19 luglio 2008

Le parole visceralmente aristocratiche di Landolfi

Come ricorda Maurizio Dardano nel suo recente saggio Leggere i romanzi. Lingua e strutture testuali da Verga a Veronesi (Carocci, 2008), Geno Pampaloni seppe dare una definizione efficace di Tommaso Landolfi (Pico, Frosinone, 1908 - Roma, 1979), autore di cui si celebra quest’anno il centenario della nascita: «Un grandissimo scrittore che non ha mai rinunciato ad essere un grandissimo letterato». Opportunamente, lo stesso Dardano, dedicando un ricco e vasto capitolo a Landolfi, significativamente intitolato L’aristocratico distacco di Tommaso Landolfi, sottolinea che le relativamente poche analisi linguistiche dedicate all’opera di Landolfi si concentrano, oltre tutto, prevalentemente sull’aspetto lessicale; ma «è vero che le scelte lessicali di Landolfi hanno una funzione di primo piano nella sua ricerca di uno stile […] tuttavia tali scelte, per essere comprese a fondo, devono essere inserite nel contesto della lingua e dello stile dell’autore». Una lingua e uno stile che, a partire dal Dialogo dei massimi sistemi (1937), per finire con Del meno (1978), conoscono un processo di raffinato adeguamento della sintassi periodale, resa capace di snellirsi, imponendo ordine e procedimento razionale a strutture ricche, elaborate, piene di accessori, nelle quali si annida ad ogni snodo testuale l’ombra del grottesco, la festosamente progettata cupezza dell’eversione dell’ordine comune, etico ed estetico. La seconda fase della narrativa landolfiana piegherà la semplificazione concertante alla frammentarietà del diario "impossibile" in La bière du pecheur (1953), Rien va (1963) e Des mois (1967), con un passaggio ultimativo, dall’allegoria alla confessione, insieme fortemente voluto e arreso («non so ormai costruire neanche il più semplice racconto»).

 

Due zittelle con scimia

 

Nella produzione narrativa landolfiana del primo un posto di rilievo spetta al romanzo Le due zitelle (1943), che l’editore Bompiani pubblicò soltanto finita la guerra, nel 1946. Sintetizzare la storia ci serve soltanto a ricordare che l’autore, vincitore di un premio Strega (con A caso, nel 1975) e di due Viareggio (nel 1958, con Ottavio di Saint Vincent; nel 1977, con il volume di poesie Il tradimento), nonostante la stima di cui godette tra i letterati italiani, dai quali peraltro si tenne alquanto in disparte, camminò con questo romanzo – come con tutte le sue opere – i territori in Italia poco popolari del fantastico e del grottesco, facendo scoccare scintille tra ragione e istinti, inconscio e coscienza, sotto il controllo di una vigile ironia e aderendo per vocazione intima a una lingua ricercata e complessa. Basti dire che nel romanzo in questione più che le due zitelle del titolo (la forma zittella è variante antiquata, attestata per la prima volta in Michelangiolo Buonarroti il giovane, 1612) il protagonista è il cercopiteco, anzi, la scimia Tombo (anche scimia è forma antica: reperita per la prima volta nel dugentesco Novellino, fine del XIII secolo). Tombo, che è in proprietà delle due zitelle, va in giro di notte a mangiare le ostie e a profanare l’altare nella cappella del convento contermine alla magione delle due signore. Echi di Poe, suggestioni psicanalitiche e surrealiste, controversie teologiche, atmosfera da giallo si amalgamano sulla pagina in modo affatto originale, strutturati da «una sintassi culta, che si tende in apici lessicali, rarità e aulicismi, comunque indirizzati alla semantica dell'abbassamento e dell’eversione comica» (Marcello Carlino). In questo contesto, sarà possibile collocare la "difficoltà" di Landolfi, che, pur guidato – secondo Oreste Macrì – dal rovello di «una condanna ancestrale del retoricismo» e da un’«angoscia linguistica» tesa a filtrare dal setaccio della tradizione letteraria il lessico di più alta caratura espressiva, finisce con l’apparire, agli occhi del lettore contemporaneo, un «ottocentista eccentrico in ritardo» (Gianfranco Contini), impegnato nella disperata missione di conservare quella tradizione, pur avvertendone la fragilità. Lingua nel passato, sensibilità nel moderno, visione di oggetti narrativi grotteschi, illuminanti la realtà come fantasmagoria nichilistica: da qui il fascino e l’impervietà della scrittura (e della visione del mondo) di Landolfi, a tutt’oggi non tollerata da molti lettori. Per quanto riguarda le scelte lessicali caratterizzanti la lingua altamente letteraria di Landolfi, gli studiosi mettono in evidenza la forte propensione per le voci antiquate e, in subordine, per le voci toscane anche dell’uso parlato, a patto che siano mallevate dall’auctoritas degli autori sommi, grandi, minori o minimi: per Landolfi, il sigillo della tradizione letteraria è dunque criterio discriminante di accettazione. Va però sottolineato che l’attentissima operazione di prelievo è dettata non da un impegno volontaristico e libresco (come talvolta sembra autoironicamente voler far credere l’autore stesso) e non soltanto da una misura di poetica che fa corpo con la formazione culturale di Landolfi, che si svolse a Firenze, quando egli partecipò all’avventura di «Campo di Marte», la rivista principe dell’ermetismo italiano; ma anche da una propensione intima e viscerale a far lettera (e allegoria) della propria "carne" culturale.

 

Un esempio tutto toscano

 

In siffatto contesto, non ci sorprenderà, per esempio, l’affiorare di un toscanismo pretto come squarquoio dalle pagine del romanzo Le due zittelle. Una voce toscana, che perciò si meritò l’inclusione nel Vocabolario dell'uso toscano (1863) di Pietro Fanfani («‘sudicio, schifo’; ma più comunemente si dice di persona ‘vecchia e cascatoia’»); una voce ben presente nella tradizione letteraria, in opere di toscani o di autori non toscani inclini al preziosismo lessicale. Nel Vocabolario della lingua italiana Treccani il termine è corredato da tre brevi ed efficaci esempi d'autore: «Decrepito, cascante: un vecchio s., una vecchia s.; carnefice s. (D’Annunzio, con riferimento a Francesco Giuseppe); per estensione: gioventù s. (Giusti), invecchiata prima del tempo, infrollita, rammollita. Raro con riferimento a cose, a oggetti: di fianco al finestrone di destra un banco s. (Cicognani)». La Letteratura italiana Zanichelli (LIZ) permette di reperire altre attestazioni: la più antica nel cinquecentesco Francesco Berni; altre nel settecentesco Giambattista Casti e via via in Giovanni Faldella, Emilio Praga, D’Annunzio e Bruno Cicognani. Berni, Giusti e Cicognani sono toscani; Casti dimorò a Firenze; il piemontese Faldella è noto per la sua onnivora curiosità lessicale; Praga, milanese, scapigliato, adopera il lessicalmente eccentrico in funzione antiaccademica e antitradizionalista; D’Annunzio è un finissimo delibatore di ricercate squisitezze lessicali.

 

Personalfilologicodrammatica

 

È bene non dimenticare l’alta consapevolezza che Landolfi ebbe dei propri strumenti espressivi, stilistici e linguistici. Nel volume Le labrene (1974), Landolfi inscena una Conferenza personalfilologicodrammatica con implicazioni, che è una sorta di risentita replica – sotto le spoglie di una levigata ironia – alle accuse di alcuni critici letterari, i quali davano la lingua (dunque, certo lessico) di Landolfi chi per «inventata», chi per infarcita di «termini dialettali [...] delle parti di Pico» (Pico, in provincia di Frosinone, diede i natali all’autore). Naturalmente Landolfi, dizionario alla mano, ha buon gioco nel demolire le accuse mossegli.

 

 

 

 

Immagine: Tommaso Landolfi.

Crediti: Fotogramma dal documentario Rai L'altro '900 - Tommaso Landolfi (2 aprile 2018)


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