04 luglio 2022

Questione di accenti

A proposito di Cittadino Cane e non solo di Giordano Meacci

 

I filologi sono complottisti

Francesco Petrarca annota, nel Vaticano Latino 3196: «1350 mercurii, 9 Junii post vesperos volui incipere, sed vocor ad cenam; proximo mane prosequi cepi», a margine di non so quale testo, quale abbozzo. Mi chiamano che è pronto, se volessimo tradurre la parte importante. In Università, ti dànno gli strumenti per dedurre, anche da una postilla così, che il Poeta avesse «una vita sociale quasi moderna» o che fosse «sovrappeso», o ancora che fosse consapevole «del dialogo in potenza con gli studiosi» dunque «di stare dando vita a quello che chiameremo» (quello che, sic) «Petrarchismo», praticamente una setta; e ancora che, a questo modo, condizionasse «la propria scrittura in direzione dell’epistola familiare, genere del resto da lui frequentato». Da una postilla minima, che ricordo a memoria dall’Università. In sostanza, il filologo è uno speculatore, allenato a un metodo che in parte (Lachmann e aggiornamenti; più linguistica; più…) è scientifico, in parte no. A un punto è infatti chiamato a immaginare, alla creazione di un mondo a partire dalle briciole, a costruire una vera e propria teoria del complotto. Il filologo è un complottista. E tutto ciò che ho scritto, esclusa la postilla, è un’invenzione (perché, purtroppo, non ho letto I venerdì del Petrarca di Francisco Rico).

Questo per dire cosa: che al filologo, soprattutto al filologo-critico, questo slancio speculativo è vitale. Bisogna perdonarlo, bisogna perdonarmi, soprattutto di fronte ad autori che, in un modo inconoscibile, si offrono a infinite interpretazioni. Henry Miller in Arte e oltraggio (una conversazione epistolare con Lawrence Durrel e Alfred Perlès pubblicata da Feltrinelli nel 1961) scriveva di voler scrivere un «enormous, endless tome» che fosse più grande (dunque più interpretabile) della bibbia. Miller, che forse prende l’idea da Papini (a quanto sembra dai Tropici), ha nella pratica pubblicato spesso libri materialmente importanti, come ci ha abituato la migliore letteratura modernista (con cui è in polemica). Arrivo al dunque. Giordano Meacci scrive un «grosso libro» (qui prendo, invece, da Luciano Bianciardi – traduttore di Miller – in una sua lettera a Mario Terrosi, a proposito di La vita agra) in appena 84 pagine, comprese blank pages e paratesto, si chiama Cittadino Cane ed è il suo ultimo.

 

Dal Cane al cinghiale e viceversa

Excusatio non petita, dunque, ma mica tanto. Cittadino Cane (Industria e Letteratura, 2022) si presta ad un’analisi filologico-critica all’ennesima potenza, forse proprio per quell’«invisibile» che dà il nome alla collana diretta da Martino Baldi («Ciò che non si può semplicemente dire è ciò che merita di essere raccontato», dalla terza pagina). Un racconto-pamphlet che colpisce, prima di tutto, a livello materiale. Lo scompenso in libreria (che genererà malumori tra gli ossessivi) è evidente: la precedente fatica, Il cinghiale che uccise Liberty Valance (precedente anche a Lui, io, noi per Einaudi, su Fabrizio De André, con Dori Ghezzi e Francesca Serafini, del 2018), pubblicato da Minimum Fax e finalista allo Strega, conta più di 450 pagine, in un formato A5, dove Industria e Letteratura predilige la forma Piccola Biblioteca Adelphi. Il risultato? Che il cinghiale fagocita, almeno in libreria, il Cane.

Se un libro è capace di gettare un’ombra su un altro, sullo scaffale, qualcosa bisognerà pur dire a riguardo. Il cinghiale che uccise Liberty Valance è un romanzo post-modernista (consentitemelo) che racconta (o fa vedere? Cioè visualizza), attraverso una diffrazione incalcolabile di punti di vista, la quotidianità di un paese immaginario in Toscana, ai confini con l’Umbria: Corsignano, circondata dai boschi. «Ho vissuto un’infanzia spezzettata tra i boschi dell’Umbria e della Toscana» scrive nell’introduzione in prosa a Improvviso il Novecento. Pasolini professore, pubblicato per Miminum Fax; nell’introduzione in versi, invece: «Cammina per i boschi di un paese (che forse: solo forse mi appartiene) / Il Cinghiale che m’invade le notti, nascondendosi dentro l’infanzia: […]». Quindi Corsignano è l’infanzia? O il luogo dove vanno i ricordi? Comunque: un romanzo che racconta degli abitanti di Corsignano, tra vita invissuta e morte, tra realtà e irrealtà; e di un cinghiale di nome Apperbohr che nel corso della narrazione prende coscienza di sé attraverso il linguaggio e conduce una rivolta contro i corsiglianesi – a questo serve il prontuario di cinghialese in appendice.

Il tutto è particolarmente strutturato: la “cornice” che è più un filo rosso è la visione da parte di Walter e Fabrizio di L’uomo che uccise Liberty Valance (John Ford, 1962) nella notte tra il 19 e il 20 luglio 1999; alla quale l’autore affida, in qualche modo, metaforicamente, il discorso commentativo, cioè il commento alla vicenda più ampia, di cui questi protagonisti sono a malapena a conoscenza (soprattutto attraverso rumori, colpi alla finestra), attraverso il commento al film, che quindi diventa paradigma (oltre che una parte di titolo del libro). La rotazione del resto dei capitoli, assolutamente caotica (nel senso dell’entropia, cioè della vita) è talmente complessa che vorrebbe un saggio intero. La cosa importante da dire è: Meacci scrive ma è come se raccogliesse materiali, come se fosse principalmente non uno scrittore ma un’archivista (che avesse accesso a tutto) e il libro un faldone. Per cui, alla narrazione “canonica” si alternano articoli di giornale, resoconti televisivi, flusso di coscienza (sì?), documentaristica varia (persino disegni).

Il tutto con una lingua capace di modificarsi in diamesia, diastratia, diacronia, diatopia eccetera, proprio per questa compresenza di “documenti” anche molto diversi tra di loro. Meacci dà molta moltissima importanza alla caratterizzazione dei dialoghi, alla flessione dialettale e regionale. Durante – il personaggio che porta su di sé l’elemento fantasmatico, l’esposizione sommaria del funzionamento dell’altromondo, l’ipotiposi – esce da un capannone che dovrebbe essere vuoto, soprattutto se è mattina presto; l’Antonia, allora, che passava di là, si indispettisce:

 

«Ecche fé toqui al capanno?»

 

Durante, aggiustandosi con la sinistra lo zuccotto verde come il piumino, cammina verso di lei disegnando un viottolo di passi che segnano un tempo e un modo per l’Antonia.

 

«Se’ stée tutta la notte dentro?... O i’cche se’ istupidito

La neve è caduta tuttanotte. L’Inquisizione privata dell’Antonia ha capito al primo sguardo che Durante doveva essere nel cappànno già prima che cominciasse a nevicare: sennò e’ ci dovrebbero essere anche le impronte d’entrata, sulla neve. Come per il cignàle. Che quindi doveva essere arrivato fino al cappànno co dentro Durante, doveva avé sentito traccia d’òmo e s’era dato alla macchia.

 

Quest’umbrotoscano viene nei discorsi diretti e poi impesta anche gli indiretti (liberi), entrando nella narrazione quale dovrebbe essere esterna. Si mescola, ma è un mescolamento a progetto: la forma, per Meacci, è centrale.

 

Cittadino Cane come variazione nella ripetizione

Cittadino Cane ripete, meglio continua, la struttura, la forma e la lingua del Cinghiale. A ogni capitolo (introdotto, dimenticavo, da un titolo allungato molto simile a un verso-rigo) può appartenere una forma documentaria diversa, dal racconto canonico con l’io narrante fino agli appunti sparsi, gli articoli di giornale e le registrazioni. Perché Carlo Cane «è stato un politico e imprenditore italiano» (come recita la voce treccanica), nato a Firenze nel 1969 e morto a Rignago Barabba nel 2059. La fantabiografia si risolve topicamente e cronologicamente, dal momento che il paese è inventato - anche nella sua storia di fondazione  e buona parte della carriera politica, divisa tra l’estrema destra (in particolare in Forza Nuova) e la destra liberale, avviene nel futuro. Il libro è dunque un tentativo profetico (cattivissimo, che fa orrore) sul futuro europeo. Questa figura a metà tra i Mattei Renzi e Salvini incontrerà un Silvio Berlusconi smaltatissimo e perfino Vladimir Putin. Sono pagine di invenzione satirica alta, l’idea della quale si scontra, fortunatamente (perché ne approfondisce le ragioni), con l’ipotesto cinematografico. Cittadino Cane da Citizen Kane di Orson Welles – «come lo pronunciavo da bambino, “Cane”», ha detto in una sua presentazione –, per cui l’idea stessa dell’accerchiamento documentario, o mockumentario, ci proietta verso la significazione della vita. Insomma ci aspettiamo Rosebud. A me sembra una slitta meno freudiana, più trasversale: la morte. Dal primo capitolo:

 

Sei mesi un anno, ha detto il dottore. E io gli ho detto facciamo anche due: e ho riso. Ma il dottore non rideva. Ci può essere stato uno sbaglio, ho chiesto io. E lui: è la seconda volta che rifacciamo, nessuno sbaglio, mi dispiace. E mi ha guardato come se si aspettasse qualcosa di diverso da me. Ma io gli ho detto che sono ottimista, si sa. E alla fine gli ho dato la mano e ho sorriso: è stato più forte di me. «Se vuoi che gli altri ti ascoltino», diceva mio padre, «sorridi sempre. Parecchi non si ricorderanno quello che gli dicevi. Ma che sorridevi, sì». «E che ciài, una paresi?!» e’ mi gridò Giuseppe; Pippo: vìa, gli dicevamo tutti, a Giuseppe, il mi’ compagno di banco alle medie; e al ginnasio. Lui rise tanto: ma tanto. E anche gli altri. Tutti. Eravamo a scuola dai preti, tutti; tutti maschi, a Rignago Barabba, dov’è nato mio padre Lorenzo: io no: non ci sono proprio proprio nato; ma ci ho vissuto.

 

La morte mette Carlo Cane di fronte alla propria miseria, così si arrabatta per trovare un senso (mi piace quest’idea proattiva a livello narrativo ma retroattiva a livello biografico della funzione-Rosebud). Ma torniamo alle continuità: di struttura e di forma, nonché di lingua. La lingua è attentissima a quegli scarti di cui s’è detto per il Cinghiale, anche se il contesto sociopolitico differente porta, forse, una minor ricorrenza dell’uso dialettale e regionale. Ma al lettore verrà da pensare, anche qui, da subito: ma perché e percome usa così gli accenti, usa così i corsivi? Questioni di stile.

 

Un’ipotesi complottistica: Meacci ci vuole far fare esercizio

Provo a caratterizzare questa “forma”, e non è un caso che lo faccia così tardi (spoiler: è complicato). Dai versi introduttivi a Improvviso il Novecento, che sono versi autobiografici con uno strano slancio all’epica collettiva, come alla fine tutta la scrittura di Meacci, con nominatio di persone come fossero luoghi, coordinate («adesso solo i nomi mi pervadono»)

 

Come si può pensare, davvero, che senza forma ci sia sobrietà

E rispetto del pubblico lettore, cui si chiede – violàndone la stessa natura –

Rispetto di sé mentre si inganna, nel modo sbagliato, quel rigore

Aperto e pieno di mistero, e d’incanto, e di orrore, magari; o di intralcio.

 

si può notare non solo l’importanza del lettore nella scrittura (per dire che l’attenzione alla forma non debba essere per forza una rinuncia al lettore) ma anche il suo coinvolgimento. Quindi lo stile c’entra con il lettore: l’accento enfatico – frequente in letteratura anche, come in Meacci, nelle forme non necessarie (cioè quando deve disambiguare) – è questione di ritmo, di ictus in poesia, si noti la rima forzata (e grafica) tra “sobrietà” in corsivo e “violàndone”, e in prosa, cioè elemento ritmico; può essere una marcatura quindi ossessione etimologica (grammatica); può essere, qui il complottismo, il desiderio di mettere in moto il lettore. Quando si mettono gli accenti, sulla tastiera, la mano deve fare, la mano destra, un movimento innaturale, che comporta spesso la rotazione sul perno del gomito dell’intero braccio, della spalla, insomma del tronco. L’accento è una messa in moto che “imiti” l’accelerazione della scrittura (in aggiunta). Quando Martino Baldi ha scritto che, per lui, l’accento fosse il passo del cinghiale (parafraso) penso avesse ragione, perché nei capitoli dedicati ad Apperbohr l’accento crea un’idea di movimento in quella direzione. È un significante in più. In altri luoghi si offre come movimento da risignificare. L’accento è un movimento, così come lo è il corsivo, il grassetto, che superano l’idea di segnalazione grafica per arrivare a essere interruzioni sintattiche prima e infine di prossemica del linguaggio. L’ho fatta complicata, ma è attraverso questi “movimenti” che la già spezzata sintassi di Meacci si dà un maggiore equilibrio, come dando dei punti da collegare, delle costellazioni.

 

L’invisibile è reale

Altro paio di maniche è dire perché. Per me, altra teoria del complotto, la prosa di Meacci, dal tipico verso spezzato dovuto a, in sostanza: la frase scissa (come se fosse sempre in odore di correctio), con subordinate lasciate andare come rampicanti, senza che rientrino nella principale; l’uso dei corsivi (che dà una piega alla frase, inaspettata), più frequenti, e del grassetto, della sottolineatura, cioè di tutto ciò che il nostro amato word ci offre, meno frequenti; e soprattutto l’utilizzo enfatico degli accenti; con tutta una serie ulteriore di strategie dialogiche (dirette o indirette). Per me, dicevo, la prosa di Meacci guarda al realismo. Il realismo dell’invisibile (il cerchio si chiude). Lo ha sempre fatto, ma in Cittadino Cane è evidente: Meacci usa il silenzio, tradotto in lacuna, in pagina bianca, per chiamare in causa il lettore in quello sforzo interpretativo, estremamente realistico, inferenziale, che ogni giorno facciamo, fuori dalla letteratura. È, perché no, una riscrittura (Cantisani). È un modo per rimettere in collegamento la letteratura e il mondo, far sì che il lettore sia metodologicamente orientato alla realtà come lo è al testo, e viceversa; perché no, anche all’audiovisivo. Meacci è anche sceneggiatore, sempre con Francesca Serafini. Per esempio di Non essere cattivi, di Claudio Caligari, al quale si può ricondurre, forse, l’uso di una scrittura come inquadratura, satura, tagliata, citazionistica nel senso del rinnovo, attraverso accostamenti imperegrini, l’incanto sospeso di uno sguardo, il comico etc (nel caso ve lo chiedeste: son parole di Meacci, rielencate da me, prese ancora dall’introduzione in prosa a Improvviso il Novecento, che si conferma una sorta di dichiarazione, in un passaggio dedicato a Caligari stesso). E aggiungo: questa tecnica a montaggio alternato (dentro il capitolo) e parallelo (tra capitoli), non viene proprio dalla passione per il cinema? Chi volesse approfondire, c’è una bella intervista, a proposito di Letteratura e Cinema, su Birdmen Magazine.

 

Questioni attoriali

Il coinvolgimento del lettore, poi, per chiudere, può essere simile a quello richiesto a un attore da una sceneggiatura. Il senso di tutto, per Meacci, credo, è dare corpo alla lingua, per far sì che da sé sembra che reciti, quindi condizioni la lettura ad alta voce che il lettore fa, neuroscienze permettendo, nella camera della propria mente; quindi per far sì che il lettore, ormai avviato senza rotelle, possa riempire quelle lacune, pure enormi, quelle reticenze insaziabili, con la propria performance, con la propria lettura, che si sarà imbastardita.

Meacci cerca un avvicinamento. Che lo faccia impersonando un cinghiale in predicato di diventare autocosciente o con un politico di fronte alla propria miseria non fa differenza. O sì.

 

Immagine: Particolare della copertina del libro Cittadino Cane (Industria e Letteratura, 2022) di Giordano Meacci


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