08 aprile 2022

Liguria e Crimea

Settecento anni di storia in comune. Prima parte

Ci s’ammazza, oggi come ieri, per un pezzo di terra, e se ne rivendica il possesso in nome di atavici diritti “nazionali”. Ci si dimentica spesso, così, che il fluire dei secoli ha visto continui mutamenti nel paesaggio umano di luoghi e di regioni, e che nessun popolo, probabilmente, è davvero autoctono della terra che abita.

 

La Crimea, le coste nord-orientali del Mar Nero. Sono Russe o ucraine? Andando indietro nel tempo, nulla di tutto ciò. La Crimea, ad esempio, ha ancor oggi una significativa minoranza di popolazione tartara, residuo di quella che fu per lunghi secoli la maggioranza degli abitanti del territorio. E da quelle parti, c’erano in un passato relativamente recente, nel tardo medioevo, armeni e greci, goti (sì, goti) ed ebrei; e ci furono a lungo i genovesi.

Dettaglio di una carta nautica quattrocentesca con l’indicazione dei principali possedimenti genovesi in Crimea e nei territori adiacenti

Raccontare alcuni episodi della presenza, anche linguistica, di questi ultimi, può forse aiutarci a capire la complessità delle “ragioni” della crisi attuale, farci riflettere sulla follia di quel che sta avvenendo e, perché no, fare sentire a tutti noi l’urgenza di non sentirci indifferenti rispetto a quel che accade. Per fare ciò dobbiamo però tornare indietro fino almeno al 1261, quando i genovesi contribuirono in maniera determinante alla ricostituzione dell’Impero Bizantino (erede diretto di Roma in Oriente) dopo la parentesi di un Impero “Latino” controllato di fatto dai veneziani fin dalla terza crociata (1204).

La Crimea nel sec. XV con l’indicazione dei territori sotto dominio genovese

Se in precedenza, per lunghi decenni, genovesi e veneziani si erano contesi l’accesso al Mar Nero, via d’acqua allora come oggi strategica per i commerci con l’Estremo Oriente, col trattato del Ninfeo, Michele VIII Paleologo riportava la sua capitale da Nicea a Costantinopoli, riassumeva il controllo degli stretti che lo mettono in comunicazione il Mediterraneo, e per ripagare i suoi principali alleati faceva del Mar Maggiore o Mar Grande, come allora veniva chiamato, un vero e proprio lago genovese.

 

Genova ebbe dunque la meglio sui rivali veneziani per il controllo delle vie di comunicazione marittime che si aprono sulla Via della Seta, e così fu per oltre duecento anni, col Mar Nero solidamente controllato dalla Repubblica di San Giorgio, che installò lungo le sue coste numerosi insediamenti, empori, colonie commerciali e di popolamento.

Un aspro, moneta genovese coniata a Caffa, con le insegne del comune liguri e del lhan dei tartari

Al centro di questo impero mercantile si collocava la città di Caffa, oggi Feodosija, in un ambiente costiero talmente affine a quello delle Riviere liguri, che i genovesi, nel rimodellare a loro uso e consumo l’ambiente urbano, arrivarono a ribattezzare con toponimi liguri interi quartieri, come il borgo di Bisagno a est della città.

Veduta delle fortificazioni genovesi della città di Caffa, oggi Feodosija, in Crimea

Era, come si diceva allora, “unn’atra Zenoa”, un’altra Genova. Per rendere un’idea della familiarità che alla fine del Duecento dovevano avere i liguri con quei territori che ci paiono oggi così remoti, basterà considerare un episodio apparentemente minore.

 

Se si prende un atlante e si guarda la collocazione di Genova, di Istanbul e di Caffa, ci si rende immediatamente conto di quanto siano enormi le distanze, centinaia e centinaia di miglia marine: provate a fare qualche raffronto a spanne, e vedrete ad esempio che tra Pera, la parte orientale di Costantinopoli, e Feodosija, siamo oggi, grosso modo, nell'ordine dello spazio che separa Parigi da Milano o da Berlino.

Il “Mare Maggiore”, l’attuale Mar Nero, nella tavola di un portolano genovese del sec. XV

Bene, nel 1289, il più antico poeta in lingua genovese, rimasto anonimo, nella quarantanovesima delle sue rime, citava proprio queste due città in maniera alquanto insolita. Si tratta di una poesia epica, di un'epica civile in volgare abbastanza unica per l'Italia dell'epoca, in cui, con i toni di una chanson de geste laica, il poeta celebra la vittoria dello stor (‘stuolo, flotta’) genovese sui veneziani, a Curzola, nell'Adriatico.

 

Descrivendo minuziosamente i preparativi dell'impresa, l’autore sottolinea come l'ammiraglio ligure, Lamba Doria, avesse avuto in sogno tempo prima la premonizione della battaglia. Ma Lamba, secondo il poeta, aveva sognato il proprio trionfo “stagando in Peyra o in Cafà” (“mentre si trovava a Pera o a Caffa”), il che, detto manzonianamente, suona più o meno come “dall’Alpe alle Piramidi, dal Manzanarre al Reno”.

 

L'epica è anche propaganda: con un tocco di geniale non chalance, il poeta aveva voluto dirci insomma che per un genovese era abbastanza indifferente, a quell'epoca, trovarsi sulle rive del Bosforo o sulle coste della Crimea, e che talmente grande era lo spazio marittimo controllato dai suoi connazionali “per lo mondo sì desteixi” (“del mondo spersi”, per dirla col suo contemporaneo Dante Alighieri), che uno dei due luoghi valeva l’altro nella loro percezione.

 

L’aneddoto è anche indicativo di una presenza massiccia e consolidata. Vi furono certo periodi di forte conflittualità con le popolazioni locali, come quando, nel 1346, i tartari espugnarono Caffa catapultando oltre le mura i cadaveri dei loro soldati morti di peste, episodio da cui ebbe origine il grande contagio di cui vi è memoria nel Decameron: ma in generale, lì come a Soldaia, a Matrega, alla Tana, al Vosporo, a Maurocastro, nella Gazaria insomma, come chiamavano i loro possessi in quella zona, i Genovesi riprodussero il loro stile di vita e le proprie istituzioni, praticandovi i loro commerci, arrivando a battervi moneta (l’aspro, con i simboli del loro Comune e quelli del sovrano dei tartari) e parlandovi, naturalmente, la propria lingua.

Veduta delle fortificazioni genovesi della città di Caffa, oggi Feodosija, in Crimea

Gli storici, spesso attenti ai minimi dettagli nella ricostruzione delle vicende di luoghi e paesi, hanno spesso un’idea alquanto vaga, invece, delle relazioni linguistiche che intercorrevano tra le diverse popolazioni, e nei casi di maggiore complessità culturale se la cavano con la comoda scorciatoia della “lingua franca”, denominazione che viene frequentemente evocata, in maniera generica, per descrivere ipotetiche forme miste di comunicazione interetnica mistilingue.

 

Nella pratica, però, di “lingue franche” di questo tipo ne sono state osservate pochissime: “lingua franca” diventa semmai quella dei gruppi dominanti (come avviene oggi l’inglese), i quali ci tengono anzi a conservarla nelle sue strutture e nel suo vocabolario, mentre gli “altri” le imitano più o meno correttamente, sia per necessità che per desiderio di emulazione.

 

Lungo le coste della Crimea, dove si ricorreva prevalentemente al latino negli usi scritti, la “lingua franca” parlata fu dunque il genovese: e non si tratta di una semplice ipotesi, ce lo dimostrano gli inserti di questo idioma presenti in una specie di vocabolario latino-cumanico (la lingua turcica praticata localmente), risalente al sec. XIV, ce lo dimostrano le voci liguri passate all’idioma tartaro di cui ancora nel sec. XVIII un viaggiatore tedesco ci fornisce un elenco sicuramente parziale.

 

Ce lo dimostra infine il genovese usato nel trattato del 1381 col khan locale, di particolare interesse anche per il fatto che il volgare del documento viene definito “a lo moo de latin” in opposizione alla “letera ugaresca” della versione tartara, segno appunto che il genovese veniva a rappresentare la lingua comune di tutti i “franchi” (gli occidentali) di Caffa e del distretto, in coerenza col fatto che la nazionalità genovese, almeno nei rapporti coi tartari, era estesa a tutti i mercanti europei: il console genovese di Caffa risulta infatti competente per le cause fra il khan e tutti i “franchi”, il cui attributo etnico, in un’altra versione del documento, viene non a caso corretto in “genovesi”:

 

«Anchora, se lo Canlucho à questiun o ademanda alcunna cossa da lo Zenoeyse, la raxun faza messè lo consoro segondo la sua raxun»

 

(e se il khan ha delle cause in corso o delle richieste da fare ai genovesi [da intendere qui come ‘a tutti gli occidentali’], sia il signor console a giudicare in merito.

 

L’importanza comunicativa del genovese è dimostrata anche, infine, da alcune corrispondenze e atti ufficiali di carattere pratico, che per vari motivi si decise di produrre in lingua volgare, probabilmente per assicurare una maggiore diffusione dei contenuti anche presso i residenti di altra origine: se i genovesi avevano infatti una discreta pratica de latino amministrativo, non era così per il resto della popolazione.

 

A Caffa ad esempio solo la metà degli abitanti era di ascendenza ligure, in non sempre pacifica convivenza con un terzo di armeni, un quinto di greci, e percentuali minori di tartari, ebrei e di rappresentanti di altre etnie. Certe cose occorreva quindi scriverle in volgare genovese, lingua immediatamente più intelligibile per tutti.

 

Così accadde ad esempio nel 1455, quando l’amministrazione della città era stata da qualche tempo affidata dal governo della Repubblica all’istituto di credito dello Stato, il Banco di San Giorgio. In quell’occasione le comunità mercantili ebraica ed armena, alquanto litigiose tra di loro, si erano trovate d’accordo, una volta tanto, nel perorare la causa di messer Nicheroso Bonaventura come amministratore del borgo commerciale e del bazar, una parola quest'ultima, per inciso, che trova qui una delle sue prime attestazioni in genovese, lingua dalla quale si è poi diffusa in tutto l'Occidente.

 

Diploma bilingue in genovese e armeno relativo alle controversie sull’amministrazione del bazar di Caffa (1455)

Nicheroso doveva essere uomo dotato di molta pazienza, un mediatore apprezzato da tutti per la sua capacità di dirimere le controversie tra i mercanti delle diverse etnie che affollavano il quartiere commerciale. Si trattava di gente rissosa, piagnucolosa e tremendamente cavillosa: a leggere i racconti che gli amministratori di Caffa mandavano a Genova in merito alle controversie interne alla comunità armena, ad esempio, c'è da chiedersi come i magistrati locali riuscissero a districarsi in mezzo a tante diatribe, consuetudini e rivendicazioni.

Diploma bilingue in genovese ed ebraico relativo alle controversie sull’amministrazione del bazar di Caffa (1455)

Uomo stimato e prudente, Nicheroso era evidentemente riuscito a mettere d’accordo un po’ tutti: i governatori della città scrissero quindi in buon genovese ai rappresentanti delle due etnie che maggiormente lo sostenevano, facendo seguire le loro rassicurazioni da un sunto delle deliberazioni in ebraico e in armeno, e consegnarono così alla storia una insolita documentazione plurilingue, di indiscutibile interesse glottologico e culturale.

 

Non meno curiose, dal punto di vista linguistico ma anche per gli aneddoti che riportano, sono le corrispondenze di messer Antoniotto de Cabella, mandatario del Banco San Giorgio a Caffa proprio alla vigilia della caduta della città in mano ai turchi.

 

Nelle sue relazioni, Antoniotto sembra divertirsi un mondo a dipingere lo strano ambiente a metà strada fra Oriente e Occidente dove gli è toccato avventurarsi, e vivacizza i suoi resoconti con particolari spassosi, rapide pennellate di colore e giudizi personali: ad esempio, ancora una volta, sul carattere dei litigiosi mercanti armeni, sempre in lotta tra loro per assicurare un seggio episcopale ai parenti stretti, o sulla vanità del “nostro imperaó”, il khan dei tartari dell’entroterra, definito “nostro” non nel senso che i genovesi gli dovessero obbedienza, ma al contrario, perché sul trono ce lo avevano messo loro e gli facevano fare quel che volevano.

 

In un altro brano il Cabella ci descrive invece le vicende sentimentali di un tartaro “segnor de campagna”, fornitore di granaglie alla città, che dopo una vita di scorrerie per mezza Europa, aveva finalmente deciso che “voreiva stà in reposo e ghe bastava esser a caza soa e avei nome de segnor e de atro no se curava” (voleva mettersi a riposo, accontentandosi di stare a casa propria, riverito come un signore e senza preoccuparsi di nulla).

 

Per conseguire questo “status” di predone imborghesito, però, aveva avanzato la pretesa di prendere per moglie nientemeno che la madre vedova dell’“imperaó” suo signore, creando non poche difficoltà diplomatiche ai genovesi, dai quali contava di essere spalleggiato.

 

Ecco come Antoniotto profonde le sue doti di narratore, raccontando tra il rassegnato e il divertito ai suoi corrispondenti in madrepatria le insolite vicende di un mondo di pazzi:

 

«Urtimamente ne à requesto che se adoveremo chi lo imperaó ghe daghe soa maere per mogié, e de questa cosa se n’è tochao lo imperaó quando è vegnuo in Caffa. Lo quar respose avanti ghe tagiereiva lo colo e perdereiva lo imperio che far tar cosa, per so che no fo mai visto che dona mogier de imperaó restando vidua se mariase in soi messi, como era questo».

 

(Ultimamente ci ha chiesto di fare in modo che l’imperatore gli dia in sposa sua madre, e di questa cosa abbiamo accennato all’imperatore stesso quando è venuto a Caffa, ma lui ha risposto che piuttosto di permettere una cosa del genere le taglierebbe la testa e rinuncerebbe all’impero, perché non s’è mai visto che un’imperatrice rimasta vedova si sposi con un suo servo, come di fatto sarebbe in questo caso).

Il Mar Nero in una carta nautica della fine del sec. XV

Gli amministratori genovesi tentano di mediare, ma il focoso pretendente non vuol sentire ragioni, certo com’è della loro influenza sul suo sovrano:

 

«Sì che visto la intention de lo imperaó fo per noi faeto resposta a lo dito segnor per tar forma che ello inteize no poi otegnì soa vogia. E ne promise che no parlereiva zhu de tar cosa. Tamen, como fo retornao de Caffa a caza soa, asae tosto tornà a far tar requesta, digando che se lo consoro de Caffa e li vegiardi vorran, lo imperaó farà tuto quello chi ge requireran».

 

(Vista la determinazione dell’imperatore, abbiamo risposto a quel signore in modo tale che capisse che non riuscirà mai a soddisfare il proprio desiderio, e lui ci ha promesso che non ne avrebbe più parlato. Ma dopo aver lasciato Caffa ed essere tornato a casa sua, ha ricominciato subito con quelle pretese, dicendo che se il Console di Caffa e gli Anziani della città glielo impongono, l’imperatore farà tutto quel che vorranno loro).

 

A un certo punto, il pretendente della vedova arriva addirittura a minacciare ritorsioni:

 

«E si s’è miso in tanta fantaxia che ello scripse che se no femo che ello avese questa dona, ello intendeiva che li pati e sagramenti che emo inseme fosen roti, e mote atre parole mà dite per parte soa. Noi semo semper andaeti a bonna via overando semper de farlo paxificar con lo imperaó e con noi, fasando ogni studio nostro a tar effetto, tamen non emo ancor posuo far tanto che ello se vogia contentar».

 

(E si è montato la testa a tal punto che ci ha scritto che, se non facciamo in modo che lui abbia quella donna, romperà i patti e i giuramenti che ha stipulato con noi, e ci ha coperto di male parole. Noi abbiamo fatto sempre del nostro meglio per farlo rappacificare con l’imperatore e con noi stessi, mettendoci tutto l’impegno, tuttavia non siamo ancora riusciti a rimetterlo in ragione).

 

Il rischio è addirittura quello di una crisi alimentare:

 

«Intanto, che ello se tira su la traversia, e si ne à retegnuo le vitoarie, che de soa comission è staeto che nisun posa adur grayn ni megij in Caffa: e in questa interdition ne à tegnuo e ten fin a la iornà de ancoi. Per la quar cosa n’è staeto necessario e forsa norezar e far partio a moti mercanti e patroin de nave e navili chi vagan per grain in atre parte, zoè a Mocastro. unde n’è asai, e de quello logho speremo averne a sufficientia, e così ancora per atri loghi».

 

(Intanto lui è arrabbiato e ci ha privato delle vettovaglie, ordinando che nessuno possa portare grano e miglio a Caffa, e ci ha tenuto e ci tiene ancora adesso in queste ristrettezze. Così ci è toccato noleggiare navi e fare dei contratti a diversi mercanti e patroni di navigli, in modo che vadano a cercare il grano da altre parti, soprattutto a Moncastro, dove se ne trova parecchio, e da quello e da altri luoghi speriamo di riuscire a importarne a sufficienza).

La città di Caffa in una stampa tedesca del sec. XVIII

Ma gli eventi tragicomici legati a questa delicata trattativa furono ben presto superati da ben altri e più dolorosi eventi. Di lì a poco, il 6 giugno 1475, la città avrebbe dovuto soccombere all’assedio turco, che avrebbe messo fine a una singolare e pluricentenaria esperienza di convivenza multietnica.

 

 

La bibliografia relativa a questo articolo verrà pubblicata al termine della serie, prevista in tre puntate, sulle vicende dei genovesi lungo le coste settentrionali del Mar Nero.


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