12 settembre 2012

Autori di refusi, refusi d'autore

Da quando la videoscrittura e i programmi di correzione automatica hanno alleggerito le case editrici e le imprese editoriali della necessità di stipendiare schiere di bravi correttori di bozze, nei libri è possibile trovare fitte foreste di refusi. Ancor più refusi, naturalmente, s'affoltano nelle pagine in linea degli organi di informazione, che rincorrono con la lingua a penzoloni la notizia più fresca o l'aggiornamento immediato, a costo di incorrere non soltanto in strafalcioni ortografici, grammaticali e micro-sintattici, ma anche in vere e proprie bufale: la stessa notizia pubblicata in tempo reale in un certo modo alle ore 8, si ritrova quasi capovolta nei contenuti e nel senso finale alle ore 10, quando qualche verifica (oggi lo chiamano fact checking  'verifica del fatto' e qualcuno ne rivendica la necessità come pratica e disciplina di controllo sociale delle notizie da parte dei non addetti ai lavori) ha dimostrato, di fatto, che forse non era il caso, all'inizio, di dare credito e dignità di pubblicazione al possibile spacciandolo per certo.
 
Il tipografo Johannes
 
Tornando ai refusi, viene in mente il personaggio principale del racconto Tragico di Herman Hesse, ossia «il fedele tipografo» Johannes «dalla barba bianca [...] che lavorava da molti anni nel giornale» e «non solo era persona simpatica e degna di stima, ma anche uomo di cultura, uno scrittore che nel periodo premoderno era stato molto apprezzato, quasi famoso». Siamo nella Germania degli inizi del Novecento e Johannes, ogni anno, mesto ma fermo, fa visita al solito giovane e accondiscendente redattore, sciorinando le sue doléances sul sempre peggiore stato di salute della lingua materna, tartassata dalle nuove generazioni di giornalisti in modo tanto grave da non consentire più al tipografo di intervenire, motu proprio, sulle lastre di piombo per correggere i troppi «veri e propri errori» e porre rimedio alle «imprecisioni grossolane lasciate stare», segno ed effetto della «completa indifferenza anche nei confronti delle regole fondamentali della logica grammaticale». La missione di salvare il «sacro spirito del linguaggio» meriterebbe un aiuto dall'alto, da parte del redattore, così comprensivo con lui, sostiene Johannes. Ma è chiaro che, per il redattore, Johannes è soltanto un tenero e un po' imbarazzante caso umano: pacca sulla spalla, ringraziamento per tanta fedeltà, rassicurazione sorridente e via.
 
Financo tra i futuristi
 
Si ripensa a Johannes spesso, sfogliando un libro stampato in Italia (il discorso vale anche all'estero, però, laddove il motore della macchina editoriale lavori a pieno regime). Uno apre, per esempio, il volumetto Bur Manifesti futuristi, un'utile raccolta messa insieme nel 2009, in occasione del centenario della storica avanguardia artistica italiana e internazionale, ed è costretto ad annotare 10 refusi in 31 pagine d'introduzione, introduzione perdipiù d'autore (Guido Davico Bonino). Se anche i refusi fossero scappati dalla penna o dalla digitazione dell'autore (può succedere), quale redazione si è preoccupata di un'accurata rilettura? Tra l'altro l'effetto è particolarmente sgradevole, perché la prosa di Davico Bonino è coltamente letteraria (spiccano l'uso di varianti come financo e l'appropriata attivazione del dimostrativo codesto) e ha molto da perdere dalle improvvise ragnature che offuscano la coesione formale.
 
Pulp illetterato?
 
La prosa di Davico Bonino riemerge quasi come un nobile fantasma dal castello della letterarietà tradizionale italiana: come appare, viene incatenato alla ferraglia dei refusi, che sembra intendano dichiararne l'inattualità di modello di scrittura altoloquente. In realtà, anche la letteratura minimalista dei recenti anni Ottanta, quella massimalista e ipermedia dei “pulpistici” anni Novanta, quella vagamente orientata alla restaurazione delle forme consone «al romanzo benfatto e a una lingua sobriamente tradizionale o – al più – moderatamente letterata» (Giuseppe Antonelli, p. 14) sono, a loro modo, ciascuna con le proprie caratteristiche, mondi estetici e linguistici dotati di coerenza e regolarità interne ben individuabili. Anche quando, in apparenza, sembrino sconvolgere la lingua e la letteratura, in realtà sconvolgono – se sconvolgono – soltanto modi, forme e tensioni della tradizione cui si collegano, di fatto o di diritto contrapponendovisi. In ogni caso, a certi critici, sembrarono incolti e illitterati molti dei narratori affermatisi nel corso degli anni Novanta, mentre molti di loro stavano ricercando strumenti diversi, parti di ottiche (nel senso di 'complessi di lenti e prismi') in grado di individuare nuove mediazioni formali.
 
«I mali usi e gli abusi pessimi»
 
Sgrammaticature impervie, filiere sintattiche ipnotiche, retoriche dell'accumulo e della diffrazione elencatoria, mulinelli a spirale di ripetizioni, dislocazioni logico-sintattiche che ricantano in falsetto una costruitissima idea di oralità (anche semi-dialettale) ci sono venuti incontro dalle pagine di Nove, di Santacroce, di Nori, di Cavina e di altri. Anche qui, l'industria editoriale della fretta non ha fatto mancare rovi e spini di refusi, complicando la vita a chi cerca tracce di autorevolezza modellizzante, anche sotto il profilo dell'uso della lingua, nella pagina letteraria. Tale autorevolezza, però, è perduta da tempo e fa quasi tenerezza, oggi, leggere pagine di una quarantina d'anni fa in cui un bravo lessicografo e divulgatore come Aldo Gabrielli, quasi a ogni piè sospinto, amava «scomodare artisti di fama» (p. 47), citando brani di letteratura, tratti da Bontempelli, Bacchelli, Cecchi, Cardarelli, per avvalorare i corretti usi della lingua.
Proprio uno di questi scrittori, Riccardo Bacchelli, piace citare per concludere, senza nostalgia, ma certo con una punta di ammirazione, che la prosa d'arte d'un tempo poteva dire cose impegnative facendole galleggiare su nuvole di parole: «E poi che i mali usi e gli abusi pessimi che si fanno del linguaggio sono quelli dell'inganno, la falsificazione altrui e la propria infatuazione, ma il noiosissimo è quello di ridire ciò che tutti sanno, in fatto di linguaggio rimando ai trattati d'estetica, fermo restando che per me parole e linguaggio fuor di pensiero e sentimento non esistono».
Per sentimento estremo della sacertà della lingua violata, successe poi che «nella sala di composizione, appena terminato di comporre un quarto di colonna pieno di errori inauditi, il vecchio Johannes si ripiegasse sul suo manoscritto con un gemito di dolore e morisse un'ora più tardi».
 
Testi citati
 
Giuseppe Antonelli, Lingua ipermedia. La parola di scrittore oggi in Italia, Manni, Lecce 2006.
 
Riccardo Bacchelli, Linguaggio, in AA. VV. Voci d'autore. Cento e più parole genialmente interpretate da..., a cura di Renzo Martinelli, postfazione di Giovanni Falaschi, pp. 224, p. 103.
 
Aldo Gabrielli, Si dice o non si dice? Guida pratica allo scrivere e al parlare, Oscar Mondadori, Milano 1976.
 
Herman Hesse, Tragico, in Racconti, trad. di Marina Bistolfi, intr. di Ferruccio Masini, Oscar Mondadori, Milano 1986, pp. 290, pp. 39-52.
 
Manifesti futuristi , a cura di Guido Davico Bonino, Rizzoli/BUR (“Pillole”), Milano 2009.
 
 
 
 
 
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