30 gennaio 2009

Zang tumb tumb. Parole dal passato futurista

Cadono cent’anni dal primo manifesto teorico del futurismo, fatto pubblicare da Filippo Tommaso Marinetti sulla prima pagina del quotidiano parigino «Le Figaro» il 20 febbraio del 1909, sotto il titolo Le futurisme. Appena conclusa (il 26 gennaio scorso) una bella mostra al Centre Pompidou di Parigi, Le futurisme à Paris; in corso, in Italia, tre mostre, varie e ampie, a Brindisi (Collezionare il Futurismo. Dipinti, bozzetti, oggetti, film, danza, fotografia, Palazzo Granafei-Nervegna, 22 gennaio-29 marzo 2009; www.beniculturali.it), Milano (Futurismo 1909-2009 Velocità + Arte + Azione , Palazzo Reale, 6 febbraio- 7 giugno 2009 ),Roma (Futurismo, Scuderie del Quirinale, 20 febbraio-20 maggio 2009), non mancano e non mancheranno in questi mesi ricostruzioni, rievocazioni, tentativi di attualizzazione del «movimento poli-artistico» (Mengaldo) dell’avanguardia futurista.

 

Lingua allargata o ristretta?
 
Attualizzare viene facile, come tentazione. Sub specie ideologiae, per esempio, pensando all’anticlericalismo: oggi, c’è chi propone di tappezzare autobus con scritte ateistiche, mentre, nel 1912, Marinetti immaginava di rapire il pontefice (nel romanzo in versi Le monoplan du Pape); oggi, su Facebook, più di 100.000 firmatari aderiscono alla petizione Trasferiamo il Vaticano in Groenlandia, ampiamente anticipati da Marinetti, che, pensando alla traslazione del papato di là dai nostri confini, aveva coniato il neologismo svaticanamento (dell’Italia). Se invece ci interessa la lingua, potremmo ragionare sui futuristici e paroliberistici zang, frrrrr, taratatatatata, trak trak, pic-pac-pum-tumb, GRANG-GRANG, crooc-craaac in quanto precorritori di onomatopee e ideofoni tipici dei fumetti attuali. E se anche il futurismo «non ha influenzato la lingua comune», potremmo azzardare, con Marcello Durante, che il linguaggio futurista, «chissà, potrebbe essere [...] l’idioma del Tremila». Battute a parte, è utile fermarsi al dato storico-linguistico. Qui le valutazioni sono più certe. Senz’altro, come sottolinea sempre Durante, il futurismo è importante perché «reagisce a mali tipicamente italiani: l’ideale della bella forma, il descrittivismo, il culto dell’io». Aggiunge Maria Luisa Altieri Biagi: «ha contribuito a snellire la nostra sintassi, a semplificare la nostra morfologia, a rinnovare, attraverso procedimenti analogici, il nostro lessico». Mengaldo è convinto che il pregio maggiore del«l’azione futuristica è stata soprattutto di tipo negativo», in quanto ha ristretto, più che allargare, il repertorio stilistico della letteratura italiana. Anzi, nel concepire l’italiano stesso come lingua internazionale, il futurismo ha teso a trasformarla in «una sorta di esperanto reso tabula rasa per ogni sperimentazione stilistica, deprivandolo delle sue peculiarità grammaticali». In questo senso, secondo Vittorio Coletti, è stata aperta «una strada che, superate le oltranze dell’avanguardia, chiusi i conti col passato, porta al pieno Novecento».
 
Violente lune elettriche
 
Nella furia anti-passatista, distrutti i musei, le biblioteche e le accademie, le rotture di schemi metrici e strutturali portano dal verso libero alle parolibere, dalla divisione netta tra poesia e prosa al continuum del poema in prosa, riverniciato e smaltato per sfrecciare veloce tra pallottole guerresche, macchine e motori, sul palcoscenico livido di una città industriale. Chi domina nell’orto delle lettere italiche ha parole di sprezzo verso i parvenu dell’anti-cultura. Ai propri amici, il vate D’Annunzio confida che Marinetti è «una nullità tonante», «un cretino fosforescente», meglio ancora: «un cretino con qualche lampo d’imbecillità». Marinetti ai suoi dice che D’Annunzio, «noioso e anacronistico», è la «Montecarlo di tutte le letterature» (poi, in pubblico, i due si danno pacche sulle spalle e, plateale, D’Annunzio porterà un mazzo di rose rosse a Marinetti, ferito a una coscia da una granata austriaca). A ben vedere, l’irritazione di D’Annunzio, prima donna nella vita mondana e sostenitore del binomio arte-vita, è motivata, perché Marinetti è un agitatore artistico di grandi capacità, chiama luce su di sé, oscura gli altri. La raffica di manifesti teorici, le pubbliche serate di letture ed animazione (anche rissose), le prime opere dei futuristi (fondamentale la prima antologia, I poeti futuristi, del 1912) disordinano il paesaggio delle patrie lettere (e delle arti) e hanno notevole eco, raccogliendo adepti e simpatie in tutt’Europa, specialmente in Francia.
 
Marinettismo
 
A distanza di un secolo, le «violente lune elettriche» che incendiano i cantieri cittadini, esaltate come esempio di nuova materia poetica nel manifesto teorico del 1909 (www.internetculturale.it), che effetto fanno? E, soprattutto, si può dire che la teoria ha avuto riscontro pieno nelle opere dei futuristi?
Molti studiosi ritengono che tale riscontro non sia positivo. Strano, ma il futurismo, pur avendo salato un poco il sangue di Ungaretti, dato frequenza di tratto di koiné poetica generazionale all’analogia con la preposizione di (triangoli di turchino di mammola, celeste di lapislazzuli, un imbuto di paradiso, in tre versi tra loro quasi contigui di Aeroplano, nei Chimismi lirici di Ardengo Soffici), promosso l’uso assoluto dell’infinito verbale, è traditore di sé stesso nella propria prassi. All’osso, «l’unico seguace di Marinetti fu appunto Marinetti» (Mengaldo). Nel migliore dei poeti futuristi, Soffici, i diktat teorici marinettiani (manifesto del 1909, Manifesto tecnico della letteratura futurista del 1912) sono accolti solo in parte: sì al simultaneismo, sì all’assenza di punteggiatura, sì alla sintassi nominale, sì a certe analogie sorprendenti; no, viceversa, all’eliminazione degli aggettivi qualificativi, no alla scomparsa delle similitudini, introdotte perfino dal tradizionale come (in luogo dei sintetici doppi analogici, del tipo donna-golfo, donna-risacca), no alla scomparsa dell’io, no alla sostituzione del verso libero con le parole in libertà. Insomma, in Soffici (come, con altre declinazioni, negli altri futuristi; si pensi al clownismo leggero e autoironico di Palazzeschi) l’immaginazione si riprende certi fili che la teoria e la prassi marinettiana avevano reciso. Una nuova grammatica unitaria il futurismo non la fonda. Salde, piuttosto, restano la coerenza e l’interazione tra oralità e grafica (Mengaldo) nei testi futuristici, pensati per essere letti e recitati. Acquistano motivazione più profonda, pur perdendo in innovatività autonoma, certi fonosimbolismi e iconismi. Le onomatopee si prestano benissimo all’istrionismo del dicitore. Allo stesso modo, i bianchi sulla pagina, in assenza di punteggiatura, o i caratteri tipografici di diverso corpo aiutano l’interprete a modulare pause ed enfasi di pronuncia sulla scena.
 
 
 
 
 
 
 
Immagini: Filippo Tommaso Marinetti, SI NO SI NO SI (1932).
Crediti: Waterborough [Public domain], su Wikimedia Commons.
 

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