20 luglio 2022

Sul Falso movimento di Franco Moretti

(e cioè sull’intera collana, se vogliamo)

 

Franco Moretti in Falso movimento. La svolta quantitativa nello studio della letteratura (Nottetempo, 2022) è in cerca di una teoria («Di una teoria c’è sempre bisogno») del rapporto tra critica “tradizionale” e studi quantitativi. E no, non ce la fa, ammette, tanto all’inizio («Il legame concettuale tra i due metodi era troppo debole per tenere unite le fila del discorso»), quanto alla fine, dopo un triplo giro di resoconti sperimentali, dove si abbandona addirittura al sentimentalismo, buono, in ricordo dell’esperienza dello Stanford Literary Lab: «fare le Annales della letteratura. Questo voleva la svolta quantitativa»; «sentivamo che ci era toccata in sorte un’occasione unica: riprendere tradizioni teoriche leggendarie – […] – e dar loro l’ossatura empirica che meritavano»; «Le avessimo noi, delle teorie così belle… Le avremo, un giorno?». Illusions perdues … ma non siamo in accordo (o forse sì).

Il saggio, oltre a rifarsi alla tradizione della letteratura scientifica, guarda anche al reportage narrativo, come del resto suggerisce lo stesso autore: «Si è partiti, e poi, come in ogni road movie che si rispetti, la meta ha via via perso importanza rispetto a ciò che si intravedeva ai lati della strada». L’obiettivo è:

 

volgersi indietro, e tentare un bilancio del cammino percorso, per capire se – nelle ragioni che avevano condotto alla svolta quantitativa – vi fosse qualcosa di importante che abbiamo mancato. Non si tratta di avere nostalgia, e men che meno di recriminare. Si tratta di capire.

 

Cosa c’è da capire? Se sia possibile integrare gli strumenti dei nuovi media e le procedure computazionali nello studio della letteratura. La “svolta” però non sembra esserci stata e gli studi quantitativi sono stati sostituiti, negli ultimi ventanni, dagli studi di digital humanities , con a cuore soprattutto la professionalizzazione dell’elaborazione statistica.

Il “ponte” che Moretti vorrebbe costruire, proveniente dallo strutturalismo e dal formalismo non si è dato ( come spiega bene Walter Siti nella prima parte dell’articolo, pur con un “disfattismo” che non condivido, per poi cadere nelle proprie ossessioni ) e le ragioni sono tante (provo una sintesi). Ermeneutica e quantificazione sono il giorno e la notte: l’interpretazione critica trasforma tutto ciò che tocca, cerca di sfondare il muro del suono che separa il testo dal mondo; mentre la quantificazione «si muove tra forma e forma» e, pur alludendo al mondo, lo dimentica. Da un lato la forma è «una forza, un agire: un modo di “plasmare” l’esistente che va accolto con sospetto»; dall’altro la forma è «un prodotto finito». In sostanza, l’allontanamento reciproco è dato dal concetto di “forma”, che nell’ermeneutica è tutto (o tanto), negli studi quantitativi è diventata secondaria al contenuto, al significato. Per non parlare del disaccordo sulla priorità data a concetti quali “Singolarità”, “Norma”, “Caso limite”, “Anomalia”, “Trend”, “Pattern”…

 

Il road movie , dicevamo

Il libro da saggio-reportage si struttura secondo i topoi del genere, almeno trasposti metaforicamente (uno già detto): l’io-narrante è lo studioso, che parla dell’argomento dei suoi studi (un amore: l’inconciliabilità delle due discipline assomiglia all’inconciliabilità di due amanti), attraverso la prassi di ricerca, in gruppo, quindi esponendo dei casi di studio. Racconto nel racconto che è ambizione a una cornice, teorica-al-secondo-grado (storiografica) – prefazione, primo capitolo ( La strada per Roma. Ermeneutica e quantificazione ) e ultimo capitolo ( Il quantitativo come promessa e come problema ) – ripresa qua e là negli altri capitoli. Per chiudere in dissolvenza, con un (apparente) nulla di fatto (ci torno).

Laddove la descrizione dei casi di studio (il vero e proprio saggio, anche divulgativo ma estremamente rigoroso) lascia il campo alla narrazione, Moretti può condividere con la documentaristica di viaggio anche la scrittura: la tendenza all’aforistica, nonostante verrà smentita da un’argomentazione imminente, e alla didattica (quindi al riepilogo o sintesi e rilancio), per esempio nel già citato «Di una teoria c’è sempre bisogno» o, poco più avanti: «Spiegare quel che è complesso e bene in vista con ciò che è semplice e invisibile. Ecco un buon motto, per il lavoro a venire», e ancora «Se questo è vero, allora dobbiamo cercare di essere al tempo stesso cauti e audaci»; con le necessarie incursioni autobiografiche («ma c’era qualcosa di inquietante, in questo divergere dal mio stesso lavoro»), come di fronte a un tramonto sul deserto del West, «Avanti e indietro… Era questo che era successo?».

Interessante il ricorso a una sintassi nominale, spesso in attacco di paragrafo (brevi e ritagliati come inquadrature nella metà dei casi), per esempio: «E poi, audacia», «Con una complicazione, però», «Un mondo di cose, ma non solo», «Terzo passaggio, Shakespeare» nelle strategie, ovviamente, elencative, «Infine, Sofocle». Persino un certo gusto, raro, per la lingua colloquiale (con dislocazione a destra: «Lo si fa una volta, due, tre… poi, la realtà la vince»).

Potrei continuare ancora, tutto per dire che Moretti ha trovato un punto medio non divulgativo tra saggistica accademica e racconto, credo anche attraverso un fitto dialogo intertestuale con le scienze naturali e la filosofia della scienza. Il rigore metodologico, la centralità dell’argomento sono bilanciati dal tono narrativo.

 

Extrema Ratio, letteralmente: prassi e teoria

I dubbi avanzati da Moretti sulla possibilità di una svolta quantitativa negli studi letterari per me, e mi sembra che il modus di tutto il libro lo confermi, ha il significato della sfida. Moretti non ha perso la fiducia, vuole solo portare il problema in superficie, far sì, credo, che diventi prioritario. Non si accorge di averlo in realtà risolto, o almeno: risolto in un modo. Mi spiego. Falso movimento è primo titolo della collana “Extrema Ratio” di Nottetempo, venuta assieme al vento del restyling grafico (con una certo omaggio alla Biblioteca Sansoni?), di, cito (e rimando al comunicato su Minima&Moralia ), «letterature comparate e teoria della letteratura», a cura di Bertoni, de Cristofaro, Giglioli, Mazzoni, Meneghelli, Micali, Pellini e Moretti stesso. Extrema Ratio, come per dire: proviamo per un’ultima volta. I titoli successivi sono, per ora: Erich Auerbach, Letteratura mondiale e Metodo , con un saggio di Guido Mazzoni; D.A. Miller, Bellissimo. Un’analisi dei Segreti di Brokeback Mountain e di Chiamami col tuo nome ; e Mimmo Cangiano, Cultura di destra e società di massa. Europa 1870-1939 . Dopo la teoria della teoria della letteratura viene un classico della teoria letteraria, un titolo sul Cinema con approccio da gender studies , quindi un libro tra studi di letteratura comparata, sociologia, storia e antropologia. Voglio dire che la collana bypassa con la prassi editoriale ciò che sembra inconciliabile a livello di teoria esplicita. In una collana, la contiguità apparentemente solo spaziale, materiale, si traduce presto in un sistema di significazioni reciproche, una stratificazione.

Per superare l’impasse, si è fatto qualcosa che assomiglia alla svolta sulla centralità del lettore di qualche decennio fa, nella sua mente questi studi funzioneranno contemporaneamente, influenzando il suo metodo, una sua teoria implicita, non più una teoria esplicita, più osservata in accademia eppure meno interessante:

 

nella convinzione che […] la pratica – ciò che impariamo a fare ‘facendolo’, sviluppando pian piano un’abitudine professionale tacita, e di norma completamente inconscia, che troviamo del tutto ‘naturale’, ha delle fortissime implicazioni teoriche, che a volte contraddicono persino le dichiarazioni teoriche esplicite.

 

Contestualizzando il contestualizzabile, accadrà un’influenza della prassi, poi si andrà a capire cosa quella metodologia concretamente abbia fatto (parafraso). È pedagogia. È gettare il seme. Mi sembra un ottimo punto di partenza.

 

Immagine: dalla copertina del saggio Falso movimento. La svolta quantitativa nello studio della letteratura (Nottetempo, 2022) di Franco Moretti.

 


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