17 febbraio 2021

La retorica ristretta di Gente in Aspromonte

 

In piazza Indipendenza a Reggio Calabria c’è un monumento a Corrado Alvaro. Sono tre distinti blocchi in marmo travertino dello scultore Alessandro Monteleone, la stessa mano della statua di Garibaldi di fronte alla Stazione Centrale. La piazza è un arcipelago di piccole isole verdi nel catrame, potrei sbagliarmi ma sembra una correzione della viabilità su una struttura omogenea preesistente (e lo è nei progetti originari di Marcello Piacentini del Museo Archeologico lì di fianco; lì si sarebbe dovuti esporre a cielo aperto). Una delle aiuole sorge al posto di una fontana rifatta tre volte, malamente – il poeta dialettale Nicola Giunta non ha potuto che dedicarci dei versi: «O riggitani, dopu tanti peni, / facistuvu ‘nt’on largu ‘na funtana / chi piscia propriu comu veni veni» (leggibile per intero qui). Il monumento di Alvaro è coperto da cespugli non curati e forse da un ficus magnoilioides, pure da qualche palma; vegetazione tipica del lungomare Italo Falcomatà. Questa centralità offuscata mi sembra un’ottima metafora della somma tra importanza letteraria e debole ricezione di Alvaro nella storia e geografia della letteratura italiana.

Nasce nel 1895 a San Luca, piccolo comune nella provincia di Reggio alle falde del massiccio dell’Aspromonte. Destinato come tanti a emigrare, vive a Napoli, Roma, Bologna, Milano (dove si laurea in lettere), Parigi, Berlino. Professione: giornalista, per il «Corriere della Sera», «Il Mondo», «La Stampa», «L’Italia letteraria» (troppi da nominare). Firma il Manifesto degli intellettuali antifascisti di Benedetto Croce quando l’Italia si restringe, diventa claustrofobica, eppure rimarrà, grazie soprattutto alla conoscenza di Margherita Sarfatti, «determinante per stemperare l’inimicizia del regime e per consentirgli una “silenziosa renitenza”, da nemico pacifico, nevroticamente domestico, con qualche scivolamento indebito» (dalla biografia della Fondazione). Nel dopoguerra fonda con Libero Bigiardetti e Francesco Jovine il Sindacato Nazionale Scrittori. Tornerà raramente a San Luca, più spesso a Caraffa del Bianco. Muore nel 1956, dopo anni appresso a un tumore che dall’addome muove ai polmoni. Lo veglia fino alla fine Cristina Campo (ai loro rapporti è dedicato La lunga notte di Corrado Alvaro, libro di Giovanni Carteri, edito da Rubbettino nel 2006).

A patti con la sua natura raminga, pure contraddittoria nei risultati e nelle premesse – dai fascisti veniva al massimo sopportato, dagli antifascisti spesso frainteso –, la sua produzione è tra le più eterogenee del Novecento: giornalista e quindi reporter (dalla Russia, dalla Turchia), saggista, romanziere (con L’uomo è forte per esempio, del 1938, distopia che è una malcelata critica violenta tanto allo stalinismo quanto a ogni forma di totalitarismo), drammaturgo (La lunga notte di Medea, 1949), sceneggiatore per il Cinema e per la Televisione, poeta, grande scrittore di racconti; persino traduttore – con l’ovvia scrittura privata, delle lettere, delle pagine di diario (commoventi, con immaginazione, le parole spese per Gobetti e Gramsci).

 

L’iconicità di Gente in Aspromonte

 

La sua fama è comunque sostanzialmente legata a una raccolta di tredici racconti, Gente in Aspromonte, pubblicata per Le Monnier nel 1930 e valsa la vittoria del premio di «La Stampa». Le successive edizioni contano decine di ristampe: per Treves nel 1931, per Garzanti (io leggo l’undicesima) e per Bompiani nel 1945, ininterrottamente fino a oggi. Non una novità la reductio ad unum ma in questo caso forse poco vincente, perché, fin dal nome, sembra si tratti ancora di verismo, di periferia letteraria, di reazione alla contemporaneità. Il romanzo (lo chiamerò così per gioco, perché fino alla mia prima lettura ho creduto lo fosse e perché ne ha, in qualche modo, le caratteristiche) è tra la verdura che chiude al pubblico il monumento, quanto bella sia importa poco. Postilla: spezzo una lancia a favore della Fondazione Corrado Alvaro, che ha digitalizzato tutti gli autografi in suo possesso. Un’operazione eccellente nella sua “banalità” – suggerisco di fare lo stesso a tutte le fondazioni, tutti i centri, perché la ricerca sia libera.

Non faccio scandalo allora se dico che Alvaro è tra gli obliati: (de)merito della sua quasi classicità è proprio Gente in Aspromonte, il più letto dal pubblico, il più letto a scuola (unico presente didatticamente, considerando che Alvaro non ha la fortuna del Quasimodo canonizzato), il più iconico perché immediatamente riferito al cuore morfologico della Calabria; e il testo che più distanzia, a priori e a posteriori, un lettore non meridionale. Con pregiudizio, perché il romanzo ha in atto e in potenza (come sempre, sono esercizi euristici) l’intero Alvaro, la sua eterogeneità, la sua contraddizione – soprattutto coincidentia oppositorum di realtà e utopia, nota caratteristica della “calabresità” (precisa Stefano De Flores). Utopia intesa come “eccedenza di realtà”. In Calabria (Come parlano i grandi, Bompiani 1975) Alvaro ne ricorda i “campioni”, «Gioacchino da Fiore, Francesco da Paola, Tommaso Campanella: non trovate che torri di giustizia e castelli di utopia».

 

Al di qua del principio di piacere

 

Gente in Aspromonte prende il nome dal piccolo romanzo o racconto lungo omonimo. Protagonisti sono il pastore Argirò e suo figlio Antonello. Per una pioggia troppo intensa, i buoi imprestati a loro dal signore Filippo Mezzatesta vanno al macello precipitando da un burrone. La certifica della rovina da parte di questi mette in moto l’istinto di sopravvivenza dell’Argirò. Non vado oltre perché nell’alternanza tra indefessa tragedia e rianimazione sta tutta la tensione emotiva del romanzo, che culmina in un gesto anarchico spettacolare, pirotecnico (tutto non può che essere culturalmente politico in Alvaro). La vicenda apparentemente “paesana”, quasi verghiana (a chi non ricorda la barca dei lupini?) raccoglie motivi magici (della magia studiata da Ernesto De Martino), erotici (al di qua del principio di piacere, sempre), religiosi; sotto il segno delle grandi opposizioni, tradizione-contemporaneità, campagna-città – dove sta la realtà, appunto, dove l’utopia? Gente in Aspromonte non è un’archeologia, neanche una nostalgia, piuttosto uno sguardo sulla doppia temporalità (e locità) delle province d’Italia. Senza mani avanti dico che è la ragione portante del libro. L’eros, nel romanzetto, è istinto animale, un richiamo della terra («Qualche contadino di buon’ora aveva già cominciato ad andare pei campi a fare quei gesti folli che sembra facciano i contadini veduti di lontano, quando assaltano la terra come una donna»), e per questo un richiamo fuori tempo massimo, allontanamento da Dio che è invece puntuale, e dalla prosperità. Nei racconti successivi la fenomenologia s’ingrossa: la femminilità è preludio all’omicidio in La pigiatrice d’uva; Coronata – i racconti hanno spesso il nome del o della protagonista – va in contro al suo rapitore (stupratore) perché rispetta il voto alla Madonna; Teresita è destinata alla morte preferendo freudianamente (sempre al di qua, però) il padre alla vita coniugale. In La signora Flavia un fiume in piena fa cadere da cavallo una “signora”, avvicinandola a livello fisico al suo servo. Temporale d’autunno è una shakespeariana storia d’amore. Cata dorme o è morta? Eros mai porno (benianamente desiderio del desiderio) e dalla sostanza superstiziosa (come nel bellissimo Ventiquattr’ore, un quasi horror), quindi di diffidenza fascinosa.

E le contraddizioni sono piene, chiaramente, prima nella lingua: è facile alternare meridionalismi (laddove coincida il tecnicismo, se terra e industria fanno lo stesso) e toscanismi di adozione letteraria; complicazioni dell’ordine sintattico da un lato verso il parlato (con frequenti dislocazioni), dall’altro verso l’aulico (più nell’anastrofe di aggettivo e sostantivo, o nell’endiade), spesso in una sequenza che dà l’impressione di rappresentare un correlativo linguistico del viaggio, dal basso verso l’alto («È una vita alla quale bisogna essere iniziati per capirla, esserci nati per amarla, tanto è piena, come la contrada, di pietre e spine)». E poi, qui il punto, nello stile (lingua e stile): sull’espressionismo di richiamo europeo, cosmopolita, è installato, incorporato un “lirismo” che ha i connotati del magico (che trae risorse da una densa sostanza iterativa, dalla ripetizione di parola all’allitterazione). La risoluzione testuale sta in una sorta di retorica ristretta (parafrasando Gerard Genette): tutto è metafora, laddove nel campo ci rientrino la similitudine, la metafora in senso stretto, l’analogia e poi tutte le figure di significato che dànno una corrispondenza non soluta, preponderanti le personificazioni della natura e della fauna, col contrario della naturalizzazione dell’uomo.

 

La retorica ristretta

 

Approfondisco. Negli Scritti dispersi 1921-1956 (Bompiani, 1995), in Fuori spettacolo, Alvaro scrive che «il linguaggio è come lo smalto delle porcellane, è una superficie ed è tutto». In ossequio ai suoi monti bianchi (in dialetto greco-calabro “aspro” è appunto il colore) la lingua non è né più né meno che sé stessa, superficie delle cose e quindi cosa in sé. L’Aspromonte così si mostra al visitatore: duro, secco, talvolta ospitale nell’inospitalità, non nasconde le cascate le incorpora, non perde acqua dai fiumi l’assorbe. Forse una diversa realizzazione della lingua-pelle landolfiana? Il punto è che questo legame di epidermide tra lingua (stile) e vicenda (ambiente) si realizza tramite la metafora. Do l’incipit del racconto, che dà la misura di quanto detto, cioè della contraddizione sintattica tra dettato alto e sostanza bassa; più la permeanza della metafora (grassetto mio):

 

Non è bella la vita dei pastori in Aspromonte, d'inverno, quando i torbidi torrenti corrono al mare, e la terra sembra navigare sulle acque. I pastori stanno nelle case costruite di frasche e di fango, e dormono con gli animali. Vanno in giro coi lunghi cappucci attaccati ad una mantelletta triangolare che protegge le spalle, come si vede talvolta raffigurato qualche dio greco pellegrino e invernale. I torrenti hanno una voce assordante. Sugli spiazzi le caldaie fumano al fuoco, le grandi caldaie nere sulla bianca neve, le grandi caldaie dove si coagula il latte tra il siero verdastro rinforzato d'erbe selvatiche. Tutti intorno coi neri cappucci, coi vestiti di lana nera, animano i monti cupi e gli alberi stecchiti, mentre la quercia verde gonfia le ghiande pei porci neri.

 

E la sostanza iterativa giocherebbe il gioco della preghiera (e del sermone, dell’oratoria pensando alle strutture chiastiche), perché no sempre nel discorso più che indiretto libero, di immersione del narratore nel contesto. Più avanti:

 

Il paese è caldo e denso più di una mandra. Nelle giornate chiare i buoi salgono pel sentiero scosceso come per un presepe, e, ben modellati e bianchi come sono, sembrano più grandi degli alberi, animali preistorici. Arriva di quando in quando la nuova che un bue è precipitato nei burroni, e il paese, come una muta di cani, aspetta l’animale squartato, appeso in piazza al palo del macellaio, tra i cani che ne fiutano il sangue e le donne che comperano a poco prezzo.

 

È proprio nel dominio della metafora che si esprime, in Gente in Aspromonte, il talento di Alvaro:

 

In un angolo era elevato un lettuccio su due trespoli di ferro, coperto d’un candido lenzuolo sotto il quale s’indovinano le forme del pane fresco appena impastato come una teoria di mammelle tagliate a molte sante martiri.

[…] l’odore grave e arso del mondo che era intorno come la cenere rimasta da un incendio.

Le donne dicevano: “C’è il mutolo,” come se dicessero: “è entrata una farfalla”.

 

Come un poeta nella terra straniera della prosa, ostinato (di poesie, a paragone, ne scriverà poche e di minor interesse, credo). Mi sembra sia un unicum nella tradizione letteraria. Che basti da chiavistello, apriamo porta e portone, e riprendiamo a leggere Gente in Aspromonte, poi tutto il resto.

 

Bibliografia

Stefano De Flores, Cultura paesana e cultura cittadina in Corrado Alvaro, in Utopia e realtà nell’opera di Corrado Alvaro, Edizioni Periferia, 1995.

Pasquale Tuscano, La scrittura polimorfica di Corrado Alvaro, in Per altezza d’ingegno. Aspetti e figure dell’attività letteraria calabrese tra Otto e Novecento, Rubbettino, 2002.

 

Sitografia

Fondazione Corrado Alvaro

 

Immagine: Pentedattilo, via Wikimedia Commons


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