09 aprile 2021

SF o SF? Science Fiction o Scrittrici Femminili? La questione dei nomi

Derive e frontiere. Scorribande nella lingua e nei linguaggi di fumetto e fantascienza

 

Ann e Jeff VanderMeer nell’antologia di speculative fiction femminista Sisters of the Revolution. A Feminist Speculative Fiction Anthology (2015, in italiano Le visionarie. Fantascienza, fantasy e femminismo. Un’antologia, Nero, 2018) hanno raccolto una trentina di racconti tra fantasy e fantascienza scritti dagli anni Sessanta, di autrici come la femminista Joanna Russ e scrittrici più volte nominate o vincitrici ai premi Hugo e Nebula: in ordine di apparizione, Nnedi Okorafor, Kelley Eskridge, Noli Hopkinson, Octavia E. Butler, Pat Murphy, Joanna Russ, Carol Emshwiller, Tanith Lee, Ursula K. Le Guin, Catheryne M. Valente. Nomi ai quali, in anni recenti, con romanzi fantasy e di fantascienza, si sono aggiunte J.K. Rowling, N. K. Jemisin, Susanna Clarke, Connie Willis, Mary Robinette Kowal e Arkady Martine come vincitrici del Hugo e Lois McMaster Bujold, Catherine Asaro, Elizabeth Moon, Ann Leckie, Naomi Novik, Charlie Jane Anders (e ancora Jemisin, Willis e Kowal) del Nebula. Anche in Italia, focalizzando la fantascienza (non necessariamente “speculative”, cioè attenta a offrire una prospettiva effettivamente critica), nel corso degli anni il palmares dei premi principali ha gradualmente visto aumentare i nomi femminili. Così, ad esempio, al Premio Italia incontriamo tra le romanziere Gilda Musa (1976, 1980, 1982, 1983), Daniela Piegai (1979, 1981), Roberta Rambelli (1981), Mariangela Cerrino (1984, 1990, 1993, 1994, 1996, 2009), Anna Rinonapoli (1986, 1987), Miriam Poloniato (1990), Nicoletta Vallorani (1994), Enrica Zunic’ (2003), Elisabetta Vernier (2004), Clelia Farris (2006), Elena di Fazio (2018). Per il Premio Odissea Clelia Farris (2007), Silvia Robutti (2010), Elena di Fazio (2017), Caterina Mortillaro (2019), Franci Conforti (2016, 2020). Il Premio Robot per racconti vanta Morena Medri (1977), Emanuela Valentini (2016), Linda De Santi (2019); il Premio Vegetti ha tra i vincitori della sezione romanzo di fantascienza Franci Conforti (2019); il Premio Urania Nicoletta Vallorani (1992) e Francesca Cavallero (2018).

 

Quando Roberta si chiamava John

 

Benché quantitativamente minori di quelli maschili, i nomi femminili italiani sono una percentuale significativa degli scrittori di fantascienza, e qualitativamente rilevante (come già rilevava Pizzo 1982). Per questo sono presenti tra i riconoscimenti ufficiali nazionali, anche relativi alla saggistica, per cui basti ricordare i recenti Distopie, viaggi spaziali, allucinazioni. Fantascienza italiana contemporanea (Mimesis, 2015) e Fantascienza italiana. Riviste, autori, dibattiti dagli anni Cinquanta agli anni Settanta (Mimesis, 2014) di Giulia Iannuzzi, e Quando la fantascienza è donna. Dalle utopie femminili del secolo XIX all’età contemporanea (Carocci, 2015) di Eleonora Federici. In quest’ultimo saggio si ripercorre l’influenza delle teorie femministe e di una prospettiva femminile su macrotemi ed eventi storici, tecnologici e culturali nella letteratura in lingua inglese in un genere considerato (internazionalmente) maschile. La Federici ne ricostruisce così la genealogia e la specificità, ma basta scorrere l’indice dei nomi nei ricchi e puntuali volumi della Iannuzzi per scoprire che in Italia, in particolare tra gli anni Cinquanta e Sessanta, le autrici di fantascienza si firmano spesso con nome maschile per evitare pregiudizi, e straniero, in particolare inglese, per compiacere l’esterofilia del pubblico, come anche alcuni colleghi maschi (es. Ugo Malaguti usava anche Ricky Geky e Hugh Maylon, Lino Aldani N.L. Janda). L’elenco di tali pseudonimi ed eteronimi è lungo: il caso più noto è quello della «Signora della fantascienza italiana» (Catalano Pizzo Vaccaro 2018), la scrittrice, traduttrice e redattrice Roberta Rambelli, alias Rocky Docson, Hunk Hanover, Joe C. Karpatí, Igor Latychev, John Rainbell e Robert Rainbell, ma ci sono anche Laura Grimaldi come Alfred Grimm, Leonia Celli come Lionel Cayle e Nora de Siebert che, nonostante il nome già “esotico”, usa anche Norman McKennedy.

 

Chi tiene il/al proprio nome?

 

In questo panorama onomastico esterofilo e sensibile ai pregiudizi sessisti, sono particolari quelli parzialmente controcorrente dell’illustratrice Maria Anderlini e della scrittrice Laura Parravicini: entrambe attuano infatti una scelta anglofona, ma anche di antroponimi femminili, la prima, infatti, si firma solo Allison, lasciando però ambiguità sul genere (per il pubblico italiano poteva essere un cognome come un nome, e non è detto che fosse noto come femminile), la seconda Lorraine (e di cognome Parr). Più articolata la scelta di Maria Teresa Angela Maglione, che si presenta con il proprio nome e cognome o come Lina Gerelli o Patrizia Dalloro, entrambi italiani e femminili, o con il secondo nella variante maschile Patrizio, oppure con l’inglese, maschile nel caso di Lionel Stern, ma in due casi femminile, ovvero Esther Scott ed Elizabeth Stern (con cui appare come prima narratrice in “Urania” rivista nel 1953, nn. 11-12, col racconto in due puntate I figli delle stelle). È poi da notare che Maria De Barba sceglie Marren Bagels, quindi un nome di battesimo inventato, solo assonante con l’esistente femminile Maren, e Bianca Nulli decide di apparire inglese, ma tanto con il femminile Norah Bolton, quanto con l’ambigenere Beryl Norton. Eccezioni, per il periodo, sono le autrici che mantengono sempre il proprio antroponimo: Paola Pallottino, Gilda Musa, Giovanna Cecchini, Carla Parsi Bastogi.

 

Generi, genere e scabrosità

 

Travestire (o negare) il proprio antroponimo, e con esso spesso il proprio genere, è un fenomeno non solo della fantascienza. In Italia, soprattutto per le donne, era pratica comune, in quegli stessi anni, in altri ambiti della letteratura di genere riconducibile al circuito popolare, di consumo (Escarpit 1972), paraletterario (Ricci 2013). Ad esempio, Laura Toscano, scrittrice e sceneggiatrice per il cinema e la televisione, ha pubblicato decine di romanzi sotto falso nome o mascherata da traduttore usando una composita eteronimia: Leo Brett, Mary Saint Paul, Terence O’Neil, Jean Le Russe, Eva Danell, Jack Cabot, Hassan Louvre, Marion Walles, Frank Bogart, Jannet Mills, Rose O’Hara, Agatha Moore e Pascal Balagnè per le serie “KKK”, Nicole Nancy e Lewis Jordan per “I supergialli U.S.A.” e “I supergialli dell’ossessione”, Laurie Lance e Mary Steel per “I suspense diabolici”, Juan Maria Lopez per “I racconti dell’angoscia”, Steve Hunter, Igor Sakin, Sergej Nagan e Duke Lafitte  per “Agente segreto”. In questo come in diversi altri casi (es. Maria Luisa Piazza, Maddalena Gui, Maria Grazia Betti) prevaleva forse l’esterofilia sul problema di genere, visti i pochi(ssimi), ma comunque presenti, nom de plume femminili, ma data la scabrosità spesso propria delle storie raccontate in questi generi letterari era preferibile, per una donna, celare la propria identità anagrafica.

 

Non soltanto in Italia

 

Anche nella fantascienza in lingua inglese degli anni Cinquanta e Sessanta ritroviamo la medesima situazione per Alice Sheldon (James Tiptree jr.), Alice Mary Norton (Andre Norton), Gertrude Barrows Bennet (Francis Stevens), Diane Detzler (Adam Lukens), Joan Holly (J. Hunter Holly). Altre autrici hanno invece mascherato il proprio nome di battesimo nelle iniziali puntate: E. Mayne Huul, M.F. Rupert, C.L. Moore, L.T. Hansen, C.J. Cherryh. Una tecnica, questa, non riscontrabile nelle autrici italiane citate, ma adottata anche da J.K. Rowling, in anni quindi già lontani dalla metà del Novecento. Bisogna però ricordare che, per una donna, celare la propria identità in un nome maschile è (stata) una pratica diffusa a livello internazionale, non solo per le scrittrici di genere. Come è noto, nell’Ottocento Currer, Ellis e Acton Bell erano le sorelle Brontë, ma ancora nel secolo successivo Harper Lee ometterà il primo nome Nelle per farsi credere uomo. Non a caso il noto Women’s Prize for Fiction ha ideato la collana “Reclaim Her Name”, con una chiara intenzione politica fin dal nome, per pubblicare 25 romanzi usciti fra Otto e Novecento con nomi e cognomi anagrafici delle loro autrici: George Eliot torna ad essere Mary Anne Evans, Vernon Lee è Violet Paget, Shahein Farahani riprende il nome Fatemeh.

 

La firma A Lady

 

Ragioni diverse hanno portato nei secoli tanti artisti e scrittori a scegliere pseudonimi, ma per le donne è da sempre anche una questione di confrontarsi con pregiudizi culturali e sociali. Prendere parola, e addirittura scrivere, uscire quindi da ruoli e schemi socialmente e culturalmente accettati (e imposti), significa affrontare in primo luogo quanto si è appreso e introiettato, divergere dal senso comune, scontrarsi coi pregiudizi, fare quanto è considerato inopportuno, a prescindere da quanto si possa dire, che può essere addirittura scandaloso. Anche per questo la firma “A Lady” di Jane Austen può essere letta come la proposta di un nome collettivo e non una scelta di anonimia.

 

Un fantasma nell’assonanza

 

Presentarsi col proprio nome è una netta affermazione dell’esserci, anche contrastiva, ma a ben vedere può esserlo anche la scelta di uno pseudonimo o dell’eteronomia. Di fatto, tale scelta presenta elementi e processi analoghi alla denominazione dei personaggi letterari, ambito dell’onomastica da tempo in notevole espansione (Porcelli Terrusi 2006, Terrusi 2016, Zangrandi 2017): è un atto creativo con cui le autrici si travestono, presenta allusioni e – carnevalescamente – in più di un’occasione esso rivela un intento ironico e ha un effetto comico, come a irridere il contesto culturale ritenuto saturo di pregiudizi. Se osserviamo le autrici italiane di fantascienza, notiamo infatti che diversi pseudonimi ed eteronimi scelti sono assonanti con gli antroponimi originali, che di fatto sono molto riconoscibili, Rambelli diventa Rainbell, accompagnato dai comuni (e quindi anonimi) nomi propri John e Robert. Il cognome, quindi, resta, anche se travestito, come un fantasma nell’assonanza. O, meglio, un Convitato di pietra. Analogamente Grimaldi diventa Grimm (con l’evocazione dei celebri fratelli e delle loro fiabe) e Celli Cayle, mentre Laura Parravicini sceglie il detoponimico di origine francese Lorraine (in cui è ipotizzabile anche un gioco fonetico per cui il tipo nominale Laur- viene letto all’inglese Lor-, e pertanto rientra nelle traduzioni per assonanza, almeno parziale) e per cognome Parr, abbreviazione dell’originale.

 

Trasparire, non sparire

 

Di fatto, le scrittrici con questi eteronomi non scelgono di sparire, ma di trasparire: la maschera non nasconde del tutto, anzi rivela il vero nome dell’autrice, in una sorta di gioco con gli addetti ai lavori dell’ambito editoriale, redattori e colleghi scrittori, e prendendo in giro il contesto culturale esterofilo e ritenuto carico di pregiudizi. In assenza di documenti relativi alla scelta degli pseudonimi e degli eteronimi, la situazione si presta ad operazioni paraetimologiche, e ciò diventa parte del gioco onomastico, ma meriterebbe senz’altro approfondimenti scientifici attenti al loro grado semantico: Maria Teresa Angela Maglione opta ad esempio per Esther Scott ed Elizabeth Stern, un incontro tra antroponimi di origine ebraica, religiosa, biblica ed evangelica (ma, abbassando il discorso alla pop culture coeva, Elizabeth si chiama anche l’attrice Taylor, famosa a partire dagli anni Quaranta), e verosimilmente cognomi letterari (Walter Scott e Laurence Sterne, di cui cadrebbe la -e finale), in un connubio di sacro e profano, ma sempre evocando grandi narrazioni. Se finzione onomastica deve essere, che esprima una funzione: il destino di scrivere libri importanti, il che riconduce ancora alla dimensione dell’ironia e dell’irridere il contesto culturale, in quanto la fantascienza al tempo è considerata appunto paraletteratura da circuito di consumo. Maria De Barba, invece, porta in questo gioco un alto tasso di ambiguità, in quanto con Bagels evoca l’alimento ebraico e polacco, nonché la radice del proprio effettivo cognome, ma anche il brigantino su cui viaggiava Darwin, mentre Marren potrebbe nascere da un errore ortografico con la geminazione della consonante intervocalica dell’antroponimo femminile di origine nordeuropea Maren. In questo caso, considerato che l’equivalente italiano del nome è Marina, l’antroponimo e l’evocazione della nave rimandano all’esplorazione, alla ricerca (letteraria, certo, ma quale genere ha fatto proprio caposaldo l’esplorazione più della fantascienza?). Se però è stato volutamente scelto Marren, e non Maren, ciò potrebbe voler esprimere un atto di irrisione del contesto, scegliendo un nome inesistente quindi privo di genere, o attribuibile a chiunque, analogamente a Bianca Nulli con Beryl Norton, che riprende le proprie iniziali nello pseudonimo (come parzialmente anche Maria De Barba, che mantiene anche il tipo nominale Mar-) ma sceglie un antroponimo ambigenere. Ed è una scelta tutt’altro che innocente e apolitica.

 

 

Bibliografia

Catalano W., Pizzo G.F., Vaccaro A. (2018), Guida ai narratori italiani del fantastico. Scrittori di fantascienza, fantasy e horror made in Italy, Bologna, Odoya

Escarpit R. (1972), Letteratura e società, Bologna, il Mulino

Pizzo G.F. (1982), Scrittrici italiane di fantascienza, in “Sf..ere”, n. 23, 1982 (oggi riproposto in <https://fantascritture.wordpress.com/2019/08/04/le-scrittrici-italiane-di-fantascienza-fino-al-1982-di-gian-filippo-pizzo>)

Porcelli B., Terrusi L. (2006), L’onomastica letteraria in Italia dal 1980 al 2005. Repertorio bibliografico con abstracts, Pisa, ETS

Ricci L. (2013), Paraletteratura. Lingua e stile dei generi di consumo, Roma, Carocci

Terrusi L. (2016), L’onomastica letteraria in Italia dal 2006 al 2015. Repertorio bibliografico con note introduttive, Pisa, ETS

Zangrandi S. (2017), Fanta-onomastica. Scorribande onomastiche nella letteratura fantastica del Novecento, Pisa, ETS

 

Il ciclo Derive e frontiere. Scorribande nella lingua e nei linguaggi di fumetto e fantascienza è curato e scritto da Alberto Sebastiani. Qui sotto, l’elenco delle puntate già pubblicate:

1. Erotismo e rivalsa in Parle-moi d’amour di Vanna Vinci

2. Valerio Evangelisti, Eymerich e le parole del Directorium Inquisitorum

3. Zerocalcare e il fantasma dei Natali futuri

 

Immagine: Nnedimma Okorafor at Butterfly Conservatory

 

Crediti immagine: Cheetah Witch, CC BY-SA 4.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0>, via Wikimedia Commons


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