19 luglio 2008

Amore e disamore per il poeta Pavese

Quell’ampio verso sciolto, proteso oltre la misura canonica dell’endecasillabo, fitto di parole e di immagini-oggetto che dichiaravano apertamente l’uggia per la tradizione lirica egocentrica, elitaria e contratta dell’ermetismo; quel verso, al contrario, così segnato dalle cadenze narrative e dalla disposizione al racconto; quel verso e quei temi prosastici e umili cresciuti sotto le luci soffuse delle Myricae pascoliane e le ombre antieroiche delle «cetonie capovolte» di Gozzano, ma proiettate verso la ricerca di una maggiore libertà espressiva dal paterno vigore delle smisurate lasse poetiche di Walt Whitman; quelle poesie, le prime inedite, giovanili, e poi quelle che confluirono nella raccolta Lavorare stanca (prima edizione, 1936, Edizioni di «Solaria»): in buona sostanza, tutta l’opera poetica di Cesare Pavese, di cui si ricorda quest’anno il centenario della nascita (1908, Santo Stefano Belbo, Cuneo), certamente si collocò da subito fuori dei canoni della lirica novecentesca italiana coeva. Pavese poeta non fu prolifico. A Lavorare stanca seguì una seconda edizione accresciuta (Einaudi, 1943). Postuma, giunse la raccolta Verrà la morte e avrà i tuoi occhi (1951; Pavese morì suicida nel 1950 a Torino); stile e temi di queste ultime liriche, così lontane dalla iniziale distesa narratività nel loro scolpito lirismo tragico, erano già anticipati in alcune poesie aggiunte nella seconda edizione di Lavorare stanca.

 

Parole che dividono

 

A distanza di tanti anni dalla sua morte, è interessante notare come tanto il percorso che portò il primo Pavese, rimasto sostanzialmente inedito, ad abbandonare slanci e struggimenti autobiografici per approdare alla studiata e sofferta “virilità” stilistica della poesia-racconto e della poesia-immagine di Lavorare stanca, caratterizzata dalle tipiche antinomie città/campagna, solitudine/comunità, esilio/ritorno, sesso/morte e dalla trasfigurazione del dato realistico in simbolo, quanto l’esito tardo dell’istanza lirica pienamente ricuperata, in cui il tu destinatario del discorso poetico è sì figura femminile individuata, ma anche un depositario universale dello scacco vitale che il poeta dichiara definitivo, sono entrambi frutto di giudizi critici tra i più differenti. Pavese poeta, ancor più che Poeta narratore, divide. Anche se chi giudica concorda sulla sostanziale unitarietà di poetica che sottende poesia e narrativa pavesiane o se ammette che il primo e l’ultimo Pavese poeta chiudono in un cerchio l’arco di un’esperienza che è già tutta detta, cioè pensata e scritta, sin dagli esordi, costituenti, perciò, una «prolessi certissima di sé» (Gigliucci), le valutazioni di merito sulla qualità della produzione poetica di Cesare Pavese sono spesso distanti tra di loro.

 

Un’unica grandezza, in modi diversi

 

Mariarosa Masoero, nell’Antologia della poesia italiana diretta da Cesare Segre e Carlo Ossola, rende sinteticamente il tema della circolarità dell’opera poetica pavesiana: «in Pavese non c’è una vera progressione, il suo universo letterario si tiene unito, in modo saldo e circolare, tutto è già dato e compiuto fin da subito, come ritorno su se stesso». La studiosa sembra dare una valutazione positiva del significato di tutta l’esperienza poetica di Pavese, potando in modo accorto il giudizio limitativo di Mengaldo per dare spazio sia ai ragionamenti di Antonio Sichera, che loda Lavorare stanca, sia alle fulminanti parole di Marziano Guglielminetti, che giudica l’attacco della poesia dell’ultimo periodo Il paradiso sui tetti «tra i memorabili della lirica novecentesca». Proprio l’insistita rete anaforica di futuri gnomici che caratterizza Il paradiso sui tetti («Sarà un giorno tranquillo, di luce fredda», v. 1; «chiuderà l’aria sudicia fuori del cielo», v. 3; «sarà come il tepore. Empirà la stanza», v. 6; «non verranno più voci», v. 9, ecc.) è una delle caratteristiche principali dell’ultima fase poetica di Pavese. Il futuro, caricando di una dimensione simbolica e onirica il testo («Verrà la morte e avrà i tuoi occhi», «Sarà come smettere un vizio», «Sarà un cielo chiaro»), allontana la donna, muta interlocutrice, in un tempo assoluto di sconfitta e condanna perpetua. In «Verrà la morte…» è chiara la reminiscenza biblica e anche l’intenzione di proporsi come poesia-emblema di un periodo e come sigillo di un’esperienza poetica e umana. Per Roberto Gigliucci, Pavese poeta è «tutto compendiato nella poesia più bella di Pavese (fra le più alte del Novecento), che è anche la più letta e la più amata: Verrà la morte e avrà i tuoi occhi». Toni Iermano è anch’egli inteso a ribadire la «circolarità» della produzione poetica pavesiana: dalle turbe adolescenziali, sciolte in autobiografismo tempestoso, si passa al tentativo di iniziazione virile attraverso la strutturazione simbolica della realtà in Lavorare stanca – in cui la necessità del mito ulissiaco del ritorno, ripreso a distanza di anni nel romanzo La luna e i falò, coincide con la necessità della poesia come unico linguaggio in grado di dire «l’ineluttabilità del destino» –; si giunge infine alla nuova sintesi della trascrizione simbolica della realtà esistenziale nella donna come universale approdo negato alla salvezza dell’uomo. Ripeness is all, la maturità è tutto, dice Pavese citando Shakespeare. La maturità dell’uomo finalmente, e con amarezza assoluta, consiste nel sapere che non c’è scampo al vizio assurdo, cioè alla vita trascritta ogni giorno come destino d’infelicità, senza possibilità di riscatto. In questo modo, secondo Iermano, Pavese rientra «a pieno diritto nella cerchia dei grandi scrittori decadenti europei», nei quali il falò della poesia arde alto sulle ceneri di un’esistenza bruciata nel sentimento della sconfitta.

 

Voci discordi

 

Uno scrittore e critico dal palato fine come Emilio Cecchi è convinto che non tanto il miglior Pavese, quanto l’unico Pavese degno di nota sia quello dei racconti e dei romanzi. Del Pavese poeta, nonostante il «suo illuminato ed assiduo tirocinio umanistico», non mette conto parlare: «Ma non c’è nulla di male a riconoscere che tutte le poesie di Pavese, incluse quelle che leggemmo postume, hanno un significato soltanto marginale». Per uno dei nostri più grandi studiosi della lingua letteraria, Piervincenzo Mengaldo, senz’altro in Pavese il ritmo, l’apparato sintattico-retorico, il «traliccio di iterazioni prossime o a distanza», la «rete di metafore, spesso di tipo sessuale e comunque ossessive», la «reiterazione» che converte in «enunciati simbolici» parole e immagini, e «una dialettalità interiore che rifiuta forme locali» (quest’ultima riflessione è di Maurizio Dardano) sono nella prosa narrativa frutto di scelte consapevoli e rigorose; e v’è un ruolo per la poesia, in questo sistema, poiché, in Pavese, «la prosa assume programmaticamente un ritmo poetico». Ma, secondo Mengaldo, per quanto riguarda la poesia in sé, «appare chiaro che in Lavorare stanca le intenzioni e l’interesse storico prevalgono sui valori poetici». Ma se il laboratorio di Lavorare stanca è comunque apprezzabile in quanto «i risultati vanno commisurati all’assunto culturale, ben arduo per i tempi, […] uguale comprensione non è possibile avere per le liriche di Verrà la morte, droga di intere generazioni di liceali».

 

 

 

 

 

Immagine: Langhe. 

Crediti: phalaenopsisaphrodite (Francesca Cappa) su Flickr [CC BY 2.0], attraverso Wikimedia Commons.

 


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