in Lavami nel sangue dei miei nemici (odio e amore) (Controverso, 2000), ma soprattutto come repertorio di immagini evocative, note e popolari anche tra non credenti (grazie alla mediazione di diversi linguaggi nel corso dei secoli), ed espresse con un lessico d’uso comune.

 

I senzatetto della capitale

 

La lingua della Chiesa, infatti, è parte integrante della lingua italiana. La storia dell’italiano le deve molto (Librandi 1993, Coletti 2006, Testa 2014, Telve 2015), per quanto riguarda lessico, metafore e modi espressivi, acclimatati nei secoli nella lingua e nei dialetti (Beccaria 1999 e 2000), inoltre la Chiesa a partire dal Concilio Vaticano II adotta nella liturgia e nei testi sacri ritradotti una sintassi semplice e un lessico moderno che si amalgamano nella lingua nazionale (Librandi 2008 e 2009, Digregorio 2003, Arcangeli 2010, Coletti 2015). È anche a tale repertorio che i Gang attingono per i loro testi. Restando nell’ultimo disco, in Via Modesta Valenti, dedicata alla donna senza fissa dimora morta a Roma Termini nel 1983, oggi via “virtuale” di recapito postale dei senzatetto della capitale, incontriamo versi che senza richiedere particolari conoscenze teologiche evocano la Passione («Ci sono corone di spine») e l’eucarestia («Spezza il Pane versa il Vino», ricordando anche Il pescatore di De Andrè con un’altra immagine ricorrente nei testi dei Gang, es. Nel mio giardino: «C’è sangue sulle rose / e non c’è pane senza vino»), nonché un esplicito riferimento alle parole di Cristo sulla croce al ladrone: «E c’è una Promessa / alla fine del Mondo / Le stesse parole da croce a croce / pronunciate al tramonto / Le stesse parole pronunciate al tramonto / dal Figlio di Dio».

 

La poesia di De Luca

 

La citazione, il riferimento, la riscrittura possono rifunzionalizzare il discorso originario. Una citazione legata al cristianesimo può essere evocata ma decontestualizzata, straniata, per rivitalizzarne il potenziale semantico e/o renderlo funzionale a discorsi laici e civili. Ciò è avvenuto appunto tra il 2014 e il 2015 per affrontare le stragi nel Mediterraneo con la poesia Mare nostro di De Luca e la ballata Marenostro dei Gang (Sangue e cenere, 2015) che riprendono esplicitamente il Padre nostro, ovvero la preghiera cristiana forse più nota nel mondo, insegnata da Gesù ai discepoli come raccontano i Vangeli di Luca e di Matteo (Lc 11,2-4; Mt 6,9-13).

 

Il testo di Matteo

 

Nella tradizione liturgica cattolica è stato scelto il testo di Matteo (dal 2020 con una nuova traduzione), che è introdotto dall’invocazione («Padre nostro» esprime una relazione nuova con Dio e tra gli uomini; «che sei nei cieli» non indicherebbe un luogo ma un modo di essere, la maestà e non la lontananza di Dio) e diviso in due parti: la prima ospita tre domande, che riguardano Dio, a cui ci si rivolge con il pronome «tu», e hanno per oggetto la gloria del Padre (la santificazione del nome, l’avvento del Regno e il compimento della volontà divina); la seconda altre quattro, che presentano a Dio i desideri degli oranti (il «noi» corale e comunitario della preghiera) e riguardano la vita quotidiana: chiedono infatti pane, perdono, liberazione dalla prova e dal male.

 

Il Padre nostro

 

Sulla scorta degli studi pragmatici di Marina Sbisà (2013) e retorici di Mariano L. Bianca (2006) sulle preghiere, possiamo definire il Padre nostro una preghiera costituita da un testo (fisso) e quindi realizzata in un discorso per cui il cristiano si aspetta di essere ascoltato, ma sa di non poter condizionare Dio, ed è considerabile un’espansione del verbo implicito a tutta la preghiera, ovvero “aiutaci”. Il Padre nostro risulta così un testo dichiarativo e parapersuasorio, in forma di supplica.

 

Preghiere e invocazioni

 

Mare nostro e Marenostro sono preghiere nella forma, con invocazioni e richieste, il pronome allocutivo “tu”, e già nei titoli implicano un “noi” e richiamano «Padre nostro», ma la variazione nominale ricontestualizza le parole nell’attualità della cronaca delle stragi, riecheggia l’operazione “Mare nostrum” (2013-2014) ed evoca per l’Italia eventi riconducibili al dominio sul Mediterraneo (dall’antica Roma alla retorica fascista). Il Padre nostro è inoltre citato nei versi di entrambe, anche con variazioni («che non sei nei cieli» in De Luca, «come in cielo così come in terra» nei Gang), e nel sistema verbale (gli imperativi della preghiera, dacci e rimetti, ritornano in accogli, custodisci e fai in Mare nostro). La poesia e la canzone sono testi a loro volta dichiarativi e cercano di persuadere, ma l’unica divinità è “Marenostro” nella canzone dei Gang, una sorta di figura intermedia tra umani e Dio, a cui si rivolge la voce narrante mantenendo la forma della supplica, mentre De Luca, abbandonandola, si rivolge solo agli uomini. Dice infatti: «Mare nostro che non sei nei cieli», responsabilizzando i fratelli, escludendo interventi divini. Di fatto, però, “Marenostro” e “Mare nostro” sono personificazioni del medesimo problema: il mare diventato una tomba. Il focus slitta in entrambe dal nome all’aggettivo, che diventa da oggettivo a soggettivo, dal Padre a cui apparteniamo al mare che ci appartiene: è quindi la presa di coscienza di una responsabilità (storica, politica, economica) il centro del discorso. Il cortocircuito tra preghiera e nuovo contesto rifunzionalizza così le parole della preghiera, il testo si rivolge agli uomini e da parapersuasorio diventa persuasorio.

 

«Aiutaci»

 

Se il Padre nostro è espansione di “aiutaci”, la sua rifunzionalizzazione in Mare nostro porta a un testo che nasce da “aiutiamoli”, il che implica però un “aiutiamoci” a costruire una comunità per intervenire. Lo stesso in Marenostro dei Gang, dove l’implicito “aiutali” (nei tre ritornelli della canzone è chiesto: non li affogare, falli passare e falli arrivare) è rivolto alla divinità, ma il “noi” non può sottrarsi al suo ruolo. Un “noi”, e questo forse è l’aspetto più blasfemo di entrambe i testi, non ecumenico, non di fratellanza universale, ma di parte. E in entrambi i testi le parole della preghiera assumono così una funzione civile: contro l’indifferenza, per prendere una posizione fondata su valori che si oppongono a quanto accade, e che richiedono una reazione concreta.

 

Bibliografia

 

Per storia, discografia e testi dei Gang si rimanda al sito ufficiale della band, www.the-gang.it, per la genesi del nuovo disco al sito specifico www.ritornoalfuoco.it. Per le recenti riprese del Padre nostro, non solo in relazione ai migranti, si rimanda a A. Sebastiani, Padre nostro. Riscritture civili di una preghiera tra musica e letteratura, Bologna, EDB, 2020.

 

Arcangeli M. (a cura di) (2010), L’italiano nella Chiesa fra passato e presente, Torino, Allemandi

Beccaria, G.L. (1999), Sicuterat: il latino di chi non lo sa. Bibbia e liturgia nell’italiano e nei dialetti, Milano, Garzanti

Beccaria, G.L. (2000), I nomi del mondo. Santi, demoni, folletti e le parole perdute, nuova ed. riv., Torino, Einaudi

Bianca, M. L. (2006), Richiedere & pregare. Introduzione a una teoria generale della richiesta e della preghiera, Milano, Franco Angeli

Coletti, V. (2006), Parole dal pulpito. Chiesa e movimenti religiosi tra latino e volgare nell’Italia del Medioevo e del Rinascimento, Milano, CUSL

Coletti, V. (2015) La lingua della messa, sito dell’Accademia della Crusca, https://accademiadellacrusca.it/it/contenuti/la-lingua-della-messa/7386

Digregorio, R. (2003), Contributi alla ricostruzione della politica linguistica della Chiesa cattolica italiana postconciliare, in “Studi linguistici italiani”, n. 29

Librandi, R. (1993), L’italiano nella comunicazione della Chiesa e nella diffusione della cultura religiosa, in L. Serianni – P. Trifone (a cura di), Storia della lingua italiana, 1: I luoghi della codificazione, Torino, Einaudi

Librandi, R. (2008), Lessico e identità cristiana, in P. Martino (a cura di), L’identità europea: lingua e cultura. Atti dell’incontro europeo di docenti universitari in occasione del 50º anniversario dei Trattati di Roma, Università Lumsa, Roma, 21-24 giugno 2007, Roma, Studium

Librandi, R. (2009), La lingua della Chiesa, in P. Trifone (a cura di), Lingua e identità. Una storia sociale dell’italiano, Roma, Carocci

Lombardi Vallauri, S. (2019), La cover di canzone come riscrittura della persona, in L. Brignoli (a cura di), InterArtes. Diegesi migranti, Milano-Udine, Mimesis

Salvetti, P. (2003), Corda e sapone. Storie di linciaggi degli italiani negli Stati Uniti, Roma, Donzelli

Sbisà, M. (2013), La preghiera come atto illocutorio, in “Rivista online della Fondazione Centro Studi Campostrini”, vol. 5, n.1, http://fogli.centrostudicampostrini.it/index.php/FogliCampostrini/article/view/58/157

Scuderi, A. (2001), Erri de Luca, Fiesole, Cadmo

Telve, S. (2015), Il parlato trascritto, in G. Antonelli – M. Motolese – L. Tomasin (a cura di), Storia dell’italiano scritto, 3: Italiano dell’uso, Roma, Carocci

Testa, E. (2014), L’italiano nascosto. Una storia linguistica e culturale, Torino, Einaudi.

 

Immagine: Erri De Luca (Napoli, 1950)

 

Crediti immagine: Pippiair, Public domain, attraverso Wikimedia Commons

 

 


© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0