16 luglio 2017

Prese di preposizione - 1

Immaginiamolo, Gerard Rohlfs: quando, durante l’ultima revisione, nel pieno della sua “Sintassi” (ultimo dei tre volumi della monumentale Grammatica storica della lingua italiana e dei suoi dialetti: Sintassi e formazione delle parole, a voler essere precisi) si prepara a rileggere, commentare, aggiustare, incasellare una dopo l’altra le “preposizioni” così come ce le regalano le varie rese “locali”, da lui minutamente registrate; o i testi della tradizione (uno spunto di Dino Compagni, una variante di Cecco Angiolieri). Le preposizioni (appunto). La “Diretta eredità latina”. Le “Innovazioni neolatine”.
Sì; perché non ci si può avvicinare alle preposizioni (proprie o improprie che siano) senza ricordare, prima e da sùbito, la loro inequivocabile fortuna analitica romanzesca.
Da brave ‘parti invariabili’ destinate a ‘determinare rapporti sintattici’, le preposizioni hanno assunto, una volta esplosa e dispersa la sintesi univerbata dei casi latini, uno dei ruoli principali nel gioco combinatorio della frase (delle frasi). E infatti eccole lì: minuscole e imprescindibili; forti della loro specificazione, votate alla limitazione e al moto verso luogo: le giunture formaliche collegano parola a parola in complementi.
E poi: si può evitare di accostare preposizione a proposizione? (l’errore primitivo: lo scambio di fonema di chi non sappia, ancora, aggiustarsi addosso una qualche ricostruzione etimologica; o una spiegazione ricavata dai libri in grado di aiutarlo nelle affermazioni). Un suono solo che accosta, mutando, la fisica quantistica delle parole alla relatività generale delle costruzioni sintattiche.
Le note sonanti che ci riportano agli albori delle premesse abbecedarie. Quando ancora le lettere si fondevano le une nelle altre e la penna si faceva pesante, sul foglio, quanto l’aratro del primo indovinello.
Così. Per tutti quelli che sin dalle elementari (se hanno avuto delle buone maestre; o maestri) recitano come uno scioglilingua diadà /inconsupertrafrà. Per tutti quelli chedurantela lettura (e la scrittura), insieme con i ricordi che gli s’affastellano contro, sono in grado davvero di separare una preposizione propria da una preposizione impropria: senza però cadere nelle spire di una locuzionepreposizionale. Per tutti loro, naturalmente; ma anche per chi non ha avuto le stesse sorti grammaticali, i glossogrammi che seguono.
 
1.
 
A. «Era lingua grammaticalmente perfetta, per il tempo, quella del manzoniano Bischetti. … Che in una lettera del 1857 scrive: “Io me ne stavo insieme a lui soltanto per rivedere, in quella luce d’ingegno, il maestro ch’era stato un giorno per me...” ecc. ecc.»
B. «Insieme con Gervaso erano arrivati, nella sua vita una volta tranquilla, tutti quei problemi che, con fatica, aveva evitato per anni e anni… (M. Bischetti)»
C. «“Nell’insieme a questo, Luigino si spaventò del tiringìro che gli aveva comportato Leonfranco: e se n’avvide di séguito, quando riprese a sospirare pegli starnuti…”»
 
2.
 
A. «Leone sedeva tra tre o quattro persone “per bene”, nulla da dire: ma questo non lo salvò comunque delle malalingue…»
B. «Carlo s’avvide dello spazio tra le case: una specie di via di fuga fra le facciate, che all’improvviso lo fece sentire libero e pronto a scappare…»
C. «Di regola, anche se sono perlopiù interscambiabili… tra fra e tra io, manzonianamente, preferisco fra…»
 
3.
 
A. «Da una cartolina ottocentesca ricavo la frase: “Allora ci vediamo alle quattro a viale Manzoni, signorina Roselli?”»
B. «L’appuntamento è alle cinque; in viale Europa. Al trentuno»
C. «L’appuntamento di viale Europa nelle cinque del pomeriggio, mi raccomando…»
 
4.
 
A. «Al di là di tutto, non ti sopporto proprio…»
B. «Di là da tutto, ti voglio proprio bene…»
C. «Al di là dal tutto, non c’è che dire: sei insopportabile…»
 
5.
 
A. «Nell’uso contemporaneo, il sistema più usato è il tipo “vado in Umbria”; “vado a Perugia”»
B. «Da sempre si usa in per indicare ‘moto a luogo’ con i nomi di città: i ‘modelli’ “se vai in Torino”; “se ritorni in Roma”: ed è tuttora l’unico uso corretto, per iscritto»
C. «In certi casi l’uso è obbligato: “entra a casa!” (non in casa); “fàtti venire a mente qualche idea!” (e non “in mente”) ecc.»
 
6.
 
A. «In alcuni casi la preposizione di può assumere, per così dire, un valore di denominazione: si pensi per esempio a espressioni come “la città di Roma”, “la città di Siena”, ecc.»
B. «In nessun caso la preposizione di può assolvere, per così dire, a una funzione denominativa… Di là dall’uso improprio dei parlanti, bisognerebbe scrivere esclusivamente “la città Roma”, “la città Siena” ecc. Specialmente in àmbito ufficiale…»
C. «In alcuni casi la preposizione di è funzionale al complemento di argomento: si pensi a espressioni come “oggi si parla di letteratura e di poesia con troppa facilità”; “si trovava da solo con i suoi occhiali d’oro”; “nessuno ci vieta di discutere di politica militante” ecc.»
 
7.
 
A. «Il tipo “certo, su loro la sfortuna s’è molto accanita…” è assolutamente scorretta»
B. «Il tipo “certo, su loro la sfortuna s’è molto accanita…” è corretta ed è anzi l’unica legittima»
C. «Il tipo “certo, su di loro la sfortuna s’è molto accanita…” è assolutamente corretta»
 
8.
 
A. «Nell’espressione “in fila per tre” la preposizione per è usata con valore distributivo»
B. «Nell’espressione “in fila per tre” la preposizione per è usata con valore limitativo»
C. «Nell’espressione “in fila per tre” la preposizione per non ha valore limitativo, certo; ma non ha neanche valore distributivo: com’è il caso, invece, del tipo “due per due” o “quattro per otto” ecc.»
 
9.
 
A. «La formula corretta dovrebbe essere: “del mese di gennaio si terrà la manifestazione” ecc. ecc.»
B. «L’uso corretto è, naturalmente, “nel mese di gennaio si terrà la manifestazione” ecc. ecc.»
C. «A lungo il costrutto “del mese di” è stato usato in luogo di “nel mese di” ecc. Ed è tuttora, in àmbito ufficiale, pienamente legittimo»
 
10.
 
A. «L’espressione “A me è padre Vincenzo” è per così dire legittima, anche nell’italiano contemporaneo»
B. «Un’espressione del tipoA meVincenzo è padre” non è mai stata grammaticalmente legittima nell’italiano letterario: anzi è da sempre relegata esclusivamente nell’àmbito dell’italiano popolare»
C. «Il modelloA me Vincenzo è padre”, ora usato solo in àmbito popolare (perlopiù centromeridionale) ha avuto una sua ragion d’essere nell’italiano antico: ed è sicuramente anche dantesco…»
 

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