19 luglio 2008

Vittorini, il «furore» dell'oracolo

Elio Vittorini (nato cent’anni fa a Siracusa, morto a Milano nel 1966) è ricordato soprattutto come l’intellettuale di fervido ingegno e orgogliosa autonomia di giudizio che nel secondo dopoguerra animò il dibattito culturale e politico (famosa la sua polemica con Palmiro Togliatti, segretario del Partito Comunista Italiano), creò riviste battagliere e prestigiose («Il Politecnico»), collane editoriali che oggi diremmo di tendenza («Il Menabò» per l’Einaudi, «Nuovi scrittori stranieri» per Mondadori) e tenne a balia un’intera generazione (un nome per tutti: Italo Calvino). Vittorini, però, fu anche scrittore di rilievo. Conversazione in Sicilia, il suo capolavoro, «conserva quel pathos intatto, clandestino, cifrato, gergale» (Edoardo Sanguineti). Il romanzo fu pubblicato nel biennio 1938-39, a puntate, sulla rivista «Letteratura»; col titolo Nome e lacrime, per non dispiacere alla censura, uscì nel 1941 in volume presso l’editore Parenti di Firenze; verso la fine dell’anno, col titolo "vero" e definitivo, fu edito da Bompiani. L’ex «fascista di sinistra», già sognatore, come altri giovani intellettuali del tempo, di un inveramento rivoluzionario del fascismo, di fronte alle tragedie della guerra di Abissinia e di Spagna apre gli occhi, esce dal partito, tenta di espatriare, diventa antifascista, cerca di trasfondere sulla carta i suoi dolorosi «astratti furori» «per il genere umano perduto» (due citazioni persino ovvie dalla prima, esemplare, pagina del romanzo). Quale strada prende, per narrare certe cose, dentro quell’Italia fascista di angusta cultura, più provinciale che nazionalistica, che gli poterà le pagine più impegnate d’introduzione all’antologia Americana (1942), vento libero che spazzò il cortile di casa con le voci ariose di Melville, Hawthorne, Poe, Anderson, Faulkner, Hemingway, Fante…, rese in italiano da alcuni dei nostri migliori, Piovene, Pavese, Moravia, Montale, Gadda Conti, Ferrata, lo stesso Vittorini?

 

Come parlare profeticamente

 

Maria Luisa Altieri Biagi ha notato come il Vittorini prima di Conversazione in Sicilia si ritrovi riassunto in quello della Conversazione: 1. La parola simbolica deve qualcosa al Vittorini rondesco e solariano, sottratta com’è al «commercio plebeo e "strapaesano"»; 2. La completa scoloritura delle suggestioni «"becere"» e «"selvagge"» è alla base della lirizzazione del dettato narrativo; 3. Il "profetismo" dei toni del romanzo è radicato nell’energia oracolare dell’intellettuale agguerrito, impegnato nella scrittura giornalistico-politica. Quando decide di narrare i suoi «astratti furori», Vittorini si affida a «una lingua "profetica", ripetitiva, a suo modo solenne nella propria fissità ossessiva» (Vittorio Coletti), per raccontare il ritorno nella natìa Sicilia di un io narrante, «grado zero dell’eroe» (Edoardo Sanguineti), che quella terra trasforma in emblematica «sintesi e simbolo della storia degli uomini» (Giuseppe Petronio): «Io pensai alle notti di mio nonno, le notti di mio padre, e le notti di Noè, le notti dell’uomo ignudo nel vino e inerme, umiliato, meno uomo d’un fanciullo o d’un morto». Questo Vittorini, «ignorando […] dantescamente il protagonista, può farne simbolo senza sforzo», come aveva già notato Cesare Pavese, e senza apparente sforzo può generare la struttura di fabulazione mitizzante e avviare il moto di regressione della memoria, alleati nell’apertura di una dimensione quasi fiabesca di conversione istantanea e permanente in «perpetuo presente di quel passato remoto» (Edoardo Sanguineti). Ebbene, se il viaggio in Sicilia è un viaggio tra emblemi, simboli e allegorie, non rischia il moto memoriale regressivo di rimpiccinirsi in ritorno consolatorio nel ventre materno? No. Non v’è rassicurazione. Non v’è consolazione. Il ricordo si risolve in domanda, inquieta e solo apparentemente sommessa, in realtà forte e dubitante come quella di Giona; forse, più disperata ancora di questa, perché impigliata nei roveti della nuda storia degli umani.

 

Nella foresta delle ripetizioni

 

Il protagonista è indotto a compiere il suo viaggio di ritorno in Sicilia da un manifesto turistico e dalla lettera in cui il padre gli annuncia di aver abbandonato la moglie per mettersi con una donna più giovane. Il viaggio per la Sicilia e in Sicilia (tre giorni e tre notti) si trasforma subito in un viaggio nel passato. C’è l’incontro con la madre, con la famiglia, con una galleria di prossimi, in due parole, con uno spaccato di Sicilia che non è soltanto la Sicilia, quanto il simbolo di ogni paese di vinti, umili e umiliati, dove le isolate tensioni alla ribellione sono feroci ma inani, mentre il fatalismo e la rassegnazione dolente, pur se dignitosi, non aprono ad alcuna speranza. Il pregio del romanzo è di strutturarsi in una tesa «orizzontalità fieramente monocorde», spezzata in brevi capitoli, perlopiù innervati da dialoghi di ieratica teatralità, in cui «ogni capitolo si pone, idealmente e di fatto, come il luogo di una domanda, si svolge con rito interrogante, catechistico» (citazioni da Sanguineti). Senza una sola concessione linguistica alla sicilianità, Vittorini si allinea con Pavese, Moravia, Pratolini nel tracciare la strada di un «italiano medio e uniforme, ma anche ricco e variato, che elude gli effetti gergali e che riassorbe proficuamente nei suoi piani le varietà dialettali» (Enrico Testa). La forte personalità del suo stile sta altrove. Pier Vincendo Mengaldo nota nella Conversazione «l’assoluta normalità, medio-alta, del lessico […] e tuttavia l’altissimo grado di espressività, che dunque è affidata agli effetti del ritmo e dell’apparato sintattico-retorico». Vittorini è «un lirico, non un narratore in senso stretto», e il lavoro su singole parole e cellule di frasi è lavoro di ripetizioni, variazioni minimalistiche, ripercussioni a breve distanza ed echeggiamenti lontani ma riconoscibili di singole unità lessicali e di metameri più lunghi, con effetto di ipnosi e dilatazione del detto ad «allusione magica» (Gianfranco Contini) e rimbombo mantrico in un abisso profondo in cui vanno a risuonare i frammenti di «lessico ritornante e cadenzato» (Altieri Biagi), tutti insieme innalzati a «foresta di ripetizioni» (Mengaldo).

 

Il vino ignudo

 

In questo modo la fissità ossessiva delle ripetizioni (anafore, epifore, anadiplosi, poliptoti), la staticità e la circolarità predominanti, la struttura antifonaria dei dialoghi che rimandano da un personaggio all’altro ricami e variazioni intorno a spezzoni ripetuti («E l’uomo Ezechiele: "Ognuno soffre per se stesso, eppure…" E l’arrotino: "Eppure non vi sono né coltelli né forbici, non vi è mai nulla…" E l’uomo Ezechiele: "Nulla, nessuno sa nulla, nessuno si accorge di nulla…"»), i fiabeschi e simbolici nomi parlanti dei personaggi (l’uomo Ezechiele, l’uomo Porfirio, Coi baffi e Senza baffi, il Gran Lombardo) individuano nel viaggio le stazioni di una lauda drammatica, all’interno delle quali si accendono nuclei emblematici di senso. Di seguito, ecco una breve esemplificazione. Il tema del vino si dilata a simbolo di collettivo rifugio anestetico: (capitoli XXVIII e XXIX; riprendo la sintesi operata da Maria Luisa Altieri Biagi in La lingua italiana, con Giacomo Devoto, Eri, Torino 1979, p. 258):

… Vino… Ecco il vino… e dal suolo, dai muri, dall’oscura volta sgorgava odore secolare di vino accumulato sul vino. Tutto il passato del vino nell’uomo era presente intorno a noi… versò vino… e sotto la volta cupa non vi era che il vino ignudo attraverso i secoli, e uomini ignudi in tutto il passato del vino, tanfo nudo di vino, nudità del vino… anche lui era ignudo nella nudità del vino, era il nano delle miniere di vino… erano mestamente ignudi nella matrice di nudità del vino… gridò l’impudico nano del vino… stavano insieme nel nudo sepolcro del vino… egli troneggiava in quel sottoterra del vino… abitava in quella sua conquista oltremondana, nel vino… non osavo più inoltrarmi nella squallida nudità senza terra del vino… non potevo berlo… sentivo che non era una cosa viva spremuta dall’estate e dalla terra, ma triste, triste cosa fantasma spremuta dalle caverne dei secoli… Generazioni e generazioni avevano bevuto, avevano versato il loro dolore nel vino, cercato nel vino la nudità, e una generazione bevevo dall’altra, dalla nudità di squallido vino delle altre passate, e da tutto il dolore versato… E giacque nella matrice del vino, e fu ignudo in beato sonno… fu il ridente addormentato antico che dorme attraverso i secoli dell’uomo, padre Noè del vino… non era in questo che avrei voluto credere…


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