05 gennaio 2021

«Le date sono idee» (di diacronia linguistica)

Cento date per la storia dell’italiano in un recente libro di Fiammetta Papi

 

«Per uno storico idealista, o di formazione idealista (e forse per ogni storico tout court) vige il principio che le date sono idee, nel senso che non esistono fatti storici sprovvisti di un valore culturale». Si direbbe che queste parole spese da Cesare Garboli a proposito del giovane Roberto Longhi abbiano valore anche adesso – e per qualunque profilo di studioso di storia, lungi dall’essere idealisti –, specie in un’epoca com’è la nostra di progressiva perdita di prospettiva e prospezione storica. Si converrà altresì che l’assunto valga massimamente per lo storico della lingua italiana, ora che Fiammetta Papi ha dato alle stampe un rapido ma esaustivo profilo dell’italiano, steso attraverso il commento a cento date che si mostrano significative per gli sviluppi diacronici della nostra loquela (Fiammetta Papi, La lingua italiana in 100 date, Prefazione di Luca Serianni, Pisa, Della Porta Editori, 2020 [«Extra Small», 8], pp. 234, € 12,00).

Forse, superficialmente, potrebbe parerci che disquisire brevemente di cento date in un libretto di circa duecento pagine sia operazione, tutto sommato, non così ardua; ed è invece impresa difficilissima, per una serie nutrita di ragioni, e quantomeno per tre di esse, fra le quali mette conto sottolineare anzitutto la selezione a monte delle date. Cento date sono poche, proprio poche per la storia d’una lingua che è ultramillenaria – stante la validità del 960, data di rogazione del Placito capuano (vd. pp. 15-17), come anno che funga da primo “certificato d’esistenza in vita” del volgare di –; sono poche per una lingua che s’è poi sviluppata col tramite di tanti capolavori (letterari, musicali, teatrali, grammaticali, filosofici, scientifici…), di svariati eventi socio-politici, di molteplici personalità che hanno saputo e voluto, per così dire, plasmarne l’immagine e forgiarne il carattere. Un atto (senz’altro riuscito) di sintesi estrema, quello svolto dalla Papi, studiosa giovane e però già ben nota agli studi di settore grazie ad alcuni suoi lavori di filologia e di sintassi e semantica storiche, avviati alla scuola pisana con la maestosa edizione commentata dell’Egidio Romano volgarizzato prevalentemente in senese (a. 1288 nell’explicit del cod. Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale, II IV 129, c. 66vA: se n’è già parlato qui) e culminati di recente in un’analitica trattazione sui tempi dell’indicativo entro la seconda anta del dittico, quella riservata alla frase semplice e ai suoi costituenti, di cui si compone la fondamentale storia della sintassi italiana medioevale diretta da Maurizio Dardano. È l’attuazione d’una sintesi, si diceva, che rappresenta un concentrato, anzi il precipitato di tanti studi scientifici variegati e di lungo corso, in sé trasversali, che solo una disciplinata erudizione, nient’affatto sterile e sapientemente indirizzata a intenti di non piatta semplificazione, può riuscire a distillare. Si tratta di quell’erudizione, non ostentata né tantomeno irrelata, che Carlo Dionisotti ha descritto, nel ricordare don Giuseppe De Luca (parole che si sono poi impresse a caratteri di fuoco nella mente d’ogni filologo), nei termini d’«una disponibilità, individuale e non delegabile, all’incontro con uomini remoti e diversi, nel loro, non nel nostro, spazio e tempo, nel loro, non nel nostro linguaggio». È proprio questa competenza alta e insieme esplicativa, è proprio questo sguardo a innervare il sottosuolo carsico d’ogni pagina di questa cronologia linguistica di Fiammetta Papi: a ribadire, insomma, che mai «si fa storia dell’antico senza esperienza del moderno», cioè, in fondo, senza prestare ascolto alle esigenze e ai bisogni d’oggi.

L’oggi è raggiunto dalla studiosa in non pochi lemmi della Bibliografia finale, ricca e aggiornata: e risiede proprio nella cernita d’un patrimonio bibliografico estesissimo un secondo scoglio che andava superato per riuscire nell’intento d’un agile racconto in 100 date, tanto più in un anno come il presente in cui la ricerca umanistica è stata resa estremamente difficile dalla chiusura forzata d’archivi e biblioteche. La Bibliografia ragionata (pp. 205-26) compensa l’assenza di note a piè di pagina nel testo, e riesce a impiegare titoli usciti proprio nel corso del 2020 (per fare soltanto tre esempi, si fa menzione dello speciale Treccani del 3 settembre dedicato al Museo della lingua italiana edito in questo stesso magazine, com’anche dell’analisi sintattico-retorica delle ottave del Furioso a cura di Sara Giovine o della recente Storia dell’italiano diretta da Giovanna Frosini, recensite rispettivamente qui e qui). 

Ma una vera, grande difficoltà dev’essere stata anche l’adozione, per un testo d’alta divulgazione com’è quello di cui stiamo parlando, d’un certo qual tono narrativo, d’uno stile di racconto, che qui emerge sempre cordiale, didascalico e però mai banalizzante, in linea quindi con gli obiettivi della collana Extra Small nel quale La lingua italiana in 100 date s’inserisce: una serie inaugurata nel 2014, riservata alla descrizione di fatti o momenti determinanti per la storia mondiale e condotta mediante la selezione radicale d’un centinaio di date essenziali («libri di piccola taglia con grandi contenuti», secondo le parole dell’Editore; sono già usciti, dopo la riedizione italiana del saggio Perché scoppiò la Prima Guerra Mondiale di Élie Halévy, i profili in 100 date del Comunismo, dell’Impero romano, dell’Islam, della Rivoluzione russa, della Riforma protestante e dell’Impero britannico). Una violazione graditissima alle norme di questa collana risiede invece nella scelta della Papi d’accompagnare la trattazione con frequenti citazioni di testi, marcati semplicemente col corsivo tipografico, a illustrazione e suffragio di quanto si va raccontando: con la storia d’una lingua che è stata solo scritta fino a tempi a noi molto prossimi, pareva davvero inevitabile il rimando alle opere, alle forme, a concreti campioni testuali che potessero esibire in corpore vili il mutare variegato e polifonico dell’italiano.

 

Dentro il libro, ripercorrendo alcune date storiche

 

Ecco alcuni esempi di date (in ordine sparso), nel tentativo d’illustrare il modus operandi dell’Autrice.

Poche righe estratte dall’Introduzione del Decameron (data d’aggancio: 1350-’53 [pp. 50-52], anni di composizione dell’opera) bastano alla Papi per enucleare i principali caratteri della lingua boccacciana, specie in relazione alla sintassi, l’aspetto che più ha influito sugli sviluppi della prosa italiana nel lungo periodo: s’addita così il largo uso dell’ipotassi e dei connettivi, delle forme implicite dei verbi, dei nessi di relativo, della postposizione della sovraordinata rispetto alle secondarie participiali e gerundiali, delle costruzioni assolute, delle inversioni e degli iperbati, degli stilemi latineggianti; per contrasto, s’esaminano le coloriture dialettali, i tratti oralizzanti, i giochi linguistici e la sintassi marcata restituiti dai dialoghi di certe novelle: il tutto in sole due pagine di piccolo formato, pure accompagnate dalla fotoriproduzione d’una carta dell’autografo Hamiltoniano (nel volume si contano altre otto tavole iconografiche, tutte in bianco e nero). Procedimento analogo è stato attuato, per l’anno 1581 (pp. 101-3), in rapporto alla lingua d’un altro scrittore decisivo per il progredire del linguaggio (poetico) delle nostre lettere, il Tasso, le cui caratteristiche stilistiche e metrico-sintattico di ricercata rottura vengono riassunte dalla Papi in maniera sufficientemente chiara al lettore perché questi possa comprendere le ragioni dei rapporti ostili che l’autore della Liberata intrattenne con la neonata Accademia della Crusca e, più in generale, con l’ambiente tosco-fiorentino.

Gli scrittori, che qui hanno la loro parte massiccia di trattazione com’è doveroso che sia (e non mancano riferimenti a nomi dell’era moderna e contemporanea: Calvino, Fenoglio, Gadda, Levi, Montale, Morante, Pasolini), vengono collocati spesso sotto la data di nascita (per es.: 1265 [pp. 32-34] per Dante, ovviamente – autore che Fiammetta Papi, avendo collaborato a lungo all’allestimento del Vocabolario Dantesco presso la Crusca e l’Opera del Vocabolario Italiano, dimostra di ben conoscere nei suoi portati anche lessicali e multistilistici: lo attesta bene la data 1307-’21 alle pp. 41-45, relativa alla Commedia –; 1452 [pp. 63-64] per Leonardo da Vinci), oppure sotto quella di stesura dell’opera: per es. 1357 ca. (p. 54) per la Cronica dell’Anonimo Romano, o 1536 (pp. 93-94) per l’anonima Venexiana, commedia plurilingue che permette d’accennare al Ruzante e alla commedia dell’arte. Ancor più frequentemente, però, gli scrittori italiani sono disposti in corrispondenza dell’anno di pubblicazione della loro opera principale. Tre esempi su tutti: nel 1528 (pp. 88-90) si dà l’imprimatur al Libro del Cortegiano; nel 1785 (pp. 133-35) esce il Saggio sopra la lingua italiana di Melchiorre Cesarotti, primo nucleo di quel Saggio sulla filosofia delle lingue applicato alla lingua italiana davvero capitale per la riflessione linguistica del secondo Settecento italiano; nel 1835 (pp. 144-47) viene stampata la seconda edizione napoletana dei Canti del Leopardi (ma questo è anche l’anno di nascita a Valdicastello di Giosue Carducci). Può sorprendere l’assenza di date storico-letterarie significative come, per citarne una, il 1889, nel quale si danno alle stampe per i tipi di Treves tanto il verista Mastro-don Gesualdo quanto Il piacere dannunziano, ma l’esercizio dell’appuntare le mancanze in un lavoro siffatto è sempre troppo facile, se non ingiusto: senz’altro val più quel che c’è, che è tantissimo. In questo libro, per fare solo un es. rimarchevole, non manca “l’Artusi” (data di riferimento: 1891 [pp. 162-64], quella di prima edizione della Scienza in cucina e l’Arte di mangiar bene), cioè quel «formidabile romanzo» gastronomico, per dirla con Gino Tellini, che fu molto più d’un semplice ricettario culinario, in quanto determinante e incisivo per l’unificazione e la standardizzazione linguistica delle Italiane e degli Italiani – e i lettori, peraltro, venivano eletti dall’«editore casalingo» di Forlimpopoli (così Alberto Capatti) a veri e propri co-autori d’un libro continuamente in fieri che seppe raggiungere, vivo l’autore, il tetto delle quindici riedizioni rivedute e ampliate.

Tuttavia – ed è acquisito già sin dai tempi della Premessa alla Storia di Bruno Migliorini – la storia della lingua non collima affatto con la storia letteraria, né può essere appiattita su di essa; anzi la forza di certi fattori di linguistica esterna (extra-culturali, culturali stricto sensu o culturali lato sensu: la tipologia, famosa, è di Luca Serianni) emerge sempre più negli studi scientifici con effetti di lunga gittata sulla nostra diacronia linguistica. Quell’«efficacia demiurgica» di cui parlava il Migliorini e che effettivamente può segnare una svolta nel cammino evolutivo dell’italiano può non necessariamente derivare da una spinta individuale, ma risalire – forse addirittura in prima istanza – agli eventi della grande storia occidentale: si pensi alla fondazione della prima Università, l’Alma Mater bolognese (1088 [pp. 21-22]), alla grande epidemia di peste bubbonica nel 1348 (pp. 49-50) che spopolò Firenze, alla chiusura nel 1563 del Concilio tridentino (pp. 98-100), alla pubblicazione del primo tomo dell’Encyclopédie nella Parigi illuminista del 1751 (pp. 126-28), per non citar qui date prevedibili come il 1453, il 1492 o il 1789, con tutta la loro carica anche simbolica, o eventi solo italiani comunque rilevantissimi come il Sacco di Roma del 1527 (pp. 87-88), la fondazione dell’Arcadia nel 1690 (pp. 118-20) e quella del “Corriere della Sera” nel 1876, o chiaramente l’Unità politica del 17 marzo 1861 (pp. 150-53).

Fra le 100 date figurano anche eventi appartenenti alla sfera delle arti, tipicamente il teatro e la musica operistica, coi tanti loro italianismi lessicali (per es. 1598-1600 [pp. 107-8]: prima fiorentina della Dafne e dell’Euridice di Rinuccini-Peri, che è come dire la nascita del genere melodrammatico; 1896 [pp. 164-66]: prima della Bohème), oppure episodi legati alla grammaticografia e alla storia della nostra lessicografia (troviamo le date delle impressioni delle cinque Crusche, naturalmente, e l’ovvio 1525 delle Prose bembiane [pp. 84-86], ma andrà ricordata anche, fuor d’Italia, la data di stampa della prima grammatica italiana per stranieri, la Grammaire Italienne composée en François di Jean-Pierre de Mesmes, nel 1549 [pp. 95-96]). Non è esclusa nemmeno, se ci si colloca nei settori inferiori degli assi diafasico, diamesico e diastratico, la lingua dell’uso, e dell’uso “basso”, per l’appunto: il 1528, per es., è l’occasione per trattare del lombardo bembista Baldassarre Castiglione, lo s’è detto, ma a questa data risale pure il processo a Bellezze Ursini da Collevecchio, la prima fatuciera della storia di cui, grazie agli scavi archivistici di Pietro Trifone, ci siano giunti i diari autografi con la sua personale confessione (ms. Roma, Archivio di Stato, Tribunale del Governatore, Processi criminali del sec. XVI, vol. 6, proc. 1). La scrittura laziale della strega Bellezze è paradigmatica di che cosa sia il volgare dei semicolti nel primo Cinquecento: è lingua di storie “piccole”, d’individui del popolo, provenienti da aree geograficamente più defilate e che pure compongono, in nessi reticolari coi grandi centri italiani, la grande storia sociale e linguistica del nostro Paese. La consultazione dell’Indice dei nomi, di cui questo libro di Fiammetta Papi è fornito (pp. 227-33), aiuterà a reperire e ripercorrere questa e altre micro-storie.

 

Periodizzare la storia linguistica del secondo Novecento

 

Non c’è forse momento più arduo da storicizzare e fotografare di quello vicino al presente. Potrà essere interessante, allora, provare a sondare le scelte fatte dall’Autrice per l’età contemporanea, a partire dal secondo Novecento in poi (il periodo compreso fra gli anni Cinquanta e l’oggi è riconosciuto anche in un recentissimo Percorso storico di Rita Librandi come estrema forbice temporale di svolta per l’evoluzione della nostra lingua). Mi piace pensare che una riflessione su date salienti d’una storia così recente, se da una parte serve di per sé per isolare i momenti di vera “curvatura” del cammino diacronico dell’italiano, dall’altra possa giovare anche agli specialisti – perché no? – per ripensare la periodizzazione dell’italiano, ancora fermamente ancorata alla scansione secolare miglioriniana in forza d’esigenze meramente didattiche, e magari aiutarli a elaborare nuovi modelli storiografici più confacenti e orientati allo specifico oggetto d’indagine: la lingua che muta nel tempo.

Ebbene, si tratta d’un settantennio che viene illustrato dalla Papi attraverso dieci date significative che toccano aspetti assai differenti – ma si sarà già osservato che le date, in questo libro, possono essere anche intervalli cronologici (vd. già il periodo 1861-1874 [pp. 153-55] per la stagione d’oro della lessicografia postunitaria, o la fase attuale, prudentemente individuata nel ventennio 2000-2020 [pp. 200-3]), e si noti pure che a volte, oltre all’indicazione dell’anno, possono trovarsi ulteriori specifiche cronologiche (giorno e mese) stampate in maiuscoletto. Sono, questi ultimi settanta, anni di vere e proprie rivoluzioni, per es. di storia sociale e della comunicazione (3 gennaio 1954 [pp. 180-82]: messa in onda della prima trasmissione televisiva; 1958 [pp. 184-86]: vittoria a Sanremo di Nel blu dipinto di blu e, al contempo, nascita della commedia all’italiana con I soliti ignoti di Mario Monicelli; 1986 [pp. 193-95]: attivazione del primo collegamento Arpanet, alias Internet, in Italia, al CNUCE di Pisa); sono gli anni di pubblicazioni che hanno segnato un cambiamento epocale per la riflessione storico-linguistica e metalinguistica (1960 [pp. 186-89]: la lingua italiana ha finalmente la sua prima Storia col Migliorini; 1964 [pp. 189-91]: s’apre la “Questione della lingua” novecentesca grazie alle riflessioni pasoliniane sul cosiddetto italiano tecnologico, consegnate alla rivista “Rinascita”; 1988 [pp. 195-97]: è l’anno d’uscita simultanea di ben tre grammatiche sincroniche italiane, diverse per metodologia e impostazione ma ognuna a suo modo monumentale); sono anni in cui cambia per sempre lo scenario della lingua poetica e di quella prosastica (1957 [pp. 182-84]: viene pubblicato il Pasticciaccio gaddiano; nel 1975 [pp. 191-93] almeno tre avvenimenti importanti: viene consegnato il Premio Nobel per la Letteratura a Eugenio Montale, si compie un definitivo superamento delle sperimentazioni neoavanguardistiche con l’antologia Il pubblico della poesia e muore per omicidio Pier Paolo Pasolini). Sono anni, da ultimo, in cui la nostra lingua guadagna, diciamo così, la sua istituzionalità, non tanto grazie al testo costituzionale (1948 [pp. 178-80]), nel redigere il quale sembrò superfluo, infatti, dichiarare l’italiano «lingua ufficiale» della Repubblica, bensì con l’art. 1 della legge nr. 482/1999 sulla tutela delle minoranze linguistiche (pp. 198-200), emanata in curiosa concomitanza con la pubblicazione dei sei volumi del Grande dizionario italiano dell’uso di Tullio De Mauro per UTET.

In calce alla sua Prefazione (pp. 7-11) alla Lingua italiana in 100 date, Luca Serianni – il quale, com’è noto, nella divulgazione della storia linguistica italiana s’è già ampiamente cimentato (vd. almeno la Storia illustrata della lingua italiana realizzata con Lucilla Pizzoli), e che peraltro sulla reductio ad centum s’è applicato personalmente e recentemente nella sua ultima fatica editoriale, una scelta di cento testi poetici italiani trascelti da sessantatré autori italiani lungo otto secoli di storia letteraria (se n’è parlato anche su “Lingua Italiana”: vd. qui) – ha chiosato: «Fiammetta Papi ha scritto un gran bel libro: ricco di informazioni, tutte criticamente vagliate, e di gradevole lettura. Le date, se le sappiamo scegliere e interrogare, possono dirci molto sulle vicende degli esseri umani e delle loro lingue». Non si può che consentire: le date sono tappe, sì, ma in questo volume sono soprattutto spunti per dibattere di rapporti, di scambi, di trasformazioni, d’innovazioni.

 

 

Per terminare

Prima del veloce Epilogo (p. 204) con cui si completa il percorso, l’ultima data che l’Autrice discute è il 2017, anno nel quale un agognato giudizio della Corte Costituzionale (sentenza nr. 42/2017) chiude finalmente la partita annosa sulla liceità della didattica universitaria e dell’attivazione di corsi di Dottorato in lingua esclusivamente inglese (il quadro complessivo è stato tracciato in almeno un paio d’occasioni da Claudio Marazzini, e le vicende giudiziarie vengono richiamate anche nel suo ultimo libro-intervista); in tale sentenza della Corte risalente al 21 febbraio, della quale la Papi ci dà ampi e splendidi stralci testuali (p. 203), la nostra lingua è confermata nella sua primazia (ufficiale, nazionale, costituzionale), è avvalorata quale bene culturale in sé – e, aggiungiamo noi, si mostra per questo finalmente meritevole, come già s’accennava, d’un suo Museo che la esalti, nella sua storia maestosa e nel suo vivo presente, senza certo imbalsamarla come cosa morta (vd. a riguardo il Tema di Nicoletta Maraschio del 30 agosto 2020 sul sito web della Crusca: Il Museo della lingua italiana: una svolta nella politica linguistica nazionale?). Se l’italiano dunque è un’opera d’arte – e quanti motivi avremmo per corroborare questa tesi –, non parrà uno sproposito concludere circolarmente questa breve presentazione del nuovo volume di Fiammetta Papi con le parole del Garboli, con una sua riflessione sul senso e sulla pratica della storicizzazione dei fatti artistici; scriveva infatti il critico: «Per mettere ordine nel caos e storicizzare l’opera d’arte, i sistemi stilistici e culturali non bastano; ci vuole […] un principio di omogeneità. Bisogna dunque “riancorare” ex post, secondo Panofski, le referenze di tipo culturale (le unità di senso) al principio d’ordine del calendario e della geografia». Mi pare che, con le sue 100 date, Fiammetta Papi abbia posto in atto, con esiti felici, proprio quest’astratto principio d’ordine: ricongiungendo parole e langue, ripercorrendo diatopie e diacronie, tenendo contemporaneamente aperti sul tavolo l’atlante e il calendario, saldando assieme storie e Storia.

 

 

Bibliografia citata

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Cinnella, Ettore, La rivoluzione russa in 100 date, Pisa, Della Porta Editori, 2017.

Dionisotti, Carlo, Il filologo e l’erudito [1961], in Id., Don Giuseppe De Luca, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 1973, pp. 39-60: 47, 52.

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Gattai Tacchi, Filippo, L’Impero britannico in 100 date, Prefazione di Alberto Mario Banti, Pisa, Della Porta Editori, 2019.

Geuna, Andrea, Il comunismo in 100 date, Prefazione di Franco Andreucci, Pisa, Della Porta Editori, 2015.

Giovine, Sara, Così vien poetando l’Ariosto. Strutture sintattiche e strategie retoriche nell’Orlando Furioso di Ludovico Ariosto, Firenze, Franco Cesati Editore, 2020.

Grande dizionario dell’italiano dell’uso, diretto da Tullio de Mauro, I-VII, Torino, UTET, 1999-2003.

Guidetti, Fabio, L’Impero Romano in 100 date, Prefazione di Arnaldo Marcone, Pisa, Della Porta Editori, 2017.

Halévy, Élie, Perché scoppiò la Prima Guerra Mondiale, Con un saggio di Marco Bresciani, Pisa, Della Porta Editori, 2014.

Lenci, Marco, L’Islam in 100 date, Pisa, Della Porta Editori, 2016.

Librandi, Rita, Percorso storico, in L’italiano: strutture, usi, varietà, a cura di Rita Librandi, Roma, Carocci, 2019, pp. 15-42: 17, 34-38.

Marazzini Claudio, L’italiano è meraviglioso. Come e perché dobbiamo salvare la nostra lingua, Milano, Rizzoli, 2018, pp. 56-69.

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Santarelli, Daniele/Weber, Domizia, La Riforma protestante in 100 date, Pisa, Della Porta Editori, 2017.

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Vocabolario Dantesco, diretto da Paola Manni e Lino Leonardi, Accademia della Crusca-Istituto del CNR “Opera del Vocabolario Italiano”, 2018- <http://www.vocabolariodantesco.it>

 

Immagine: Pellegrino Artusi - La scienza in cucina e l'arte di mangiar bene (1891)

 

Crediti immagine: Salvatore Landi Editore, Public domain, attraverso Wikimedia Commons

 


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