28 marzo 2013

Le voci sperimentali del Gruppo 63

«Degli inizi non si è mai contemporanei», diceva il critico letterario Guido Guglielmi (1930-2002), fratello di Giuseppe, traduttore e poeta (1923-1995), e di Angelo, esponente di punta del Gruppo 63 (prima di approdare, in età più tarda, alla direzione di Rai 3 e alla presidenza dell'Istituto Luce).

Della cosiddetta neoavanguardia si può dire, viceversa, che, in qualche modo, fu immediatamente contemporanea, con forza ideologica e abilità di autopresentazione pubblica (forse questa fu l'unica vera cifra a far pensare alle avanguardie storiche), sin dal primo gliuommero di riunioni che si intrecciarono nell'ottobre di cinquant'anni fa nei locali dell'hotel Zagarella di Palermo e dal quale uscì in veste pluritaglia il nuovo abito dello sperimentalismo letterario e linguistico italiano. In realtà, Palermo è già il frutto di un'attività letteraria e intellettuale in corso da anni.

 

«Il Verri» di Luciano Anceschi

 

La contemporaneità di alcune voci che si ritrovano a Palermo è già chiaramente espressa nell'antologia poetica I novissimi, edita nel 1961, con prefazione di Alfredo Giuliani (1924-2007), uno dei poeti-idéologues del Gruppo (insieme con Guglielmi e Renato Barilli, senza dimenticare Umberto Eco), e testi di Giuliani stesso, Edoardo Sanguineti (1930-2010), Elio Pagliarani (1927-2012), Nanni Balestrini, Antonio Porta (1935-1989).

Già però le piccole edizioni Magenta di Varese e la rivista «Il Verri», nata nel 1956 e diretta da quello spirito illuministicamente aperto che fu Luciano Anceschi, ospitano traduzioni e produzioni di opere sperimentali.

I nsomma, la neovanguardia è subito profeta in patria, sebbene per dissonanza cognitiva e poetica con il sistema e la produzione letteraria del tempo. E in contrasto con le dinamiche organizzative, ben lontane dallo spirito degli orticelli consolidati delle scuole e delle scuderie editoriali di riferimento, dall'ermetismo al neorealismo, dalle riviste cattoliche a quelle marxiste, dalla nascente narrativa d'autore, ma di successo, dei Cassola e dei Bassani – sbeffeggiati come "Liale" dai neoavanguardisti –, al crocianesimo einaudiano di tanta cultura laica non marxista: i più attivi e determinati aprivano e chiudevano porte, decidevano dopo confronti, discussioni aperte e continue verifiche, contrasti ideologici e umorali, includevano ed escludevano. L'ambiente era davvero aerato? Secondo Michele Perriera, uno sperimentalista che, secondo alcuni intellettuali siciliani dell'epoca, partecipi del "nuovo", venne ben presto emarginato (così come, subito, fu tagliato via il più anziano Edoardo Cacciatore), regnava nel Gruppo 63 «un tanfo da camerino» . Dall'altra sponda, "continentale", Edoardo Sanguineti, anni dopo, ha intinto il calamo nel veleno: « A molti, quando nacque il Gruppo 63, parve propizio saltare sulla nostra barca, salvo poi pentirsi quando capirono che si mettevano in conflitto con il cosiddetto establishment. Ma non eravamo certo noi a porre dei veti».

 

«Una rivolta dall’interno dell’establishment»

 

In realtà, sembra che il Gruppo 63 sia contemporaneo ancora oggi, ad onta di autorevoli pareri contrari, come quello del poeta e scrittore Giuseppe Conte : «Il Gruppo 63 mise insieme singoli protagonisti. Ma in sé non produsse neppure un manifesto, mentre le Avanguardie storiche ne avevano fatto una stupenda scorpacciata, e in quanto Gruppo promosse una rivoluzione impiegatizia, dall'interno del sistema, senza bohème, dominata dal sarcasmo, aliena dalle passioni».

Del resto, uno dei protagonisti di allora, Umberto Eco, è più chiaro ancora di Conte: «Ciascuno di noi, a trent’anni, aveva già pubblicato uno o due libri, era ormai inserito in quella che si chiamava allora l’industria culturale, e con mansioni direttive, chi nelle case editrici, chi nel giornali, chi nella Rai. In questo senso il Gruppo 63 è stato l’espressione di una generazione che non si ribellava dal di fuori bensì dal di dentro. Non è stata una polemica contro l’establishment, è stata una rivolta dall’interno dell’establishment, un fenomeno certamente nuovo rispetto alle avanguardie storiche» (Prolusione, da AA.VV., Il Gruppo 63, quarant'anni dopo: Bologna, 8-11 maggio 2003, atti del Convegno, Pendragon 2005, pp. 367; l'intervento di Eco è alle pp. 20-43).

Per chi si cibava di Adorno e Marcuse, del resto, era chiara l'impossibilità di opporsi frontalmente, nella società neocapitalistica, a un sistema che era dotato di mimetica capacità di riassorbimento.

Contemporaneo, si potrebbe dire a questo punto, è il Gruppo 63 in questa consapevolezza di non potersi muovere altrimenti che all'interno e dall'interno del sistema letterario ed editoriale vigente – pena, viene da pensare, la marginalità e l'inconcludenza –. Contemporaneo, forse anche, nell'unico altro senso che è possibile per un Gruppo costituitosi per l'appunto non come avanguardia organizzata, ma come vortice di esperienze accomunate da un disegno sperimentale di forte messa in discussione dell'esistente: nel senso di funzionare come vasto repertorio dinamico per la lingua e l’intelletto di singole personalità, ben oltre i confini cronologici della neoavaguardia.

 

 

«L'uso "arbitrario" di spezzoni di lingua»

 

La cornice ideologico-poetica è, a rileggerla ora, semplice e drastica: la «comunicazione della negazione della comunicazione esistente». La poesia (come la narrativa) deve adottare uno sperimentalismo che «non abbia valore espressivo, ma attraverso l'uso "arbitrario" di spezzoni di lingua nei suoi varii registri, mimi e disrugga l'uso sociale della medesima mettendone così in evidenza la funzione mistificatoria e alienante» (Pier Vincenzo Mengaldo, Storia della lingua italiana. Il Novecento, Il Mulino 1994, p. 243). C'è qualcosa di funereo, di tragico, in realtà, nel ludismo filologico che questo o quell'esponente (quasi tutti uomini) del Gruppo 63 mette in campo. Il vampirizzato fa (quasi) il verso del vampiro, intendendo fare il verso al vampiro. In questo senso, è inutile prendersela con un'avanguardia che non fu un'avanguardia: «lo scrivere sperimentale non può essere che individualistico, fuga dalla norma e da ogni codificazione, capriccio o arbitrio non giudicabile su alcun metro o davanti ad alcun tribunale [;] ecco che il "gruppo", come in un primo momento si era proclamato, si scisse presto in una pluralità di soluzioni monadistiche» (Maria Luisa Altieri Biagi, in M. L. Altieri Biagi-G. Devoto, La lingua italiana. Storia e problemi attuali, ERI 1968, p. 286). Proprio in questo individualismo, teso alla dimostrazione della negatività della comunicazione alienata e alienante, sta forse l'aspetto meno innovativo del Gruppo 63, vale a dire la sua disposizione intellettualisticamente aristocratica al trattamento dell'istituto linguistico.

 

L'assurdo dell'alienazione quotidiana

 

Di là dalle valutazioni sul significato storico da assegnare al Gruppo 63, restano i meriti, variamente giudicati, dei singoli, per quello che mostrarono allora e per quanto scrissero poi, prendendo nuove vie dai sé stessi di allora, senza peraltro mai sconfessarli. C'è chi pensa a Sanguineti, Porta e Pagliarani come ai più validi – e nella varietà del pensiero, della parola e degli stili dei tre autori v'è forse il miglior tributo alla vicenda del Gruppo 63 –.

Poi, a brandelli, si può esemplificare qualche colore della tavolozza del Gruppo 63, spremendolo dal tubetto del singolo.

C'è chi, come Lamberto Pignotti , mostra l'assurdo dell'alienazione quotidiana che sovra-impone il proprio linguaggio a quello della comunicazione quotidiana, eliminando ogni soffio di vita e affettività («Poesie è la mutandina-guaina invisibile! / Poesie slancia, delinea, snellisce, senza comprimere»). E chi, come Sanguineti, mette in pagina l'apocalissi della lingua, riassorbita in un magma che fonde termini tecnici moderni e latino medievale («si impone e oscilla lo spettro maschile con voce telefonica / (sed omnis emissio dice) dalla casa di giuoco / il compasso scottante io che colloco in calde comunicazioni prenotabili / gli opprimenti (humoris canalis) ed enfiati prenotabili fantocci continuamente»). Pagliarani, col suo «realismo d'avanguardia» (Walter Siti), riproduce, tramite accostamenti metonimici, l'esistente che scorre, evitando metafore e analogie in quanto tradizionali strumenti della costruzione retorica del discorso poetico («Mi disse vado in Francia ero offeso indignato / nell'abito da ballo con un fiore d'organza slabbrato sul petto / le consigliai di toglierlo mi disse non posso perché copre uno strappo / quando veniva a dormire a casa mia / a mezzogiorno si usciva insieme il portiere / chissà cosa pensava con quell'abito da ballo»). Porta, invece di lavorare sul significante, col suo «linguaggio d'eventi» (Alfredo Giuliani) raggela segmenti d'enunciazione prima che possano collegarsi l'un l'altro dando vita a un discorso sensato sulla realtà che, viceversa, risulta composta di un coacervo di spezzoni drammaticamente irrelati («L'esplosione dell'albero, estate, il castello carico di storia: / la passeggiata del granduca, libri, umanisti; cani / corrono il gran parco, / un alterco più dietro... / Per la strada al passaggio impietrì / della giovane musa, ostinato / l'inseguì, poi, sicuro di non raggiungerla»).

 

«Quindici» e Sessantotto

 

Il dialogo animato e non dogmatico tra gli sperimentalismi individuali che animò la stagione del Gruppo 63 finì quando si pose per gli intellettuali e gli scrittori il problema di assumere su di sé l'impegno pubblico e politico. Il Sessantotto era lì, la rivista «Quindici» catalizzò discussioni, evidenziò e radicalizzò differenze di posizioni che preesistevano ma trovavano ora una lampante cartina di tornasole per manifestarsi. Vi furono, allora, e soltanto allora, proclami avanguardistici, ma quel che restava del Gruppo si ruppe e frammentò, decretando coscientemente la fine della propria storia.


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