24 settembre 2021

Dalla favola al romanzo

Gli scrittori che insegnano a leggere e scrivere selezionati da Italo Calvino

C’è una scena, nel film La meglio gioventù di Marco Tullio Giordana, in cui una professoressa (Adriana Asti) chiude un libro sulla cattedra, dando al gesto lo stesso significato di appendere le scarpe al chiodo. Quel libro è La lettura, un’antologia per la scuola media che uscì dalle tipografie della Zanichelli tra il 1969 e il 1972, in tre volumi impreziositi dalla firma di Italo Calvino. A marzo 2021 il testo in questione è rinato in una nuova veste: questa volta un volume unico, intitolato Dalla favola al romanzo. La letteratura raccontata da Italo Calvino, e ringiovanito dalle bellissime illustrazioni di Andrea Antinori. L’iniziativa editoriale è di Mondadori, a curarla è stata Nadia Terranova, scrittrice sensibile ai mondi della scuola e dell’infanzia (nonché ex-insegnante), a cui recentemente si deve anche il recupero di una favola “per bambini” firmata Gesualdo Bufalino.

 

Dalla Lettura di squadra al volume unico

 

Non capita a tutti i libri di fare un’apparizione sul grande schermo, e sono pochissimi i testi scolastici firmati dagli scrittori che si sottraggono al loro destino di rapido oblio e difficilissima reperibilità. In questo senso, La lettura è un libro doppiamente fortunato, che d’altra parte la Zanichelli annoverava già fra i suoi prodotti più famosi e studiati. Dei tre volumi che componevano quell’antologia per la scuola nata a ridosso del Sessantotto, Dalla favola al romanzo riproduce ora solo le sezioni di sicura attribuzione calviniana: e quindi introduzioni ai brani, brani di raccordo, note esplicative e commenti, che Luca Baranelli è riuscito a estrarre a seguito di attente ricerche d’archivio, come informa la nota all’edizione. Nonostante Calvino avesse lavorato alle parti da lui curate così intensamente da definirlo un «dannato lavoro» (Sofri, p. 44), La lettura era la fatica di una squadra. Nei primi mesi di ideazione dell’opera, fra i curatori c’era pure il linguista Tullio De Mauro. Alla fine, però, la firmarono solo Italo Calvino e Giambattista Salinari, studioso e preside, fratello del più celebre critico e accademico Carlo Salinari. Alla lettura collaborarono anche quattro donne: Isa Bézzera Violante, Mietta Penati, Melina Insolera e Maria D’Angiolini, tutte insegnanti.

 

Un’antologia per la skolé

 

La riedizione curata da Nadia Terranova valorizza una caratteristica fondamentale delle antologie d’autore, quella di farci conoscere lo scrittore nelle vesti di lettore e di promotore della lettura. Dalla favola al romanzo è un libro coloratissimo, un «paesaggio di letture e scritture» – come lo definisce giustamente Terranova – che si fa percorrere in qualsiasi direzione: sia in quella segnata dall’ordine delle sezioni, che in quella giocosa e senza bussola, ulteriormente stimolata dalle immagini di Antinori. Da questo punto di vista, la riedizione si mantiene fedele all’opera originaria: anche  La lettura era un’antologia che metteva al primo posto il piacere di leggere. La nota alla prima edizione, infatti, puntualizzava che gli autori avevano sì, sviluppato un discorso unitario, ma non volevano imporre alcuna camicia di forza al lettore, «perché l’antologia, per sua natura, non è un libro da leggersi tutto di seguito». In questo invito al divertimento c’era tutta l’idea calviniana che la scuola dovesse tornare alla sua radice etimologica di skolé e farsi – dice bene Terranova nell’Introduzione – «luogo (fisico e mentale) in cui l’apprendimento coincide con lo svago, addirittura con l’ozio, un ozio creativo che spinge alla festosità rigorosa dell’imparare».

Di certo La lettura era molto diversa da un'altra antologia d’autore per la scuola che usciva proprio nel 1969, Gli argomenti umani dello scrittore e insegnante Franco Fortini. Testi lontani non solo perché quest’ultimo era indirizzato al biennio della scuola superiore, mentre quello calviniano parlava alla scuola media, ma soprattutto perché Fortini anteponeva i doveri di insegnanti e intellettuali e l’urgenza delle questioni globali a qualsiasi piacere, rifiutando apertamente «rifugi o evasioni» (Fortini, 5). Di conseguenza,e a differenza di Calvino, non si faceva scrupoli a inserire «testi non strettamente letterari», pur di dar voce ai «movimenti internazionali di liberazione dei popoli» (Fortini, p. 6). La distanza fra i due prodotti per l’editoria scolastica era, perciò, figlia della diversità che intercorreva fra i due scrittori. Ciò non toglie che sia Calvino che Fortini abbiano interagito con quello strumento di divulgazione che è, appunto, il testo scolastico, «in nome di un’idea alta della letteratura» (Zinato, 2011, p. 375); e che Calvino riuscisse a parlare del mondo anche commentando una novella di Cechov: «Le ostriche. Il tema di questa novella è la fame» (p. 80).

 

Calvino e la didattica

 

Il rapporto di Calvino con la scuola fu problematico, tanto che si è parlato di «idillio dimezzato» (Giovannetti, 1993). Da una parte, Calvino vedeva in essa un’istituzione troppo spesso burocratica, sganciata dalla vita reale e incapace di fornire ai ragazzi strumenti concreti per affrontarla. D’altra parte, «era più volte intervenuto in favore della letteratura come educazione e di un attivo impegno per la diffusione della cultura, partecipando alle battaglie di Vittorini e altri sulla diffusione delle biblioteche popolari» (Sofri, p. 40). La predilezione di Calvino per il punto di vista infantile, il suo interesse per le fiabe, nonché quella fortuna scolastica che lo portò a curare personalmente edizioni ridotte (e auto-censurate) delle proprie opere (da Il barone rampante a Marcovaldo) sono segni tangibili della sua vicinanza alla sfera dell’educazione. Stando alla testimonianza di una delle insegnanti che collaborarono a La lettura, però, Calvino non si riconosceva alcuna predisposizione pedagogica (Bézzera Violante, 1993). Nonostante ciò, la sua maniera di raccontare agli studenti della scuola media i capolavori e gli autori della letteratura risulta, alla fine, di grande efficacia didattica.

Lo scrittore aveva sicuramente un requisito d’obbligo per ogni bravo docente, quello di «far sembrare il proprio bagaglio culturale non un tesoro inaccessibile ma materia viva e contagiosa» (Terranova, 2021). E per accorgersene, basta leggere qualcuno di quei piccoli capolavori di sintesi e chiarezza che sono i commenti all’opera italiana più citata di sempre in tema di letture obbligate e reazioni avverse: «don Abbondio teneva più alla sua pelle che al suo dovere di sacerdote; era diventato prete senza vocazione, solo per trovare una sistemazione tranquilla; e cercando di non aver fastidi, si metteva sempre dalla parte del più forte» (pp. 337). Così come in quella di Sciascia, anche in questa lettura di Calvino I promessi sposi sembrano più il romanzo di Don Abbondio che il romanzo della Provvidenza, e nella stessa sezione, lo scrittore aiutava gli studenti a smontare un’altra interpretazione fortunata, cioè quella che I viaggi di Gulliver fosse un romanzo per ragazzi: «Pochi scrittori al mondo hanno saputo rappresentare quanto può essere sgradevole e persino ripugnante una faccia umana (se non la guardiamo con simpatia, e Swift di simpatia non ce ne metteva affatto) [...], al contrario, il suo pessimismo arrivava fino alla misantropia» (p. 134). Stupisce che Calvino non spedisse sui banchi, nella sezione sul romanzo, il Leopardi delle Operette morali, quello che, a suo avviso possedeva le caratteristiche del romanzo moderno che mancavano a Manzoni: non solo la tensione avventurosa e la ricerca introspettiva, ma anche – e soprattutto – quella lingua «dei massimi effetti con i minimi mezzi, che è sempre stato il gran segreto della prosa narrativa» (Calvino, 1995, p. 1508).

 

«Pur sempre un libro di italiano»

 

Per quanto perseguisse l’ideale della skolé, La lettura era un testo a cui gli autori affidavano un chiaro scopo didattico, in dichiarata controtendenza rispetto ai prodotti dell’epoca: «recenti consuetudini – si leggeva nella nota alla prima edizione – hanno fatto dell’antologia per la scuola media una sorta di enciclopedia del sapere in pillole, pronta a mescolare Manzoni e Gagarin, Gianni Brera e Melville. Nell’aspirazione a tenere il passo degli argomenti culturali di moda, si è così perso uno degli scopi primari, se non il fondamentale, di un’antologia letteraria: quello di insegnare a leggere e scrivere, trattandosi pur sempre di un libro di italiano». Calvino, insomma, non voleva solo proporre un canone di autori e opere della letteratura sulla base delle proprie preferenze di lettore, ma si poneva un obiettivo preciso: insegnare a parlare e scrivere in lingua italiana con chiarezza ed esattezza. «Si è pensato che l’oggetto primo di questo libro non potesse essere altro che il linguaggio», scrivevano gli autori introducendo i tre volumi, e anche le alette del nuovo volume avvisano che «in questa antologia Calvino ci guida nel mondo del linguaggio e dei suoi significati», partendo proprio dagli animali parlanti delle fiabe, e passando in rassegna generi letterari e generi discorsivi.

La lettura, perciò, è un capitolo da aggiungere alle riflessioni calviniane sulla lingua italiana. In questa parte delle sue osservazioni linguistiche si ritrova tutto l’impegno dell’autore a lottare contro la vaghezza del linguaggio politico, contro l’inutilità di quello burocratico, e contro quella «peste» che gli sembrava avesse colpito l’umanità. La cifra di questo impegno è prima di tutto la guerra che, in sede di revisione, Calvino fece a tutte quelle note che, a suo avviso, complicavano invece di spiegare, chiedendone sistematicamente la modifica o la soppressione: «Per esempio, una nota come questa [...] stadera: bilancia in cui il peso dell’oggetto viene equilibrato con un metodo che tien conto di fondamentali leggi meccaniche. Non solo rende difficile una parola che fa parte del linguaggio e dell’esperienza popolari quotidiane ma è antieducativa perché sostituisce un termine preciso con concetti vaghi che non voglion dire nulla» (Sofri, p. 42).

Dalla favola al romanzo riproduce – poiché le scrisse Calvino – tutte le note ai brani di Boccaccio, probabilmente quelle in cui la riflessione linguistica si fa più profonda. Così, ad esempio nel punto in cui Calandrino chiede a Maso se ha mai visitato la terra dei Baschi e si sente rispondere «così una volta come mille», Calvino non si trattiene dall’illustrare come funziona il linguaggio truffaldino: «O mille o una volta, fa lo stesso. L’espressione è usata per impressionare lo sciocco, la cui attenzione è tanto presa da quelle meraviglie, che egli non s’accorge che l’indeterminatezza della risposta significa che Maso non c’è stato mai» (p. 46). I «leggiadri motti» della sesta giornata del Decameron antologizzati da Calvino sono quelli Chichibio e di Giotto. Nel primo caso, Calvino raggiunge l’apoteosi della sintesi. La storia da raccontare è «il dialogo tra la faccia tosta e l’ira trattenuta», la conclusione è la lingua come antidoto al potere: «il motto di spirito l’ha vinta sull’autorità, il padrone perdona il servo briccone ma arguto» (p. 58). La novella di Giotto, invece, diventa l’occasione di una nota diacronica sul valore sociolinguistico degli allocutivi: «A quei tempi gli artisti erano considerati di condizione sociale inferiore: Forese dà del tu a Giotto, Giotto risponde col voi» (p. 68).

L’ultima sezione dell’antologia, intitolata «Osservare e descrivere», è quella in cui «il maestro apre il suo laboratorio e mostra agli apprendisti come usare i ferri del mestiere» (Bèzzera Violante). Non soltanto perché due dei brani inseriti – il passo dal De rerum naturae di Lucrezio e l’aneddoto di Leonardo Il fuoco – verranno commentati anche nelle Lezioni americane per parlare di Leggerezza ed Esattezza. Ma anche perché,in essa, lo scrittore ribadisce la sua idea di scuola vicina alla vita reale e punta tanto sulle abilità linguistiche, quanto su quelle pratiche: per questo seleziona per gli studenti un passo dal Grande fiume dai due cuori di Hemingway che insegna «Come si pianta la tenda in un bosco» (p.512), e pagine dai Quattro libri di lettura di Tolstoj che insegnano «Come si sfoltiscono gli alberi» (p. 518). Sono queste le pagine in cui Calvino si ritrova più vicino alla scuola: «Descrivere un oggetto familiare può sembrare la cosa più facile del mondo. Provate invece a mettervi a guardare una cosa qualsiasi, un orologio, una bicicletta, o anche oggetti più semplici come un temperino, un paracqua [...] Insomma, descrivere semplici oggetti può essere un tema degno d’un grande scrittore» (p. 472).

 

 

Bibliografia

- I. Bézzera Violante, «La lettura»: Calvino e un’antologia per la scuola media inferiore, in Calvino & l’editoria, a cura di Luca Clerici e Bruno Falcetto, Milano, Marcos y Marcos, 1993, pp. 83-94.

- G. Bufalino, La favola del castello senza tempo, a cura di N. Terranova, Milano, Bompiani, 2020 (ed. or. Monte Cremasco, Cartedit, 1998).

- I. Calvino, G. Salinari, La lettura. Antologia per la scuola media, Bologna, Zanichelli, 1969.

- I. Calvino,Dalla favola al romanzo. La letteratura raccontata da Italo Calvino, a cura di N. Terranova, Milano, Bompiani, 2021.

- Id., Lezioni americane, Milano, Garzanti, 1988.

- Id., Mancata fortuna del romanzo italiano, in Id., Saggi, a cura di Mario Barenghi e Bruno Falcetto, Milano, Mondadori, 1995.

- M. A. Grignani, Italo Calvino, in Enciclopedia dell’italiano, Treccani, 2010, https://www.zanichelli.it/ricerca/prodotti/la-lettura-antologia-per-la-scuola-media-antologia-per-la-scuola-media?qid=&hl=&printPdf=1 [12/09/2021].

- F. Fortini, A. Vegezzi, Gli argomenti umani, Napoli, Morano, 1969.

- L. Sciascia, Goethe e Manzoni, in Cruciverba, Torino, Einaudi, 1983.

- G. Sofri, Italo Calvino e l’antologia la lettura, in Id., Del fare libri. Mezzo secolo da Zanichelli, Bologna, Zanichelli, 2013.

- E. Zinato, Fortini, Calvino e la verifica dell'editoria scolastica, in Autori, lettori e mercato nella modernità letteraria, Pisa, ETS, 2011.

 

 

Immagine: Gulliver a Brobdingnag in un dipinto di Richard Redgrave

 

Crediti immagine: Richard Redgrave, Public domain, via Wikimedia Commons


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