02 agosto 2022

Nencioni fuori sacco

 

Fu Gianfranco Contini a richiamarmi ai nuovi e più sorprendenti prodotti di quello scrittore non solo col suo intervento critico del 1964 ma negli entusiastici giudizi che mi avventava conversando, in uno dei quali giunse a comparare l’effetto dirompente di Pizzuto nella narrativa italiana a quello di Proust nella francese e a parlarmi di una «lingua nuova». Né gli bastò, ma volle che, legatosi di ammirativa e sostenitrice amicizia con Pizzuto, io fossi terzo di tanto legame; sì che cominciai a frequentare Antonio a Firenze quando era ospite dei Contini, a Roma dove abitava, e per corrispondenza. Era un epistolografo e un conversatore incantevole, e in entrambi i generi teneva banco: lo documentano le lettere a critici, a poeti, a traduttori, a editori, ad amici e a familiari, queste intrise di tenerezza, di voci siciliane e di appelli all’«isola non dimenticata», ma tutte ligie alla norma di comunicatività colloquiale, il cui abbandono, col rischio di ermetismo e solipsismo, restava prerogativa del “narratore” in senso pizzutiano. Tuttavia anche nella sua conversazione orale e scritta lingueggiavano improvvise le fiamme e crepitavano le faville di una cultura plurima, di una riflessione puntigliosa e di una sofferta esperienza umana, spesso ironizzate e giocate come tessere di un intenso desiderio di simpatia e di comprensione. Tanto era stato ed era, in un vivere faticoso e cimentato, tale desiderio, che bastavano la stima e l’amicizia di studiosi universitari estranei al rovente agone dei critici e dei narratori militanti a dargli conforto. Non per nulla il 25 marzo 1964 cominciava così una lettera alla figlia Giovanna: «Ti trascrivo anzitutto le ultime righe di una lettera ricevuta oggi da Gianfranco Contini (il famoso filologo)…».

La segnalazione pubblica del “caso Pizzuto”, scritta da un Contini ammirante ma anche problematizzante, ebbe senza dubbio influenza sul riorientamento favorevole della critica letteraria. Ma la frequentazione dell’ormai amico critico letterario, filologo e linguista eminente ebbe influenza anche sulla consapevolezza teorica dello scrittore, come dimostra il suo saggio Dello scrivere difficile (1969), che, ruotando attorno alla stella polare della distinzione tra forme verbali e forme nominali del verbo, tra sintassi verbale e sintassi nominale, la pone a fondamento della sua opposizione di genere tra racconto e narrazione, facendola assurgere da registro formale a registro sostanziale della propria scrittura narrativa. Le risposte, comunque, alla ricca problematica del comporre pizzutiano che Contini impostò nel 1964 ma devolvette a una futura specifica filologia congetturandola «in pieno rigoglio fra alcuni decennî», sono oggi più incalzanti, sia perché sono stati pubblicati postumi gli ultimi scritti di Pizzuto, sia perché la Fondazione che a lui s’intitola appare preparata ad estrarre dalle pagine dello scrittore una grammatica bifronte, identificando le loro probabili costanti e norme interne e definendo il rapporto istituzionale di quella scrittura d’arte con la lingua italiana. (Dalla Introduzione a Giovanni Nencioni-Antonio Pizzuto, Caro Testatore, Carissimo Padrino. Lettere (1966-1976) , a cura di G. Alvino, Firenze, Polistampa, 1999, pp. V-VI).

 

Tra le carte di Albino Pierro, versate nel 2003 dalla figlia Maria Rita al Laboratorio archivistico del Dipartimento di Filologia dell’Università della Calabria ( ArchiLet) , il pierrista Giorgio Delia, che ringrazio della segnalazione, ha recentemente rinvenuto due lettere inedite di Giovanni Nencioni al prosatore palermitano Antonio Pizzuto, da questi donate, visto il contenuto, al poeta lucano («per solito, ottimo scrigno, depositario quasi impeccabile di quanto fosse relativo al successo della sua poesia», Giorgio Delia, comunicazione privata) e perciò sfuggite alla corrispondenza da me pubblicata nel 1999 ( Caro Testatore… , cit.).

Non meno telegrafiche che intense — secondo lo stile, non solo epistolare, del linguista fiorentino —, le missive testimoniano la nascita del sodalizio umano e culturale, fortemente voluto dal comune amico Pizzuto, tra Pierro e Nencioni, protrattosi fino alla morte del Tursitano, avvenuta a Roma il 23 marzo 1995.

 

 

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1

 

[Ms. con biro blu solo recto su un foglietto di carta comune intestato a stampa «università di firenze | facoltà di lettere | istituto di lingue e letterature neolatine ». Timbro postale di partenza: «Firenze Ferr., 5.4.70»; timbro d’arrivo: «Roma Appio, 6.4.1970»]

 

Firenze, 4 aprile 1970

 

Carissimo Antonio,

anzitutto Anna [Barocchi, la moglie di Nencioni] ed io ti ricambiamo auguri e abbracci, commossi del tuo ricordo pasquale e ancor più commossi del dono che ci hai voluto fare dell’amicizia e della poesia di Pierro. Io già conoscevo alcune poesie in lingua e Metaponto [ Albino Pierro, Metaponto , pref. e versione di Tommaso Fiore, Bari, Laterza, 1966]; ma sono rimasto folgorato a vedermi arrivare, gratuiti, i suoi libri dedicati. È davvero un bel poeta e vorrei conoscerlo e sentir sonare il suo dialetto.

Sono da mesi sepolto in un lavoro massacrante, ed ormai l’evangelico iam foetet [ « Iam foetet , quatriduanus est enim» (Marta a Gesù circa Lazzaro)] non si addice alle mie ossa calcinate. Se riemergerò, sarò a Roma tra la fine di Aprile e i primi di Maggio, e duplicheremo la lautissima cena continiana. Nell’attesa,

tuo Giovanni

 

2

 

[Ms. con biro blu recto e verso su un foglietto come il precedente. Timbro postale di partenza: «Firenze Ferr., 2.5.71»; timbro d’arrivo: «Roma Appio, 5.V.1971»]

 

Firenze, 1° maggio 1971

 

Carissimo,

ricevo insieme la tua pentagrammata [«entro lascito di ingiallite carte pentagramma sotto pentagramma» [A. Pizzuto, Cutufina, xx di Id., Pagelle, edizione critica commentata di G. Alvino, Firenze, Polistampa, 2010 (1973 1 ) , p. 196] , ma solo da te solfeggiabile, Cutufina , e la tua lettera, che mi dà a un tempo la cattiva e la buona notizia di tuo figlio. Dev’essere stata una cosa terribile, e le tue righe, che ho letto insieme con Anna, mi hanno in un primo momento agghiacciato; poi, procedendo, abbiamo tirato un respiro. Sono cose che succedono a un tratto, chissà come, e sospendono la tua vita e quella dei tuoi cari; poi è passato, come una vertigine. Siamo contenti e auguriamo con cuore pieno di affetto che tu possa presto rivedere tuo figlio in tutte le sue energie.

Gianfranco ha ripreso forza e animo, ed è stato a Bologna e a Torino; ora è a Domo [Domodossola, la città natale di Contini] . Io spero molto che si normalizzi e possa lavorare con intensità e fiducia [l’anno precedente il filologo era stato colpito da ictus cerebrale] .

Pierro mi ha inviato il suo squisito Famme dorme [Milano, All’insegna del pesce d’oro, 1971, con una Nota su Pierro di Pizzuto (inclusa nel numero unico di «La taverna di Auerbach» dal titolo Antonio Pizzuto: inediti e scritti rari , a cura di G. Alvino, ii , 2-4, 1988, pp. 298-99 ], introdotto dalle tue inaudite parole, tese sulla densa misura di Pagelle. Sto leggendo, cioè compitando, le poesie; poi scriverò a Pierro, che mi ha allietato e arricchito con questo dono. Ma, per sentirle a fondo, bisogna che l’asperrima favella e le orfiche dolcezze suonino sulla sua bocca; che è ciò che mi riprometto di chiedere alla sua bontà.

La mia studentessa Gallo, figlia della tua isola indimenticata, sta redigendo un glossario da Sinfonia [Milano, Lerici, 1966 1 ] . Quando il lavoro sarà più avanti, ti chiederà udienza.

Anna ed io ti salutiamo con affetto.

Tuo Giovanni

 

Immagine: Giovanni Nencioni, via Wikimedia Commons


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