16 agosto 2022

Mario Soldati e la pittura

 

Le poche righe concesseci — data la statura dell’Autore e la complessità della sua opera (ad approcciare la quale non basterebbero pile di ponderosissimi tomi) — ci consentono appena di suggerire uno spunto di riflessione, una direttrice di ricerca che merita senza dubbio d’esser battuta.

 

Laurea con Lionello Venturi

Nel 1927, a soli ventun anni, Soldati si laurea in Storia dell’arte con Lionello Venturi (tesi sul pittore cinquecentesco Boccaccio Boccaccino, che vedrà postuma la luce nel 2009) e cura il catalogo della Galleria civica d’arte moderna e contemporanea di Torino; poco dopo, tramite il suo maestro, consegue una borsa triennale all’Istituto d’Arte di Roma e inizia un’intensa quanto apprezzata attività di studioso e critico d’arte che presto tradisce per dedicarsi prima alla letteratura, poi al cinema e infine alla televisione. Tuttavia, l’immedicabile passione per le arti figurative, massime per la pittura, non solo non verrà mai meno, ma si farà carne e sangue del suo personalissimo modo di formare.

 

Di più: è assolutamente impossibile penetrare nell’officina del Soldati narratore e carpirne i segreti di fabbricazione senza tener nel debito conto la profonda influenza che l’universo pittorico ha ininterrottamente esercitato sulla sua poetica dal principio alla fine.

 

Narrativa e influenza pittorica

Si apra un romanzo a caso: La sposa americana (Milano, Bompiani, 1977, che suscitò, non a caso, l’interesse di un regista del calibro di François Truffaut e fu poi tradotto in film dal figlio Giovanni nel 1986):

 

Vedevo, a breve distanza davanti a me, gli spessi ricami d’oro e il damasco bianco della pianeta del vecchio sacerdote, il suo volto magro e acceso, lo sfavillio inquieto delle sue piccole pupille nere, e la Madonna Nera nella nicchia d’oro al centro dell’altare, tra le fiamme rossastre dei ceri, alte e ondeggianti.

Come tutte le altre inservienti schierate dietro il bancone, portava il camice bianco, le maniche rimboccate sopra il gomito, e la cuffia inamidata, ma, a differenza da tutte, non i prescritti guanti di filo bianco. Le sue mani nude afferravano i mestoli come armi

La sua fronte, incorniciata dallo splendore quasi lunare dei fini capelli che sporgevano dalla cuffia, era ampia, pura, delicatamente convessa: un giorno, mi stupii vedendo che alla sommità, proprio all’attaccatura, erano stati rasati col rasoio per una striscia di circa un centimetro e quei pochi che rimanevano oltre il bordo della cuffia sfuggivano da tutte le parti, corti, irti, disordinati.

E io guardavo il profilo di Edith, la delicata convessità della sua alta fronte, dove ormai da tempo i capelli erano cresciuti e come un’impalpabile aureola del più tenue oro brillava al riflesso delle fiamme.

Il verde scuro dei boschi e il verde chiaro dei prati erano due strette strisce irregolari dominate da pareti rocciose, aspre, grigie scure — dai canaloni in cui resistevano le bianche lingue degli ultimi nevai — e dal profilo contorto delle creste, nere contro il cielo azzurro netto.

Soltanto vedere [corsivo nel testo] Edith era per me una gioia. […] La sua fronte spaziosa e lievemente convessa, il pallore luminoso delle sue guancie smunte, le sue mani forti, il suo collo snello e il suo busto slanciato erano qualcosa che ammiravo senza limiti.

Anna fino allora aveva tenuto i guanti. Cominciò a sfilarseli lentamente. Lunghi fino a metà dell’avambraccio: guanti beige, di una delicata pelle lucida. E apparvero le sue mani, belle come non ne avevo e non ne ho più viste altre. Giuste, affusolate, morbide ma compatte, e appena appena sinuose: nocche invisibili, dita senza la minima prominenza e senza la minima increspatura. Carichi di braccialetti certamente di poco valore ma che sembravano preziosi, anche i suoi polsi erano, come le mani, ben torniti e esili quanto bastava per non contrastare con l’immagine che irresistibilmente evocavano di tutto il suo corpo, così grande e formoso.

Il suo aspetto aveva qualcosa di ripugnante. Lineamenti e corpo di un magro male ingrassato. Media statura, biondastro, fronte nocchiuta e spelacchiata, volto asimmetrico, glabro, quasi col marchio di una pubertà arrestata per sempre a metà del suo sviluppo, e un riso esagerato, sfacciato, offensivo. Il suo stesso abbigliamento, maglietta arancione, cachecou verde, jeans bianchi, aveva qualcosa che urtava.

Vedevo le luci azzurre, sfolgoranti, lungo le travature del Bay Bridge; l’immenso chiarore vaporoso che avvolgeva i grattacieli di San Francisco; i segnali rossi del Golden Gate; dall’altra parte della Baia, di fronte a me, l’alta massa nera del Tamalpaïs che si levava fino a sfiorare le stelle, e ai suoi piedi i lumicini tremolanti delle rive; vedevo al centro, nel grande spazio vuoto, passare i fanali delle imbarcazioni, qualcuno rapido qualcuno lento, e i loro riflessi sull’acqua altrimenti invisibile; vedevo intorno, vicino, le luci sparse di Spruce, tante villette simili alla nostra: delle prossime vedevo tra il fogliame scuro dei sempreverdi le larghe finestre terrene delle living rooms, ciascuna delle quali brillava tranquilla immagine di una vita senza dolori.

 

Una scrittura visiva

Ciò basti a riconoscere che a poche scritture novecentesche spetta in fatto e in diritto la qualifica di visiva o dello sguardo come a quella del poliartista torinese.

 

Beninteso: il concreto pericolo del calligrafismo (come provano non solo l’insaziata fame d’aggettivi sovente sinonimici e la coazione a frugare gli ambienti e i personaggi anche in assenza di reali necessità, ma soprattutto i cumuli enumerativi a tratti intollerabili), nonché della retorica dell’infinitamente piccolo, è costantemente in agguato, ma non riesce a compromettere d’un ette l’eccezionale valore dell’operazione.

 

La penna-pennello dello scrittore capta e tratteggia ogni minimo dettaglio con l’esattezza d’un bisturi. Le diresti quasi descrizioni di quadri, così pregnanti e persuasive da disgradare i magnifici, leggendarî referti del massimo raccontatore non solo novecentesco d’opere pittoriche: quel Roberto Longhi tanto amato dal Nostro.

 

Immagine: Mario Soldati nel 1967, via Wikimedia Commons

 


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