16 luglio 2017

Szymborska, il “miracolo normale” delle parole

La poetessa Wislawa Szymborska (1923-2012 http://www.railibro.rai.it/ ), morta il 1° febbraio scorso, non scriveva in italiano, scriveva nella sua lingua madre, il polacco. Se però leggiamo le sue poesie tradotte in italiano, non sentiamo il salto culturale e linguistico tra i due sistemi e codici di partenza e di arrivo, che spesso si percepisce come una sensazione di falsa trasparenza, di rifrazione ingannevole della luce. Grazie alla forza del proprio dire, limpido e denso insieme, sentiamo nostro – appartenente a un “noi” collettivo, un “noi” che comprende tutta la specie umana e ce la fa sentire madre e sorella – lo sguardo sul mistero della vita che la poesia della Szymborska ha acceso; sentiamo nostro, ad ogni passo incerto, nel momento del dubbio, quel piccolo enorme non so («Parole che estendono la nostra vita in territori che si trovano in noi stessi e in territori in cui è sospesa la nostra minuta Terra», Il poeta e il mondo, in W. Szymbosrska, Vista con granello di sabbia, nuova edizione riveduta, Adelphi 2008, p. 17); sentiamo nostra la meraviglia che può dischiudersi, nel dolore o nella gioia, quando la poesia svela che la realtà opaca di tutti i giorni, vista con occhi nuovi, non c’è, «un simile mondo ovvio non esiste affatto» (Il poeta…, cit., p. 19), perché «nel linguaggio della poesia, in cui ogni parola ha un peso, non c’è più nulla di ordinario e normale» (Il poeta…, cit., p. 19).

 

Marchesani, il traduttore
 
Non è normale, forse, ma la lingua in cui la poesia di un poeta vero è scritta è la stessa in tutte le lingue del mondo. Insomma, la Szymborska “parla” italiano, così come parla tutte le lingue del mondo – perfino il polacco. Ogni volta, ad ogni vascelletto di parole da immergere nel flusso della traduzione editoriale, c’è un amico o un’amica che aiuta la poetessa a (di)spiegare il canto nelle tante lingue acquisite. «Del resto – ha scritto Giovanni Nadiani in questo Portale ( https://www.treccani.it/Nadiani.html ) –, il traduttore in quanto tale è il primo, vero lettore critico dell’opera da tradursi e, dunque, sa cosa cercare, verificando quantitativamente le ipotesi e strategie di lavoro criticamente individuate e le concrete opzioni traduttive realizzate. Soltanto così facendo egli potrà suffragare la sua “poetica traduttiva”, tesa all’incontro con la “poetica autoriale”, con dati empiricamente verificabili, liberandola una volta per tutte dal persistente alone di inattingibile numinosità che poco ha a che fare con quell’artigianato della parola che, tutto sommato, resta la traduzione editoriale». Perfetto: piace pensare a Pietro Marchesani (1942-2011 http://www.railibro.rai.it/ ) come a un artigiano della parola che tenta di affrontare in nome e per conto di noi tutti l’insidiosa levità stupita della poesia della Szymborska, restituendo i sensi della sua «leggerezza mentale» e della sua «leggerezza espressiva» (P. Marchesani, Una pensosa leggerezza, postfazione alla raccolta cit. Vista con granello di sabbia, p. 232).
 
«Un miracolo normale»
 
La poetessa sa come fare. L’acciarino della lingua in una mano, la pietra focaia delle immagini nell’altra, in testa il fine di creare la fiammella di una nuova realtà che incenerisca, anche soltanto per un attimo, ma eternizzato, il sentimento comune della realtà vissuta come velo opaco che si auto-produce: ecco la poetessa che si accinge all’opera. L’ironia fa scintille, la illuminazione di una nuova realtà deriva dal lavorìo sul tessuto di un linguaggio apparentemente «ordinario e normale», colloquiale e transitivo, cadenzato su toni discorsivi, ricamato su modi di dire e trivia, cullato da una certa accattivante cantilena elencatoria e dalle riprese anaforiche, ma risolto in accostamenti ossimorici e in parallelismi e antitesi (un miracolo comune, un miracolo normale, in La fiera dei miracoli, dal volume omonimo, edito da Scheiwiller nel 1993; basta che si parli / di qualcuno accanto a qualcuno / o di qualcosa accanto a qualcosa, // di Pierino che ha il gatto / o che non ce l’ha più, in In effetti, ogni poesia, da Due punti, Adelphi, 2006). La poesia comincia e subito per incanto si scioglie inuna ostensione di evidenze presentate come tali e smascherate come apparenze (o viceversa). È questione di un attimo: «In effetti ogni poesia / potrebbe intitolarsi “Attimo”» (questo l’attacco della citata In effetti, ogni poesia). Quell’attimo da cogliere per aprirsi a una sorta di epifania («Potessero i miei versi aiutare il lettore a dimorare nell’“adesso”», scrive in sintonia con l’amica l’altro Premio Nobel polacco per la letteratura (1980), Czesław Miłosz, in Il cagnolino lungo la strada, Adelphi 2002, p. 31). Lo sguardo che coglie l’attimo attraversa tutte le composizioni, brevi o lunghe, dalla prima raccolta ammessa nel proprio canone dall’autrice stessa, Appello allo Yeti (1957), fino all’ultima edita, Due punti. Da quando, succeduto alle nere fumate della tragedia nazista, il “socialismo reale” si impalca, prima illudendo le anime speranzose (come la stessa Szymborska, giovane militante fiduciosa), poi emarginandole perché troppo libere nel pensiero e nella parola (come la stessa Szymborska, dimessasi dal Partito verso la metà degli anni Sessanta), la voce della poetessa rimane inconfondibile, fino al riconoscimento del Premio Nobel per la letteratura (1996) e oltre: «Inconfondibile è la sua capacità di interrogarsi – in modo sempre uguale, eppure sempre nuovo e diverso – sui fondamentali problemi dell’esistere (l’altro, la vita, l’amore, la morte), muovendo dalla concretezza delle cose, delle situazioni e dei sentimenti, e di farne scaturire sorprendenti, inattesi sensi e implicazioni» (P. Marchesani, Una pensosa leggerezza, cit., p. 231).
 
«Due esseri che vogliono vivere»
 
Che cosa torna a noi dal mondo riletto in forma di poesia? La scoperta dell’indefinitività dei contorni del reale, la sospensione delle certezze acquisite, la rivincita dell’attimo che si fa assoluto e universale. Ci torna tanto, dunque, e attraverso un raffinatissimo poco; un poco fatto di un pugno di versi che, sollevati gli occhi dalla pagina, ci fa dondolare il capo ammirati, mentre mormoriamo con mezzo sorriso sulle labbra: «è proprio così».Come in Avvenimento (in Due punti), che presenta la scena atemporale, astorica, archetipica dell’inseguimento di un’antilope da parte di una leonessa:
 
D’un tratto la beata immobilità viene turbata.
Due esseri che vogliono vivere scattati nella corsa. (vv. 8-9).
 
La poetessa osserva quanto accade: e se non fosse… e se non fosse… se non fosse… Nell’anafora si rapprende in tre vivide sequenze di immagini la geometrica potenza degli eventi, la terribile meraviglia della meccanica naturale. Qui, dunque, si innesta il rovello del pensiero, la domanda che merita continuamente i “due punti” dell’elaborazione umana sul senso dell’esistenza:
 
Alla domanda – di chi è la colpa,
nulla, solo silenzio.
Incolpevole il cielo, circulus celesti.
Incolpevole la terra nutrice, terra nutrix.
Incolpevole il tempo, tempus fugitivum.
Incolpevole l’antilope, gazella dorcas.
Incolpevole la leonessa, leo massaicus.
Incolpevole l’ebano, diaspyros mespiliformis.
E l’osservatore che guarda con il binocolo,
in casi come questo,
homo sapiens innocens . (vv. 22-32).
 
 
 
 
 
 
 
 
Immagine: fotogramma dal documentario End and BeginningMeeting Wislawa Szymborska di John Albert Jansen (2011).

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