1 dicembre 2010

Bufalino, l’alta febbre delle parole

«Insomma, la prosa racconta storie, la poesia racconta parole… Ecco, rompere questi lacci per me è stato istintivo. Da ciò la natura lirica dei miei testi, in cui da un lato il suono ibridamente fa premio sul senso, mentre dall’altro il senso aspira volentieri all’eroico e al sublime» (Essere, p. 39). Tante volte, nel corso della sua vita di solitario che però, quando parlava, amava parlare e spaziare e approfondire, senza rinunciare a delectare l’interlocutore, lo scrittore Gesualdo Bufalino (Comiso, Ragusa 1920 – 1996 http://www.fondazionebufalino.it/) è tornato a fornire informazioni lucidissime sul proprio modo di concepire la letteratura, sulla propria poetica, sulle proprie ossessioni, su opere e stile. Si è spinto a dare consigli di lettura in numerose interviste, ecco un esempio: «suggerisco innanzi tutto una lettura musicale delle mie cose, un’attenzione al ritmo, alle andature melodiche, alle scansioni ritmiche, ai campi metaforici, alla prosodia nascosta nei meandri del periodo» (Essere, p. 39); ma si può dire che abbia da subito incorporato la tensione tutta metatestuale del dialogo col lettore nell’opera stessa: basta leggere le “istruzioni per l’uso” contenute nell’appendice L’autore al lettore, apposta al romanzo d’esordio Diceria dell’untore (Sellerio ed., 1981; acute, a questo riguardo, le riflessioni di Iovinelli, pp. 249- 250).

Non si può dire, inoltre, che quanto Bufalino ha dichiarato in termini di analisi e di programma contrasti minimamente con ciò che egli di fatto ha messo in pagina in romanzi, aforismi, saggi, racconti, poesie. La pagina di Bufalino è proprio come lui stesso la descrive, «raffinata e iperscritta» (Testa, p. 348), cosparsa di «elisioni d’un tempo e arcaismi» (Coletti, p. 381), ovvero lessico «alto, con iperboli, lussurie verbali idonee a impedire l’ossificazione del mondo» (Bufalino-Onofri, p. 18).
 
Se esiste ancora una prosa letteraria…
 
Si chiedeva nel 1993 Luca Serianni, dopo aver sottolineato la tendenziale affermazione dell’italiano dell’uso medio nella lingua della narrativa degli ultimi decenni, pure così variata e irriducibile a generalizzazioni: «esiste ancora una “prosa letteraria”?» (Serianni, p. 573). Poco meno di dieci anni dopo, Tommaso Pomilio rispondeva così: «Le nuove scritture narrative degli anni Novanta cercano modi di interazione con la cultura mediale: incorporando, anzi cannibalizzando, magari alla rinfusa, codici, linguaggi, materie sempre più distanti dalla determinante alta, o soggetti a degrado (televisione, musica, pubblicità, cinema, fumetto, cronaca, videogame, paraletterature, cinema e letteratura di genere)» (Pomilio, pp. 669-670). La domanda trova una risposta, dunque, di segno negativo.
 
Ipernovecentesco
 
In questo quadro, la “prosa letteraria” (in una doppia accezione) di Bufalino, fiorita pubblicamente proprio nel decennio 1980-1990 (Diceria dell’untore, romanzo d’esordio, è del 1981; il romanzo Le menzogne della notte, vincitore del 42° premio Strega, è del 1988), è il classico fiore nel deserto: secondo Valeria Della Valle, «la scrittura colta e letteraria di Bufalino si colloca, volendo ricorrere a un asse di misurazione, nella zona in cui sono raccolti i fatti tendenzialmente unitari della nostra lingua» (Della Valle, pp. 293-294): al centro, insomma; un centro perduto, bisognerebbe forse aggiungere. Perché se anche sono tutti novecenteschi il rovello del «divario […] fra l’arte e la vita […], la perdita di senso e di riferimenti che ha reso difficile attingere la presenza “oggettiva” delle cose» (Zago, p. 58) e addirittura «ipernovecentesca» è la «disposizione ludica» (Onofri, p. 848) a riattualizzare la tradizione letteraria e linguistica alta, è pur vero che il Novecento di Bufalino nei suoi toni e nei suoi modi sembra antico, come certe fotografie virate color seppia, e la sua lingua, così come la descrive nei suoi aspetti rilevanti Valeria Della Valle, non dà la sensazione di aver fatto né scuola, né tendenza: non è stata, insomma, centro d’irradiazione: «Rispetto generale della norma, distanza dall’“italiano medio”, qualche vezzo puristico nelle italianizzazioni di forestierismi, gusto misurato per le neoformazioni, recupero di arcaismi e forme letterarie, utilizzazione di termini dai linguaggi settoriali e dai sottocodici, presenza di forme dialettali ma nessuna commistione dialetto-italiano, sintassi di impianto classico spezzata dai modi del parlato» (Della Valle, p. 293). Se non fosse che tutto il panorama attorno era già cambiato ai tempi dei suoi esordi, Bufalino rappresenterebbe forse il modello di una moderna compostezza antica, l’esempio di una prosa letteraria che, trasudando parodicamente l’alto, si propone come un classico del manierismo tardo-novecentesco in letteratura.
 
Lo scrittore nel calendario dei deliri
 
«Sopporto a fatica le pagine altrui che non siano almeno un poco febbricitanti. Perciò cerco di conferire alle mie la stessa forza di contrazione febbrile e la stessa sontuosa avarizia che sono proprie della poesia» (Bufalino-Trecca, p. 43), ha dichiarato Bufalino. La febbre dei suoni e delle parole, della semantica e delle figure retoriche nasce dallo sforzo perpetuo dell’agonista di non arrendersi, nonostante tutto, di fronte all’evidenza che la realtà è maschera di un mistero insuperabile, Dio «un’improbabile presenza» (Essere, p. 52), la storia un «calendario di deliri» (Essere, p. 48), l’amore «una forza ineluttabile che sgomina la vita» (Essere, p. 43). Scrive Bufalino: «i tropi mi servono per agghindare la vita contro le tentazioni della morte» (Bufalino-Scrausi, p. 28). Perché, alla fine, se si ama la vita, anche se la si è vissuta montalianamente al 5%, vivere significa dare senso nell’unico modo possibile alla partita già persa in avvio contro la morte, affidandosi alla letteratura, che è ricovero dell’unica realtà di cui può farsi artefice l’essere umano, ovvero la memoria. La memoria «onnivede, stravede, non vede» (Essere, p. 48), apparecchia fondali sublimi per dolenti storie d’amore (sognato, vagheggiato, appena sfiorato, subito acceso dalle attese del desiderio, poi ingigantito dal lutto della perdita), e soprattutto affonda nelle radici aeree della terra natìa, la Sicilia «patrimonio di memorie, vera mnemoteca e insieme materno cordone ombelicale con l’esistenza» (Essere, p. 49).
 
Visibilio 
 
Romanzo d’amore e morte è Diceria dell’untore (http://www.italica.rai.it/), musicato sfruttando accorti attriti tra sublime e ironico, intessuto tanto di cavatine d’opera quanto di ritornelli da balera, gonfio di sintassi elaborata pei languori dell’io narrante ma sciolto, nella struttura paratattica e allineativa, all’evocazione del parlato spiccio, pronto alla concisione in controtempo.
«Mentre era appena alle prime battute il grande andante d’oro del mio innamoramento per lei» (Diceria, p. 63), dice sinuoso e metaforico l’io narrante, un giovane reduce di guerra, recluso nel 1946 in un sanatorio siciliano, che si dichiara in via d’innamoramento per l’ex ballerina Marta lì appena conosciuta, ecco che un’altra tisica, pettegola, rivela che Marta, ebrea, gravemente malata, è probabilmente stata una collaborazionista. Qui (p. 64) s’apre un periodo di turgida architettura classicheggiante, che sembra voler riflettere il complicato dissidio interiore apertosi nell’io narrante. Il vasto periodo è, però, preceduto da un altro, lapidario, fatto di due membrature proposizionali, nella quali parla la voce della ragione («Non restava dunque che dire basta, passare la mano e via»). Una voce che è destinata a essere sepolta dalle emozioni più viscerali e ambigue, rincorse nell’andirivieni delle subordinazioni successive. La sintassi si è fatta forma visibile dei sentimenti predicati:
 
«E nondimeno, tanto si contraddice in me il garbuglio dei sentimenti, proprio da quella sovrabbondanza di ragguagli ostili, in quel medesimo istante, quasi sotto l’irritazione di una frusta o di una brezza salata, cominciò a nascermi e a crescermi dentro una passione, non sembrandomi vero di aver trovato al posto di un elfo un uccello spennato e sozzo, e di poter mescolare alle indiscrezioni del desiderio un’oncia di incarognita pietà».
 
Con Bufalino, è vero, «la letteratura, più che vista, è visibilio» (Essere, 21).
 
 
Testi citati
 
Bufalino = Gesualdo Bufalino, Diceria dell’untore, Sellerio, Palermo 1981.
 
Bufalino, Onofri = Massimo Onofri, Gesualdo Bufalino: autoritratto con personaggio, in «Nuove Effemeridi», a. V, n. 18, 1992/II, pp. 17-33.
 
Bufalino-Scrausi = G. Bufalino, Una lettera, in Accademia degli Scrausi, Parola di scrittore, a cura di Valeria Della Valle, Minimum Fax, Roma 1997.
 
Bufalino-Trecca = Gesualdo Bufalino, intervistato in Michele Trecca, Parola d’autore. La narrativa italiana contemporanea nel racconto dei protagonisti, Argo, Lecce 1995.
 
Coletti = Vittorio Coletti, Storia dell’italiano letterario. Dalle origini al Novecento, Einaudi, Torino 1993.
 
Della Valle = Valeria Della Valle, La lingua di Gesualdo Bufalino, in «Studi linguistici italiani», diretti da Arrigo Castellani e Luca Serianni, a. 1991, vol. XVII, fasc. II, pp. 282-294.
 
Essere = Conversazione con Gesualdo Bufalino. Essere o riessere, a cura di P. Gaglianone e L. Tas, Omicron, Roma 1996.
 
Iovinelli = Alessandro Iovinelli, Il salto oltraggioso del grillo. Saggi di narrativa e cinema, Albatros, Roma 2010.
 
Onofri = Massimo Onofri, La letteratura siciliana tra realtà e metafora, in Storia generale della letteratura italiana diretta da N. Borsellino e W. Pedullà, vol. XIV, Federico Motta ed.-Editoriale L’Espresso, Milano-Roma 2004, pp. 806-860.
 
Pomilio = Tommaso Pomilio, Le narrative generazionali dagli anni Ottanta agli anni Novanta, in Storia generale della letteratura italiana, diretta da N. Borsellino e W. Pedullà, vol. XVI, Federico Motta ed.-Editoriale L’Espresso, Milano-Roma 2004, pp. 636-681.
 
Serianni = Luca Serianni, La prosa, in Storia della lingua italiana, a cura di L. Serianni e P. Trifone, Einaudi, Torino, 1993, vol. I.
 
Testa = Enrico Testa, Lo stile semplice. Discorso e romanzo, Einaudi, Torino 1997.
 
Zago = Nunzio Zago, Bufalino, fedeltà e letteratura, in Conversazione con Gesualdo Bufalino. Essere o riessere, a cura di P. Gaglianone e L. Tas, Omicron, Roma 1996.
 
 
 
 
 
 
Immagine: Gesualdo Bufalino.
Crediti: fotogramma dal documentario Rai L'altro '900 - Gesualdo Bufalino.

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