30 luglio 2021

Il “Dante comunista” di Carmelo Bene

In ricordo della strage alla Stazione di Bologna

 

«Mi scuso per il vento che ha turbato questa dizione e ricordo agli astanti che ho dedicato questa mia serata, da ferito a morte non ai morti, ma ai feriti dell’orrenda strage» (Maenza 2007:76).

 

L’antefatto

 

Rino Maenza (produttore e amico di Carmelo Bene) ci informa che l’idea della Lectura Dantis per l’anniversario della Strage di Bologna nacque nel febbraio del 1981 durante una cena nel ristorante “da Rodrigo” tra l’attore pugliese e il sindaco di Bologna, Renato Zangheri. Numerose polemiche precedettero e seguirono l’avvenimento celebrativo: Federico Bendinelli (capogruppo della DC) non si espresse a favore della performance di Carmelo Bene che apostrofò “pagliaccio ed istrione”; il craxiano Massimo Pini (membro del consiglio d’amministrazione Rai) respinse la proposta di una diretta televisiva della Lectura Dantis in eurovisione. Vittorio Monti, sul «Corriere della Sera», scrisse che «il Dante dalla torre non va in onda né in mondovisione, né in eurovisione e nemmeno sulla terza rete, che non si nega mai a nessuno» (Monti 1981). L’attore replicò asserendo che il suo spettacolo era stato sottoposto (quasi un ritorno ai tempi di Scelba) a una vera e propria censura e, in un’intervista per «l’Espresso» concessa a Mario Scialoja, affermò la sua estraneità agli affari di politica, con parole molto forti.

Le polemiche si spostarono poi sul fronte del cachet, ritenuto esoso, ma tutte queste vicende non frenarono l’attore che precisò la sua presenza gratuita (la somma stanziata servì  per il noleggio delle attrezzature) e definirà il Dante “comunista”, «come uno dei più infernali casini del dopoguerra ma anche il più grande, irripetibile evento della mia vita» (Bene- Dotto 2005: 242).

 

31 luglio 1981: la notte di Carmelo Bene

 

Eccoci giunti alla sera del 31 luglio: «più che una faccia, era una luce. Dal fondo di via Rizzoli si vedeva solo un tondo illuminato» (Meletti 2010). Carmelo Bene sale su una scaletta da pompiere e salutato da una fittotramata folla in devozione (come lui stesso racconterà in Sono apparso alla Madonna) si sistema in cima alla Torre degli Asinelli. Si pone dietro al leggio illuminato. «È un capolavoro di scenografia, l’antica gloria dei palazzi usata come quinte e sipari inondati di luce violetta» (Goldoni 1981). Sotto, ad ascoltarlo, una marea di gente, come fosse un concerto rock. Chiede a Lydia Mancinelli (compagna di scena e di vita) di tenergli ferme le caviglie per tutto il tempo della lettura perché soffre di vertigini. Le luci man mano si attenuano per dare luce solo al volto. Una fiumana di persone in silenzio, «l’intero centro di Bologna, come caduto in trance, sembrava non muoversi neppure, quasi temesse di poter rompere l’incanto» (Maenza 2005:75).

Significativa la scelta dei canti; anziché canti provocatori come ci si aspettava, riecheggiarono versi dal canto V, XXVI e XXXIII dell’Inferno, dal VI e dall’VIII del Purgatorio, dal XXIII, XXVII e VII del Paradiso, due sonetti Guido, i’ vorrei che tu e Lapo ed io dalle Rime e Tanto gentile e onesta pare dalla Vita Nova. Si ascolta il Dante letto e studiato nelle scuole attraverso la Voce unica e drammatica di Carmelo Bene che penetra nella parte più intima e buia delle parole per rivelarne l’arcano.

Come un “muezzin” sul minareto, Carmelo Bene recitò senza essere visto: solo la Voce e la sua eco, attraverso la potente amplificazione, tuonarono dalla Torre degli Asinelli. «Era così in alto da poter generare finalmente e plasticamente la somma fra l’invisibile e l’inaudito, dando suono musicale e senso vitale ai versi più alti del patrimonio letterario italiano e mondiale» (Giacchè 2003:158). L’attore cadenza il tempo della recitazione e del suo “cantare il verso”, altera il moto ritmico dato dalla successione delle terzine dantesche e consegna all’ascoltatore un fluire mutevole perché imposto dal contenuto del canto: quando apostrofa nell’invettiva il tono diviene prorompente, si fa dolce nel canto d’amore trasformandosi in celestiale quando si mette in ascolto dell’Altrove.

Varie intonazioni, inflessioni e “crescendo” vocali sulla base dei versi che dal buio cupo infernale giungono al chiarore dell’amore paradisiaco e ci fanno entrare «nell’anatomia dell’occhio dantesco» (Mandel’štam 2003: 97), creando suggestioni foniche capaci di descrivere magistralmente la fenomenologia relativa alla “musica” della Commedia. «Con i suoi accenti di tenebra e di diamante, Bene ha calato i versi danteschi nell’onda liquida e densa della sua straordinaria gamma timbrica. La sua voce, scorporata e quasi fantasmatica, rimane il segno più netto, quasi inquietante, della serata» (Palazzi 1981). Ed è proprio quella Voce la vis creatrice che trasforma il testo in una performance musicale, nella quale germinano sonorità uniche e idonee sia alla voce musicale sia alla recitazione vera e propria.

Salvatore Sciarrino è l’autore delle Musiche per “Lectura Dantis”, mentre a David Bellugi il compito di eseguirle con flauti, cromorni, dulciana e cornamusa (su nastro registrato). Sono «sfondi sonori continui ma cangianti su cui aleggiano brani medievali» (Angius 2002: 50), frammenti musicali dal sapore antico che producono suggestioni sonore fra la recitazione di un canto e l’altro, evocando mondi altri.

Un applauso lungo accompagnò la Lectura Dantis di Bologna: la Voce volle compiere un viaggio insieme a Dante, dalle disperate grida dell’Inferno alla dolce sinfonia di Paradiso.

 

I versi di Dante consegnati alla Voce

 

La Lectura Dantis si apre con Ed elli a me (v.76) dal V canto dell’Inferno: momento in cui i lamenti dei dannati e il rumore della bufera infernale si indeboliscono. L’atmosfera cambia e diviene malinconica quando appare la similitudine delle colombe dal disio chiamate/ con l'ali alzate (vv.83-84), Carmelo Bene evidenzia la dolcezza di Francesca esitando sulla parola amor (ripetuta in apertura di terzina per tre volte) e recita amor, ch’ha nullo amato amar perdona (v.103), riempiendolo di un corto eloquente silenzio. La Voce si fa dura quando è responsabile di morte, Amor condusse noi ad una morte (v.106) e quando è vivificata dalla passione, la bocca mi baciò tutto tremante (v.136). Il registro vocale spazia dal grave all’acuto (Galeotto fu il libro e chi lo scrisse/ quel giorno più non vi leggemmo avante, vv.137-138) e si mescola al pianto triste di Paolo; l’attore (vv. 139-141), all’interno della sua cavità orale, fa risuonare la consonante “m” di mentre, men, com’io morisse (vv.139 e 141) e «indaga il tempo della commozione, scandito non dalla voce, bensì dalle pause e dai silenzi» (Caputo 2015: 267) Suggestiva la lettura del verso finale, e caddi come corpo morte cade (v.142): i movimenti del corpo sono essi stessi suono, voce; «l’allitterazione dei grafemi che si mutano in fonemi ca, co, co, ca invia e fa sentire all’ascoltatore, in quanto gesto sonoro, l’immagine mentale ben precisa di un corpo svenuto che cade» (Epifani 2021:227). Passiamo al canto XXVI, la lettura inizia da Poi che la fiamma fu venuta quivi (v. 76), avanza con un crescendo vocale fino a fatti non foste a viver come bruti, /ma per seguir virtute e conoscenza (vv.118-119), “vortici” sonori inattesi di Ulisse, per posarsi su un suono somigliante ad un urlo disperato su e la prora a ire in giù (v. 141). Il silenzio prepara com’altrui piacque e la Voce diviene un'altra volta gesto e movimento, chiudendosi in sé stessa dopo aver esitato sulla consonante m di mar dell’ultimo verso.

Ugolino della Gherardesca occupa il canto XXXIII. Carmelo Bene ha la capacità e forza di farci vedere la bocca insanguinata, la bocca sollevò dal fiero pasto (v.1), articolando sillabicamente la parola bocca e evidenziando l’atto cruento di una bocca voracemente attaccata alla testa, un cranio sfregiato dal morso usando su che furo a l’osso, come d’un can, forti (v.78) un suono spregevole e sottolineato da una espressa sequenza allitterativa. Infatti, il martirio «antropofagico di Ugolino si scioglie con lentezza, gravato dall’incombere dei suoni cupi, in una sonorità che da ottica si fa sonora, in un brancicare che non è del personaggio, quanto di certe vocali (le u, ad esempio), che sembrano cercarsi a stento» (Davico Bonino 1982).

Siamo nel VI canto del Purgatorio: Dante e Virgilio incontrano Sordello. O Mantoano, io son Sordello (v. 74) segna l’inizio dell’apostrofe all’Italia. La Voce, dal tono già crudele su Ahi serva Italia, man mano si rafforza per preparare l’urlo su sovra il sangue. Il ritmo è sempre più incalzante e si blocca sfinito su Fiorenza mia. Ancora Purgatorio, canto VIII: l’ora che volge al desio, momento della giornata che infiamma di nostalgia il navigante all’atto della partenza. I versi nella lettura di Carmelo Bene, anzi le immagini dantesche e il suono vocale, si fondono e ci fanno capire cosa accade intorno. Il procedere lento della Voce ci conduce alla fine per immergersi nel sintagma si confonda.

La Voce, nel cantare il Paradiso, riferisce quanto accade come se prendesse le distanze dal testo per non voler frantumare l’aria di leggerezza che pervade questa Cantica. Un tenue voluto sussulto vocale su Oh Bëatrice (XXIII, v. 34), potrebbe forse voler segnalare emozione o intenerimento legato allo “stato di uomo”. Ma la Voce si stacca dal gravame della “terrestrità” per farsi imprendibile come l’aria quando deve riferire dei cieli oltremondani catturando pause di silenzio su figurando il paradiso (v. 61) o indugiando su tutto mi ristrinse l’animo (vv.89-90). E quando l’arcangelo Gabriele (vv. 88-111) celebra, con una circulata melodia, il trionfo di Maria, la voce ci rimanda la meraviglia degli occhi e lo svelamento “degli orecchi”.

Ci troviamo ora nel canto XXVII: Carmelo Bene divide la lettura in due parti. Per rimarcare la dimensione altra usa una dolce pausa-respiro su un riso de l’universo (vv.4-5), mentre su Quelli ch’usurpa in terra il luogo mio, / il luogo mio, il luogo mio (vv. 22-23) adotta una lettura dalle sonorità aspri e penetranti: è San Pietro che parla. Sono suoni «quasi aspirati, severi, aspri e duri in vaca, cloaca e puzza a cui destina lo stesso sviluppo vocale che marca la dissonanza, la disarmonia non consona al luogo celeste» (Epifani 2021:229). Si ritorna alla dolcezza; ancora un guizzo vocale per tradurre in suono la ripetizione dura di paschi, Guaschi, caschi. E quando San Pietro conclude, rivolgendosi a Dante (vv.64-66), Carmelo Bene accresce il contenuto delle parole usando pause volontariamente ricercate, delicatezza nell’ emissione vocale che rimandano alle immagini poetiche “cantate”.

Giustiniano che magnifica Dio (Osanna, sanctus Deus sabaòth v.1) apre il canto VII che prosegue con versi di grande bellezza, pur per Be e per ice (v. 14); la lettura semisillabica e divisa da pause rapide si calma e si “sfarina” in mi richinava come l’uom ch’assonna (v.15). La Voce, scendendo in un registro vocale più grave rispetto all’inizio del canto, conclude la sua orazione funebre per i defunti della Strage di Bologna, ritornando a vivere per il bis, Guido, i’ vorrei che tu e Lapo ed io dalle Rime e Tanto gentile e onesta pare dalla Vita Nova.

 

Atto politico [… ] Non più spettacolo

 

Il buio avvolge la torre e decreta la fine della serata: sono le 23.05. Federico Bendinelli, l’acceso oppositore della venuta a Bologna dell’attore, lo raggiunse sulla torre per porgergli le scuse, complimentarsi e forse anche tentare una riappacificazione. «C’è molto vento questa sera: stia attento» dice l’attore a Bendinelli «che non le capiti di cadere giù dalla torre» (Maenza 2007:87).

I diversi supporti elettronici messi a disposizione permisero alla Voce di raggiungere tutti gli ascoltatori che furono stregati da quella interpretazione che «va al di là del significato dei versi, liberandoli dal vincolo della comunicazione e superando la rappresentazione a loro assegnata nel corso dei secoli» (Epifani 2021:236). Nella Lectura Dantis di Bologna il suono “signoreggia” sul senso del verso, sacrificando l’invettiva politico-morale e la struttura filosofico-teologica della Divina Commedia a favore della sonorità. «Carmelo ricreava il testo attraverso la musicalità: Carmelo non era solo una voce recitante, ma una «Voce Concertante». (Maenza 2018). L’attore aveva ricoperto di tessuto sonoro i canti di Dante che accarezzarono la folla silenziosa, «non era più spettacolo, non era recita, non era soliloquio di attore: ma atto politico e, per dirla con Carmelo Bene, lezione di cultura» (Maenza 2007:77).

La Lectura Dantis di Bologna non fu l’ultima; successivamente Bene fu invitato a riproporre lo spettacolo in altre celebrazioni. Nel 2001 a Otranto, all’interno della rassegna “Otranto Musica”, la storia si ripete e, questa volta, fu la Curia arcivescovile a negare (con una lettera indirizzata a Raffaele Fitto – allora presidente della Regione – e a Francesco Bruni, sindaco della cittadina), l’ambientazione della lettura del XXIII canto del Paradiso nella Cattedrale, al termine di un percorso che sarebbe dovuto partire nel fossato del castello aragonese.

Carmelo Bene non rilascia interviste, fa una semplice comunicazione della variazione del programma; dirà semplicemente «me l'hanno censurata. Null'altro è da aggiungere» (Di Giacomo 2001). Stabilisce di ambientare nel fossato del castello di Otranto, la sua Lectura Dantis. Sarà la sua ultima apparizione.

Ancora una volta l’ascoltatore si abbandona all’ascolto e afferra quel piacere irripetibile che fuoriesce dall’opera.

Ancora una volta la Voce trova un aggiustamento sui diversi canti recitati, viaggiando dai registri più amari e duri a quelli più dolci e morbidi.

Ma nel fossato del castello questa volta la Voce risuonò diversa dalle altre volte. Una malattia feroce “sfregiò” la Voce, segno distintivo e congegno essenziale della sua arte.

Carmelo Bene lascerà questa terra il 16 marzo del 2002.

 

Suggerimenti di lettura

Le citazioni dantesche sono tratte per l’Inferno da L. Pietrobono (a cura di), La Divina Commedia, Torino, SEI, 1961, per il Purgatorio da V. Sermonti, Il Purgatorio di Dante, Milano, Rizzoli, 1994 e per il Paradiso da V. Sermonti, Il Paradiso di Dante, Milano, Rizzoli, 1994.

 

Nel testo sono citati V. Monti, Alla vigilia della recita, Bene polemizza su giovani e terrorismo, Corriere della Sera, 31 luglio 1981; M. Scialoja, Celebrazioni bolognesi - “La Merda”, poema di Carmelo Alighieri, «l’Espresso», 2 agosto 1981; L. Goldoni, Dante best-seller con il prof. Bene, «Corriere della Sera», 2 agosto 1981; R. Palazzi, Carmelo, una voce senza corpo attraverso mixer e amplificatori, «Corriere della Sera», 2 agosto 1981; G. Davico Bonino, Serata d’onore per Carmelo Bene con Dante diventato suono e luce, «La Stampa», 7 marzo 1982; A. Di Giacomo, Dante censurato. La Curia di Otranto boccia Carmelo Bene Nessuna motivazione ufficiale, solo una lettera al sindaco. Il maestro: ‘Tutti gli spettacoli saranno ad ingresso gratuito’, «La Repubblica», 26 agosto 2001; M. Angius, Sui poemi concentrici. Da Sciarrino a Dante (con un’apparizione di Carmelo Bene), in «Hortus Musicus,» III/12, 2002; O. Mandel’štam, Conversazione su Dante, Genova, Il Melangolo, 2003; P. Giacchè, Sono apparso alla Madonna, Milano, Bompiani, 2003; C. Bene - G. Dotto, Vita di Carmelo Bene, Milano, Bompiani, 2005; R. Maenza, Carmelo Bene legge Dante, Venezia, Marsilio, 2007; J. Meletti, La strage e l’orazione, «La Repubblica», 9 ottobre 2010; S. Caputo, Su Lectura Dantis (con un’apparizione di Sciarrino), in Dante e l’arte 2,  2015, consultabile all’indirizzo http://revistes.uab.cat/dea; R. Maenza, Il cinema creativo di Bene, «La Gazzetta del Mezzogiorno», 31 agosto 2018; M. A. Epifani, Carmelo Bene. La Lectura Dantis in ricordo delle vittime della strage alla Stazione di Bologna, Studi danteschi in Terra d'Otranto, in «L’Idomeneo», 31, Lecce, Università del Salento, 2021, pp. 221-238.

 

Immagine: Carmelo Bene, via Wikimedia Commons


© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0