16 luglio 2017

La storia delle parole, a parole

È stato Jorge Luis Borges – piace sempre ricordarlo – a elencare “chi trova con piacere un’etimologia” tra coloro che, senza saperlo, “stanno salvando il mondo”.
L’etimologia (parola antica: già usata nel Duecento da Guidotto da Bologna) è propriamente lo studio dell’origine delle parole, si sa. Ed è la corsa a ritroso del presente linguistico fino al passato di passaggio: il momento in cui, da una lingua, una parola è passata in un’altra, modificandosi attraverso i suoni di chi l’ha accolta; oppure cambiando la sua natura attratta dall’opposto di un contrario. O ammorbidendo le proprie asprezze nel deflusso innocuo e rasserenante di una generalizzazione. Chi si offenderebbe più, ormai, sentendo definire testa la propria testa, anche se in origine c’era una differenza sostanziale tra “caput” e ‘un vaso di coccio’. E anche se – vista la “tragedia d’uso” che ne è stata fatta – non è proprio la parola più elegante del mondo, chi coglie più in fregare il riferimento osceno di partenza che divertiva gli spettatori del Cinquecento?
Se è vero che la lingua c’è e si muove, l’etimologia è uno studio ricostruttivo di coreografie: un modo per ricreare la danza antica delle parole dai primi passi mirati fino alle evoluzioni immediatamente individuabili dei nostri giorni. Magari commuovendoci, per quell’antico “muoversi di qua e di là” del francone *dintjan da cui – è proprio il caso di dirlo – le danze sono cominciate.
Se è vero che ogni parola ha una sua storia fatta di storie intrecciate, quello che vi viene chiesto, adesso, è di contribuire a raccontarle bene: scegliendo le affermazioni vere tra le altre. Senza fidarsi dei falsi amici che spiegano; e con il giusto rispetto – se possibile – per il lungo viaggio migrante che le parole hanno affrontato, nello spazio e nel tempo, da una lingua all’altra, da un popolo all’altro. Spesso rifiutate, in partenza. Fino a diventare però – fortunatamente – ‘ricchezza e premio’ della lingua d’arrivo.
 
1. Staffa
 
A. «Il bicchiere della “staff”, no? Quando ci si riunisce con un gruppo di persone e si conclude la riunione con una bevuta, per ratificare un patto…».
B. «L’espressione ‘perdere le staffe’ viene dalla particolarità di alcuni pantaloni da uomo… perché, anticamente, erano allacciati con un tipo speciale di bretelle, le staffe, appunto… Che, una volta perse… Insomma: l’espressione vuol dire ‘trovarsi in balìa di tutto’… ‘essere indifesi’, capito?».
C. «Ma come fai a non capire?... Te l’ho già detto che tieni il piede in due staffe… O sei dalla mia parte, o sei dalla sua… … No, no. Se proprio vuoi saperla tutta, è la peggior forma di ipocrisia che io abbia mai visto…».
 
2. Geloso
 
A. «Gelosìa è una parola chiara: viene da gelo. Proprio per il ghiaccio che afferra le vene di chi è geloso, una sorta di paura ‘fredda’ che lo getta nel panico. Pensa: la ‘freddatura’ dell’amore… Pensa quanto è strano: chi è geloso si vanta di esserlo per passione: e invece è solo una persona fredda…».
B. «Le gelosìe, le persiane a grata, in sostanza… Sono state ideate in Medio Oriente. E nell’antichità venivano costruite con listelle di gelso… Da qui, arrivando in Europa intorno alla fine del X secolo, sono diventate *gelsarie poi *gesolìe e infine gelosìe… Ma la ‘gelosia’ non c’entra niente…».
C. «Geloso è chi esagera, sai. Chi è ‘più realista del re’, come si dice… … Tu, per esempio. Sei geloso perché non ti fidi di lei e… e comportandoti così eccedi. E non m’importa che tu ti nasconda dietro la scusa dell’eccesso d’amore… Esageri, fidati di me…».
 
3. Ciao
 
A. «Ai mondiali di Italia ’90 il nome della mascotte, “Ciao”, è stato scelto per due motivi. Perché ciao ormai è una parola internazionale conosciuta in tutto il mondo. E poi perché ciao viene da *chiao e *chiaio, forme medievali per clāru(m)… L’augurio di una giornata ‘luminosa’, anticamente… E anche di ‘chiarezza’ della manifestazione, volendo».
B. «Sei stato a Catania?... Quando?... E lo so, lo so. No… No. Non ironizzare tanto… sì, è così, ‘servo vostro’ è in pratica il corrispettivo di ‘ciao’, sai… Solo che oggi non ci facciamo più caso…».
C. «Nel medioevo, salutandosi, c’era l’usanza di accomiatarsi augurando l’aciāriu(m), il vero e proprio ‘acciaio’ (della lama). Una sorta di augurio apotropaico: come il moderno “in bocca al lupo”: ci si augurava – esorcizzando il pensiero – di venir trapassati da una spada o da un pugnale… Ma solo per scongiurare ritualmente un pericolo possibile. Da *acciàro si è avuto *acciào e poi ciào».
 
4. Precario
 
A. «Precario è come gregario: è attraverso il suffisso che si concretizzano i termini. Quindi da precausitas (‘inutilità, inefficacia, ecc.’) e crecausitas (‘limitatezza, mediocrità, ecc.’) abbiamo i derivati precarius ‘inutile’ e *crecarius/gregarius ‘limitato’, solo aggiungendo –arius».
B. «Precario – e di conseguenza precariato e tutte le parole simili – vengono dal latino praeclarus ‘molto famoso’ o anche ‘illustre per le sue doti, per la sua fama’ e simili. La curiosità viene dal fatto che la moderna precarietà nel senso di ‘incertezza’ nasce da uno slittamento di significato. Attraverso l’idea della vanitas vanitatum, della sostanziale fugacità delle glorie terrene, la vetta della fama è stata quasi da subito identificata con la ‘provvisorietà’ e l’‘instabilità’. I rovesci della fortuna, insomma, incarnati nel significato moderno».
C. «Precario è correlato con prece ‘preghiera’: e viene dal latino precārium ‘ottenuto attraverso le preghiere’, o, meglio: concesso ‘per grazia’. Da qui l’idea di temporaneità data dalla componente – si creda o non si creda – aleatoria e ingestibile delle preghiere».
 
5. Busillis
 
A. «Busillis viene dall’inglese tardo-ottocentesco Bus-to-Hills, ‘il bus (l’autobus) per le colline’; uno dei primi esperimenti di trenini elettrici per pendolari fatto nel Devonshire. Una volta penetrato in Italia con il ‘mezzo’, il termine (per poca conoscenza dell’inglese) si è trasformato in busillis. Ed ha assunto metaforicamente il significato di ‘questione che va per le lunghe’, che ‘procede con lentezza’».
B. «Busillis vale ‘difficoltà’ proprio perché ricorda – nella sua storia etimologica – l’errore di un oscuro traduttore dal Vangelo che, di fronte alla scrittura continua di indiebusillis (in diebus illis, ‘in quei giorni’), lesse Indie Busillis. Traducendo Indie ‘Le Indie’ e arrestandosi poi, perplesso, in cerca della corretta versione della sconosciuta parola busillis».
C. «Dal nome (latino) della città di Busille, ora distrutta, in Marocco: che, a causa delle correnti marine fortissime di poco al largo del suo porto, era di difficile attracco per tutte le navi romane in rotta verso il già terrorizzante scenario delle “Colonne d’Ercole”. Busille come Trebisonda; una difficile da raggiungere, l’altra: punto di riferimento».
 
6. Pizza
 
A. «Ma pensa tu! La pizza viene dalla Germania!... Sì, cioè… Non proprio l’alimento, ma l’origine antichissima della parola è germanica… da bĭzzo o pĭzzo… che: pensa le parole!… Dal significato di ‘morso’ è passato a ‘boccone’, poi ‘pezzo’, ‘pezzo di pane’, ‘focaccia’… Tutto mi sarei aspettato, ma che la parola italiana più diffusa nel mondo fosse d’origine tedesca… be’, questo proprio no…».
B. «Dal cinese pi-thy-za, letteralmente ‘ruota bianca’, si è poi avuto *pitìzza e pizza più o meno intorno al XIII secolo. Con Marco Polo sono arrivati in Italia gli spaghetti (piatto cinese) e la *pitizza (una focaccia cinese fatta con acqua e farina)».
C. «La pizza era originariamente una cialda croccante preparata come dono votivo ad Apollo Pizio (dal greco antico pytthia, ‘focaccia di Apollo’). Dalla Grecia attraverso la Magna Grecia (prima in Sicilia, poi nella zona del Salento e lungo la costa adriatica) la pizza si è diffusa perdendo le sue componenti sacrali».
 
7. Cattivo
 
A. «Per capire bene l’etimologia di cattivo nel senso di ‘contrario alla legge morale’, ‘malvagio’ ecc. bisogna ipotizzare un altro termine significativo che poi è andato perduto. C’è bisogno di un’antica specificazione. Non è così semplice, sennò…».
B. «Cattivo è il gatto, per eccellenza. Dal latino cǎttu(m)/gǎttu(m) e cǎtta(m)/ gǎtta(m), l’aggettivo tardolatino *cattivus da cui deriva l’italiano cattivo. Ne è una spia la sostanziale coincidenza tra l’immagine del Maligno e le sue fattezze di gatto nero…».
C. «Anticamente, il cattévo o cattèvo (da cui cattivo, già dal XIII secolo) era il timone delle navi a scafo piatto: in grado di permettere un’altissima velocità di gestione della manovra; esponendo però il timoniere ai molti errori dovuti alla poca stabilità dello strumento. “Fare il cattèvo/cattévo” voleva quindi dire ‘muoversi insidiosamente’, ‘oscillare pericolosamente senza controllo’».
 
8. Placebo
 
A. «Non è possibile. Altro che mass-media e summitLavabo e Placebo vengono dal francese e dall’inglese. Non è incredibile?... È per questo che sembrano anche nomi di gruppi rock…».
B. «Placebo è la parola spagnola che indica ‘il farmaco’, in generale; e in castigliano viene pronunziata pla-sì-vo. Passando dallo spagnolo all’italiano – assumendo tra l’altro un valore semantico più “attenuato” e ascrivibile all’àmbito dell’omeopatia – la pronuncia s’è fatta letterale, perdendo i connotati fonetici originali».
C. «La parola placebo viene dal nome del medico inglese Jonathan D. Placebow, il primo a studiare le componenti medicamentose dell’acido acetilsalicilico e a “commercializzarlo” con il nome – ormai universale – di aspirina».
 
9. Busta
 
A. «La prima attestazione di busta è in Sant’Agostino: “poenam bustam habitam” (lett., nel latino nordafricano di partenza, ‘avuta una punizione composita’). Qui busta(m), forma gergale aferetica di (ro)busta(m) vale ‘ripiegata’ e ‘multiforme’. Per un curioso – ma comune – slittamento oppositivo da ‘robusta’ a ‘malleabile’ (quindi ‘ripiegabile’, ‘multiforme’, ecc.) che s’è poi attestato dal Medioevo in poi come unico valore semantico».
B. «La parola busta è la forma ridotta del latino medievale (ar)busta: ‘ramoscelli’. Attraverso un processo metonimico lungo (a partire, più o meno, dal VI-VII secolo), si è passati dalla ‘causa’ (la legna) all’‘effetto’ (la carta prodotta) per identificare l’oggetto “che ne risulta”».
C. «Guarda che la buatta napoletana ha la stessa origine di busta. Una contiene i pomodori l’altra le lettere, ma sempre contenitori sono. … Te lo giuro… Ma sì… Guarda che la storia delle parole è democratica, sai…».
 
10. Zampogna
 
A. «La zampogna è lo strumento più antico. Da zampa (antico, probabile incrocio di gamba con cianca/zanca: ma l’etimologia è discussa), con l’aggiunta del suffisso –onīa(m): zampognìa ‘musica pedestre (suonata con i piedi)’. Dal tipo di musica allo strumento il “passo” è stato breve».
B. «Anticamente la zampogna era la sampaghnìa dei Greci (‘strumento di legno’, propriamente: ‘di pino marittimo’). Dal greco, per tramite siciliano, il latino medievale *sampenīa(m) e *samponīa(m). Fino alla prima attestazione del giullare aretino Baccio dei Castigli (1194 ca): “et era tucto sille(n)te ne (l)la via / sin ch’eo sonai pro meo / la zàmponnìa”».
C. «Guarda che la storia di zampogna testimonia dell’importanza dello strumento… Sin dall’antichità. Davvero. Era il simbolo dell’”armonia dei suoni”. La verità è che, nel “gioco dell’etimologia”, Mozart e Bach erano due zampognari».

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