20 maggio 2021

Philip Larkin, tradotto e inedito. Intraducibile?

Philip Larkin (Coventry, 1922 – Londra, 1985) è uno dei poeti britannici più tradotti in Italia. È sufficiente fare una ricerca Google: quasi tutte le più importanti riviste letterarie italiane hanno pubblicato qualcosa a riguardo. Sembra una risposta non incomprensibile all’assenza di Larkin nell’editoria italiana. A parte le prose uscite per Nottetempo (Semestre d’autunno e Turbamenti a Willow Gables) e Finestre alte (High Windows, 1974) edito da Einaudi nel 2002, non c’è nulla in commercio. Le raccolte precedenti, in ordine: The North Ship (1945), The Less Deceived (1955) e The Whitsun Weddings (1964) sono incluse in percentuali differenti nell’einaudiana Le nozze di Pentecoste e altre poesie, del 1969, rigorosamente non disponibile. È anche noto che l’Opera Omnia sia stata tradotta, su incarico diretto, un ventennio fa da Silvio Raffo, però nessun esito.

L’anno prossimo cade il centenario dalla nascita e circolano voci su un Meridiano Mondadori. La base filologica ci sarebbe già, grazie all’edizione inglese The Complete Poems, curata da Archie Burnett per Farrar, Straus and Giroux (New York) nel 2012. Oltre alle quattro raccolte edite, ci sono tutti gli editi non in raccolta e gli inediti. In aggiunta, dei buoni commenti con estratti dai manoscritti e dalle lettere. L’unico difetto, a cui si può e si deve (se non è già stato fatto) rimediare, è l’assenza di un impegno critico, per cui tutto il paratesto si configura come base documentaria per studi successivi. Insomma, è un’ottima operazione a rischio zero.

Questa assenza “istituzionale” di Larkin ha per l’appunto favorito una diffrazione, che è l’occasione critica di questo articolo. La domanda è se l’intraducibilità di certa poesia possa essere “reversibile”, cioè disinnescata, attraverso una pluralità di testi. Prendendo a esempio This be the verse, in assoluto forse il testo più tradotto, probabilmente per quel «candore del misantropo» così lucidamente individuato da Claudio Giunta, che “delizia” i devoti, ogni volta; quindi per la sua memorabilità; nondimeno per una certa “difficoltà” o non disponibilità alla traduzione. Online, ho trovato le traduzioni di Enrico Testa, Claudio Giunta e Gianluigi Simonetti, Luca Alvino, Giovanni Ibello e Giuseppe Cornacchia. Allego anche la mia, uscita recentemente su lay0ut magazine.

 

This be the verse

 

They fuck you up, your mum and dad.

They may not mean to, but they do.

They fill you with the faults they had

and add some extra, just for you.

 

But they were fucked up in their turn

by fools in old-style hats and coats,

who half the time were soppy-stern

and half at one another’s throats.

 

Man hands on misery to man.

It deepens like a coastal shelf.

Get out as early as you can,

and don’t have any kids yourself.

 

This be the verse è inclusa in High Windows. Si tratta di un testo di tre quartine di soli pentametri, a rima alternata. Il nucleo è la strofa, quartina se pensiamo per esempio a High Windows (poesia eponima della raccolta) o The Trees; oppure cinquina e via implementando. L’impressione è che Larkin abbia bisogno di un “modulo” da ripetere e in questa modulazione del dettato trovi la variazione. Il tono difatti segue una sorta di andamento sineddochico, dal particolare all’universale. Una sorta di “genealogia” della miseria, o della pena, o della colpa.

Il punto: il testo si mostra estremamente comprensibile, con una sintassi lineare, una cantabilità “infantile” (non fuori tema). Però ha, prima di tutto, dei luoghi di significato discutibile; poi dei luoghi di altissima densità, veri e propri punti di intraducibilità. Del primo insieme individuo per opportunità euristica il v. 1, il v. 3. Del secondo insieme il v. 7, il v. 9 e il v. 10.

In entrambi i casi, al traduttore – consapevole della sostanziale distanza dell’originale e consapevole del paradosso della traduzione, soprattutto poetica (per cui si deve separare il significato dal significante, qualcosa come rompere a metà un atomo, tenendo assieme metro e ritmo) – si richiede di attivare delle risorse aggiuntive, creative. Con le parole di Giorgio Caproni, citate da Silvana Borutti in La Babele in cui viviamo (Bollati Boringhieri, 2012):

 

Per lui, per il traduttore, non c’è altra via di scampo all’infuori di quella di non dimenticare per un solo istante […] se stesso: di battere cioè sull’unico banco di prova di se stesso la doppia moneta della sua e dell’altrui parola, cercando di far scaturire dal doppiaggio una serie di “armonici” diversi, sì, ma nel limite del possibile equivalenti quanto a valore espressivo.

 

Progetto simile a quello di Franco Fortini, che parla di “compensi” (Lezioni sulla traduzione, Quodlibet, 2011). Ma non è questo il momento della traduttologia. Li cito per chiedermi: è possibile risolvere il problema dell’ambiguità e dell’intraducibilità attraverso la messa in mostra della tensione competitiva tra traduttori? Sì, credo, se invece del solo testo di arrivo, la traduzione venisse considerata un genere letterario processuale, per cui c’è un modulo, un fisso eterno e il suo eterno variabile derivato. Se così fosse, la tensione competitiva sarebbe una delle letture possibili e più complete del testo tradotto.

 

Luoghi discutibili: fuck you up

 

Al v. 1 troviamo il verbo to fuck up. È un verbo frasale che ha come elemento portante il verbo to fuck, e unisce il significato di ‘rovinare/essere rovinati’ al turpiloquio. Benissimo: in italiano tre possibili rese attestate. La prima, da cui si desume persino la posizione diastratica dei traduttori, è nel campo semantico del disastro (Giunta-Simonetti: «Mamma e papà ti rovinano la vita»; Cornacchia: «Ti distruggono, i tuoi genitori»); la seconda è “fottere” (Testa: «Mamma e papà ti fottono»; in coda Alvino e Ibello); la terza è “inculare” (Marra: «Ti inculano, tua mamma e tuo papà»). In una lettera del 1981, Larkin scrive:

 

[…] these words are part of the palette. You use them when you want to shock. I don’t think I’ve ever shocked for the sake of shocking. “They fuck you up” is funny because it’s ambiguous. Parents bring about your conception and also bugger you up once you are born”.

 

In sostanza il verso è divertente perché è ambiguo. Il “fottere” in italiano ha quasi del tutto perduto il significato originario sessuale, mentre “inculare” lo mantiene, pur con una violenza forse ingiustificata. Il significato emerge dalla competizione dei tre termini, in una sintesi a-sintetica molto interessante.

Altri esempi: al v. 3 Larkin parla di faults, letteralmente “colpe” (Testa: «Ti riempiono di tutte le colpe che hanno», Marra – Testa senza “tutte” – e Alvino: «Prima ti addossano le colpe loro»); “difetti” («Prima ti riempiono dei difetti che hanno loro»), ma anche guasti, quindi “errori” (Cornacchia). Nella genealogia del male che sta tracciando, io difenderei l’idea della colpa, biblica quasi. Però, geneticamente, i figli ereditano i difetti; psicologicamente gli errori. L’inglese mantiene la polisemia laddove l’italiano deve scomporsi. Niente di perduto: ancora nella diffrazione il significato originario. (Scrivo adesso che questo punto non è una svalutazione della prova traduttoria, ma una sua valorizzazione sociale e dialogica, appunto competitiva).

 

Luoghi intraducibili

 

L’intraducibilità del composto soppy-stern è pacifica a prima lettura. Nessuno può comprendere il termine senza l’ausilio di un vocabolario. Alvino traduce alla lettera, con “sdolcinati-autoritari”; Testa e Giunta-Simonetti con “moine”, che riguarda solo il primo dei due termini; Cornacchia con “falsa stima”, che è decisamente interessante (Ibello con “poltrire”. Se sommiamo alla traduzione di faults con “meschinità” è quasi d’obbligo sottolineare qualche vero e proprio errore). Io con “amore-odio”. Il problema è: come mantenere l’idea del neologismo, del composto, e al contempo l’ossimoro? L’intraducibilità è servita e al lettore che guardi alla traduzione come processo lo scarto potrebbe apparire enorme, da generare un’aporia. Tutti i significati però se competitivi suggeriscono un addensamento, suggeriscono per assenza quella presenza. Insomma, la risposta insufficiente alla difficoltà incrementa la difficoltà stessa, quasi valorizzandola.

I due versi dell’ultima quartina (non a caso nella copertina Einaudi) sono altrettanto intraducibili, seppur in modo differente:

 

Man hands on misery to man.

It deepens like a coastal shelf.

 

Testa è costretto a un allungamento didascalico che è un po’, in realtà, la cifra del suo modus operandi:

 

L’uomo passa all’uomo la pena.

Che si fa sempre più profonda, come una piega costiera.

 

Similmente, senza allungamento, Giunta-Simonetti:

 

L’infelicità passa di mano in mano.

Sempre più a fondo, come una scogliera.

 

E Alvino:

 

All’uomo passa l’uomo la miseria.

Erta e scoscesa come una scogliera.

 

E Cornacchia, che però trova una bella assonanza fondale-figliare al posto di shelf-self, quando la maggior parte sovverte l’ordine rimico per un più facile tuoi-suoi:

 

La miseria passa da uomo a uomo.

Progredisce come fa il fondale.

 

E Ibello:

 

L’uomo cede all’uomo la disperazione.

Sprofonda come una piega costiera.      

 

Io traduco cambiando la metafora, con addomesticamento probabilmente. Le pieghe costiere di cui parla Larkin, se non mi faccio prendere dall’esotismo mediatico, sono quelle coste frastagliate a picco tipiche dell’isola. Non ci appartengono, perciò:

 

Di mano in mano passa la pena.

Si assesta nell’uomo come una faglia.

 

Se l’evento tellurico è molto frequente nella nostra storia e in qualche modo ha significato, fin da Dante e Petrarca, qualcosa di universale, verso l’inspiegabilità di Bene e Male.

 

Insoddisfazione del traduttore

 

Mi piace citare Luciano Bianciardi, da La vita agra: «si è detto finora di lavoro artigianale, e va invece ricordato che tradurre è oltre tutto una fatica fisica e psicologica da sterratore […] I “movimenti di terra” il traduttore li fa con la vanga e la barella». Perché presta la “materialità” giusta alla tensione competitiva. Più collaborativa (dicevo sociale, dialogica). Insomma, impossibile essere soddisfatti della traduzione di questi versi di Larkin, soprattutto se pensiamo a quella memorabilità, a quella cantabilità che inevitabilmente perdono o si banalizzano nel processo, soprattutto se considerato lavoro di “omissione” dell’originale da un lato e dall’altro di dipendenza. Antigrafo e copia trasformandosi in antecedente e parodia possono valorizzarsi nel legame, come forma letteraria di secondo grado. Parodia cioè traduzione quindi Critica, alla fine eresia? Forse, a sentire George Steiner di Vere presenze (Garzanti, 1986):

 

l’eresia può essere definita come una ‘ri-lettura infinita’ e una rivalutazione. L’eresia rifiuta l’esegesi definitiva. Nessun testo è ne varietur. L’eretico è colui che discorre senza fine. Le sue re-interpretazioni e revisioni, le sue traduzioni nuove, persino quando professano per motivi strategici un ritorno alla fonte autentica, persino quando affermano che la comprensione del testo primario verrà resa più chiara e più pertinente ai bisogni di un mondo instabile, generano un’ermeneutica aperta, dispersiva.

 

Traduzione di Enrico Testa

 

Sia questo il verso

Mamma e papà ti fottono.

Magari non lo fanno apposta, ma lo fanno.

Ti riempiono di tutte le colpe che hanno

e ne aggiungono qualcuna in più, giusto per te.

 

Ma sono stati fottuti a loro volta

da imbecilli con cappello e cappotto all’antica,

che per metà del tempo facevano moine

e per l’altra metà si prendevano alla gola.

 

L’uomo passa all’uomo la pena.

Che si fa sempre più profonda, come una piega costiera.

Togliti dai piedi, dunque, prima che puoi

e non avere bambini tuoi.

 

 

Traduzione di Claudio Giunta e Gianluigi Simonetti

 

Sia questo il verso

Mamma e papà ti rovinano la vita.

Non vorrebbero, magari, ma lo fanno.

Prima ti riempiono dei difetti che hanno loro,

poi ne inventano altri, per te solo.

 

Ma loro stessi sono stati rovinati

da imbecilli con cappotti e cappelli fuori moda

che passavano metà del tempo a far moine

e l’altra metà cercando di strozzarsi.

 

L’infelicità passa di mano in mano.

Sempre più a fondo, come una scogliera.

Tu togliti dai piedi appena puoi,

e non mettere al mondo dei bambini.

 

 

Traduzione di Luca Alvino

 

Questo sia il verso

Mamma e papà ti fottono. Magari

non intendono farlo, ma lo fanno.

Prima ti addossano le colpe loro

e dopo qualcun’altra per te solo.

 

Ma son stati fottuti a loro volta

da idioti con cappelli e con cappotti

fuori moda, che per metà del tempo

erano sdolcinati-autoritari

e dopo si afferravano alla gola.

 

All’uomo passa l’uomo la miseria.

Erta e scoscesa come una scogliera.

Tu togliti di mezzo appena puoi,

e non dare alla luce figli tuoi.

 

 

Traduzione di Giuseppe Cornacchia

 

Sia Questo Il Verso

Ti distruggono, i tuoi genitori.

Potrebbero non volerlo, eppure.

Ti modellano sui loro errori

e di altri ti caricano pure.

 

Ma loro furono distrutti prima

da sciocchi intabarrati coi cappelli,

che meta’ tempo era falsa stima

e meta’ si tiravano i capelli.

 

La miseria passa da uomo a uomo.

Progredisce come fa il fondale.

D’uscir di casa trova svelto il modo

ed evita tu stesso di figliare.

 

 

Traduzione di Giovanni Ibello

 

Sia questo il verso

Mamma e papà ti fottono.

Magari non vogliono farlo, ma tant’è.

Ti trasmettono le loro antiche meschinità

E aggiungono qualche extra, solo per te.

 

Però anche loro sono stati fottuti

Da alienati con cappelli e cappotti fuori moda,

Che passavano metà del tempo a poltrire

E l’altra metà a ghermirsi la gola.

 

L’uomo cede all’uomo la disperazione.

Sprofonda come una piega costiera.

Quindi sbrigati a levarti da mezzo,

E non mettere al mondo alcun figlio.

 

Traduzione di Demetrio Marra

 

Questo sia il verso

Ti inculano, tua mamma e tuo papà.

Forse non vogliono, ma lo fanno.

Ti riempiono delle colpe che hanno

e aggiungono un extra, solo per te.

 

Ma sono stati inculati anche loro

da idioti con cappelli fuori moda

per la metà del tempo amore-odio

e per l’altra metà mani alla gola.

 

Di mano in mano passa la pena.

Si assesta nell’uomo come una faglia.

Fatti da parte prima che puoi

e non avere bambini tuoi.

 

 

Immagine: Statue of poet Philip Larkin at Hull Paragon station

 

Crediti immagine: VanuitVoorburg, CC BY-SA 3.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0>, attraverso Wikimedia Commo 


© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0