24 gennaio 2023

La senzalingua superstiziosa di Tlotlo Tsamaase in Silenziosa sfiorisce la pelle

 

Avrei dovuto scrivere un pezzo su Bo Burnham, sul monologo che chiude Make Happy , lo spettacolo di stand up comedy disponibile su Netflix che fa, in qualche modo, da prodromo a Inside (film uscito nel 2021, scritto durante la Pandemia); quindi sui burrito che non si riescono a chiudere e sulle Pringles che non si possono recuperare dal fondo del Pringle can (tra l’altro, mi risuona let me do it for you , lo straziante meme sui cani col volto allungato che ultimamente circola su TikTok). Avrei dovuto scrivere su come una nota di basso possa trasmettere emozioni, quando ci si rivolge al pubblico dicendo «my biggest problem is you / I wanna please you / but I wanna be true to myself», disarmandosi totalmente, quando la comedy è un’armatura a strati, come le cipolle (insegna Shrek). Ogni tanto bisogna, però, lasciarsi trasportare, disattendere le aspettative (proprie o altrui), cannare le deadline, far saltare gli accordi, soprattutto se veniamo interrotti, nelle cose che si fanno, da un titolo, nonostante la sua esposta liricità: Silenziosa sfiorisce la pelle di Tlotlo Tsamaase , autrice motswana di speculative fiction e poesia, che vive in Botswana.

Il libro è pubblicato da Zona42 , editore specializzato in scrittura di genere (soprattutto fantascientifica, ma è una “zona” eterogenea), come un paio di suoi racconti, in flipbook: Dreamport e Il distretto della cervice . Il romanzo mi ha colpito profondamente perché, nella costruzione allegorica, riesce a tematizzare tutto: classe, capitalismo, sessualità, salute mentale.

 

Le due città

L’incipit di Silenziosa sfiorisce la pelle è più che in medias res, è nel mezzo del senso:

 

La mia ragazza è nata sul treno una settimana dopo la morte della madre.

Non fidarti di chi non ha un’ombra, – diceva mia nonna. – Se l’ombra si separa dal padrone, significa che nel corpo non c’è più lo spirito. Qualcosa li ha separati.

Nei nostri quartieri passa un treno su cui non sale nessuno. È decrepito e porta i suoi passeggeri speciali avanti e indietro, da qualche parte. In un luogo dove nessuno vuole andare. Lo spirito di mio nonno ha sempre un palmo appoggiato al finestrino, fa un cenno silenzioso, cerca di vederci crescere. Mio fratello nato morto oscilla vicino a lui, sonnecchia su una specie di amaca imbottita. Ha la pelle grigia e gli occhi castano scuro, così luccicanti di vita da farmi male al cuore. Nella mia famiglia ci sono più o meno cinque morti, e stiamo ancora contando. Il mio ragazzo è rannicchiato vicino a loro, e li abbraccia. Ha ancora la stessa aria tranquilla, l’aria di chi si è immolato come martire per qualcuno.

 

Tlotlo Tsamaase , sfruttando al massimo uno dei topoi del genere fantascientifico (la descrizione dei luoghi, che introduca il lettore al nuovo cosmo), fa topografia contemporaneamente fisica e metafisica: c’è questa città divisa da un muro e da un binario. Da un lato viviamo noi, dall’altro loro (parlo di “noi” e di “loro” perché la prima persona diventa subito un personaggio collettivo, nel segno della resistenza). Noi chiamiamo la loro città la Città dall’Altra Parte, o il Distretto. Il binario è visibile a noi, invisibile a loro . Ogni volta che passa il treno, portando le anime dei morti, avviene una scossa di terremoto, che percepiamo solo noi. Sul treno devono salire le anime di chi è morto. L’annunciazione della propria morte è affidata ai Sognopelle. Uno di loro, però, il Sognopelle della nonna in fin di vita, appare in sogno alla protagonista che così acquisisce (anche se ha le caratteristiche della maledizione, più che del dono) la capacità di percepire la «realtà spoglia» dei morti.

La donna – una pittrice che ha una relazione omosessuale con una poetessa (vista e udito; bisogna tenere a mente la capacità di messa in abisso di Tsamaase) – comincia così a conoscere non tanto il vuoto ontologico che ci aspetteremmo, la realtà per come è, ma un pieno ontologico, la realtà per come significa (qualcosa che mi ricorda, non so perché, La città incantata dello Studio Ghibli). L’aspettativa dell’epifania alla occidentale, che constata l’assenza di tutto, semplicemente non c’è. 1 L’epifania è di tipo politico e genera il collasso della realtà – fisica e metafisica – in surrealtà: loro, quelli che vengono dal distretto, stanno progettando un’invasione.

 

Surrealtà contro la gentrificazione

La “surrealtà” che viene presentata al lettore, nonostante condivida l’apparenza delle libere associazioni psicanalitiche e del non-senso, in altre parole della dimensione onirica, non è la medesima a cui siamo abituati. Proprio perché il surreale onirico è risignificato immediatamente come politico: «Solo nei sogni sei libero. Quando dormiamo siamo nel nostro mondo e siamo liberi». Tsamaase tematizza gli «strumenti di rimozione dell’identità nera» e i «costi del colonialismo sempre presenti» (dalla postfazione), con l’obiettivo di decostruirli. 2 La superstizione ( recuperando l’etimologia ) è uno stare al di sopra, una sorta di superpotere, una veduta dall’alto, la forza del rituale che va oltre – e forse non basta: quanti rimedi del folklore (il sangue, pozioni di amanti già morti) vengono utilizzati qua per assomigliare a loro , là per resistere. Effettivamente, la messa in rilievo della cultura originaria ogni tanto si fa messa in crisi, e dipende sicuramente dalla persecuzione delle diversità sessuali, nonché dal trattamento superstizioso (qui si) di ogni sintomo psicologico.

Comunque «La demolizione è cominciata. La Nuova Architettura sta sorgendo»: la gentrificazione dei quartieri è solo la più esplicita delle conquiste, perché loro vogliono che noi ci assimiliamo, vogliono una vittoria totale. Assimilarsi è come perdere la vista:

 

Non si sa quando si perde la vista, – dico. – Ma per me è troppo presto. – Lo guardo. – Cos’è che dimenticherò? – Vorrei aggrapparmi a me stessa.

Le parole, la lingua, la pelle, i capelli. – Allarga le braccia. – Tutte queste cose. – E la casa? – chiedo.

Solo il modo in cui la vedi.

 

Ogni tanto Tsamaase, allora, dà una chiave. Per questo più avanti «La nostra gente è bianca come carta». Non è bianca davvero, ma simile a (si potrebbe studiare la frequenza di figure metaforiche nel libro: sono moltissime e servono alla costruzione allegorica complessiva). La loro conquista procede per cancellazione. Rileggiamo la serie al contrario: i capelli (elemento identitario, per entrambe le etnie, soprattutto nell’ambiguità semantica di hair: «Dobbiamo rasarci ogni pelo del corpo per purificarci»), la pelle (Silenziosa sfiorisce la pelle perché la protagonista, che può vedere come vedono i morti, assiste alla propria perdita di colore, alla propria assimilizzazione), la lingua, infine le parole.

 

La linguapelle intraducibile

Scolorirsi dipende dalla cecità (tant’è che esiste chi diventa trasparente, nella corsa all’omologazione), ma essere anche sordi è la condanna (paese del silenzio e dell’oscurità…). Perdere la vista è dimenticare l’altro, perdere la lingua è dimenticare sé stessi, la propria cultura. 3 Siamo di fronte a un processo già in corso – la gentrificazione (con questi palazzi a forma di coltello che si piantano sul terreno) la perdita di colore (apparente: «La melanina è innocente ed è dove deve essere») eccetera – e infatti l’ultima resistenza sono le parole. Qui viene la sfida traduttiva. A parte: l’intelligenza di soluzioni univerbate come «Senzapelle» o «inchiostro semprenero del cielo»; la sintassi davvero dà giostra con l’alternarsi di frasi semplici e frasi complesse, dove le prime sono spesso assertive e aforismatiche («È morto, – dice lui. – Non può prendere freddo»), le seconde aperte e metaforiche («Quando mi sveglio il sole è un occhio gonfio nel cielo, corrode il mattino fino a dissolverlo»); o ancora i dialoghi e le parti narrativo-descrittive che si confondono; a parte questo, il problema sorge nel momento in cui l’autrice ha voluto usare il bilinguismo per scontrarsi con il lettore.

Tsamaase scrive The Silence of the Wilting Skin mescolando inglese e tswana. L’inglese dà la struttura sintattica, la morfologia e la maggior parte del lessico. Il setswana rimane per frasi formulari (come «Ti amo»: Ke e go rata), sintagmi o singole parole che esprimono concetti altrimenti in inglese inesprimibili (come Kgoroso, la cerimonia del matrimonio tradizionale).

La traduttrice italiana, Giulia Lenti, ha deciso di tradurre solo l’inglese, mantenendo invece l’originale tswana. Il perché è ben spiegato nella nota:

 

Nella versione originale di questo libro le parole in tswana compaiono in tondo come il resto del testo. Tlotlo Tsamaase scrive in inglese, ma il suo lavoro è costellato di parole in tswana e le due lingue, anche se hanno un pese diverso dal punto di vista storico ed emotivo, sulla pagina sono equivalenti.

 

La scelta risponde anche al desiderio di «esprimere fedeltà all’opera originale e solidarietà verso chi paga lo scotto dell’imperialismo occidentale, da una parte dando alle due lingue lo stesso peso tipografico, dall’altra immergendo il lettore in un flusso ininterrotto in cui niente è estraneo». E pone in fondo al libro un Glossario.

Una scelta interessante che secondo me rimane fedele più che all’opera: alle intenzioni dell’autrice, perché riproduce nel lettore la sensazione di straniamento: se leggo e la mia lingua è quella loro, e non capisco alcune parole, così necessarie per comprendere i nostri gesti e le nostre tradizioni, io non posso essere parte di noi, ma soltanto parte di loro. Il lettore – ovviamente il lettore occidentale – empatizza con la protagonista e con chi è oppresso (non vittima: c’è una volontà d’azione nel romanzo) e contemporaneamente, però, sa di essere parte, almeno culturalmente, dell’oppressore. Una dissociazione simile a quella di chi sa di doversi assimilare, di dover credere all’ideologia neoliberista senzaclasse, e contemporaneamente, invece, desidera mantenere le proprie radici, le proprie singolarità e i propri “valori”. Una contraddizione.

 

Bo Burnham e Tlotlo Tsamaase

Oltre al fatto che entrambi hanno nomi e cognomi in rapporto consonantico, ci dovrebbe essere qualcosa che li unisce (mi piace forzare la mano). Forse la «musicalità della trama» – come scrive Tsamaase in postfazione per parlare del realismo magico di Gabriel García Márquez. Ma credo sia la capacità di parlare di salute mentale davvero. Alla fine, l’immaginazione surrealista di Tsamaase non è altro, in questo racconto, una trascrizione piuttosto verosimile del pensiero intrusivo e della psicosi, individuale e collettiva (anche nella paranoia, che è un po’ il moto della distopia). Un po’ come quando Burnham, in Inside, si immagina all’interno di una live Twitch. C’è chi lo prende come uno scherzo e chi si addormenta con la paura, vera, di essere in una costruzione bidimensionale.

 

Note

1 Nella postfazione, Tsamaase legittima, credo, le letture critiche del sistema editoriale occidentale: «Ma ho ricevuto parecchi rifiuti, perché nelle mie storie e nei miei personaggi non ci si poteva immedesimare, scollegavano il lettore dalla trama, lo allontanavano. E poi, non essendo letteratura eurocentrica o occidentale, come fa il lettore a immergersi in un mondo che non conosce? Quel che è assurdo è che leggiamo libri ambientati in mondi in cui non abbiamo mai messo piede, eppure ci immedesimiamo nelle storie di quei personaggi, ci sentiamo vicini a loro, alle loro idee»

2 Carmine Conelli in Il rovescio della nazione. La costruzione coloniale dell’idea di Mezzogiorno (Tamu, 2022) dedica un capitolo a L’archivio coloniale globale e il Mediterraneo, partendo dal presupposto che, nonostante ci sia stata una decolonizzazione a livello politico, resista ancora l’idea di «colonialità», «indicando con essa la logica culturale del colonialismo, che, seppur invisibilizzata, permea la modernità sin dai suoi inizi» (p. 52).

3 Leggendo Da che parte stiamo. La classe conta di bell hooks (Tamu, 2022): «ma i miei genitori avevano un’altra paura: che io diventassi una persona diversa, che non parlava la loro lingua, non condivideva i loro valori e i loro modi di fare».

 

Immagine: Tratta dalla copertina del libro

 

 

 


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