29 ottobre 2009

Diamanti di parole con lo stop and go

Un acuto studioso della lingua dei giornali italiani, Michele Loporcaro, ha notato che i «giornali e tv si presentano, tengono a presentarsi, come comprensibili»; aggiungendo, però, che «la vivacizzazione, lo svecchiamento, l’avvicinamento al parlato che la lingua dei mass media italiani ha conosciuto non sono serviti – o solo apparentemente – a coinvolgere i cittadini in un circuito d’informazione più maturo, utile alla società civile» (da Cattive notizie. La retorica senza lumi dei media italiani, Feltrinelli, Milano 2005). Giuseppe Antonelli, soffermandosi sugli intenti di dinamizzazione che caratterizzano i tempi postmoderni dell’informazione scritta, sottolinea come «si è modificata anche l’organizzazione sintattica: periodi più brevi, che contengono meno parole e meno proposizioni». In sostanza, i giornalisti tendono a sviluppare il periodo in senso orizzontale, piuttosto che ramificarlo strutturandolo in senso verticale. «Tra gli artifici usati per segmentare il periodo – prosegue Antonelli nel suo saggio L’italiano nella società della comunicazione (Il Mulino, Bologna 2007) – colpisce soprattutto» l’espansione dell’uso del punto fermo a discapito della virgola, del punto e virgola o dei due punti: «il ricorso insistito al punto fermo», sperimentato nella lingua della narrativa a partire dagli inizi del Novecento, segnatamente in certe prose “notturne” di Gabriele D’Annunzio, divenuto progressivamente una moda nella lingua dei giornali, «ormai non ha più la funzione di semplificare la sintassi, ma risponde quasi esclusivamente a esigenze “impressive”: è una soluzione stilistica di facile effetto, che carica di enfasi il dettato». Ma, scrive Riccardo Gualdo (L’italiano dei giornali, Carocci, Roma 2007), «questa segmentazione dei periodi […] può complicare fastidiosamente il dettato, rendendolo, anziché brillante, oscuro e faticoso»: «spinta all’eccesso, la frantumazione sintattica obbliga il lettore a un continuo defatigante lavoro di ristrutturazione delle frasi spezzate» (Bice Mortara Garavelli, Prontuario di punteggiatura, Editori Laterza, Roma-Bari 200912).

«Eufemisticamente, non approvano»
 
Quando riflette sulle «frasi spezzate» e sull’uso “impressivo” del punto fermo, su questa sorta di ritmo giambico fatto di improvvise arsi e di brusche cadute – stop and go, stop and go – Mortara Garavelli si riferisce esplicitamente agli scritti giornalistici di uno dei più seri e noti scienziati della politica e sociologi italiani, Ilvo Diamanti, docente all’Università di Urbino e ivi direttore del Laboratorio di Studi Politici e Sociali Lapolis (www.uniurb.it/), nonché collaboratore per alcuni anni del quotidiano «Il Sole 24 Ore» e, dal 2001, del quotidiano « La Repubblica » (molti dei suoi scritti su www.demos.it). Perché, non c’è dubbio, la lingua degli scritti giornalistici di Diamanti costituisce un caso esemplare – e al tempo stesso originale – di applicazione del modello di frantumazione della frase e di uso eccentrico del punto fermo rispetto alla norma ordinaria dell’italiano scritto, tanto in voga nella lingua dei giornali contemporanei. Insomma, Diamanti è finito nel mirino degli studiosi della lingua italiana, ma anche di tanti lettori, colpiti – non sempre in positivo – dallo stile del professore-giornalista. Diamanti è consapevole del fatto. Tanto da farvi più di un cenno, qui e là, in una recente, bella raccolta di suoi scritti comparsi sulla «Repubblica», Sillabario dei tempi tristi (Feltrinelli, Milano 2009). Per esempio: «Quanto alla grammatica e all’analisi logica, molti, tra quanti mi leggono, non approvano (eufemisticamente) il mio stile. La mia punteggiatura, soprattutto. E dubitano che io abbia mai appreso le basi della “lingua italiana”. Per cui si chiedono (talora “mi” chiedono) in quale scuola io abbia fatto i miei studi (una volta per tutte: al liceo Pigafetta di Vicenza […])». In verità, oltre alla punteggiatura, in Diamanti è peculiare l’uso molto rilevato – come si vede anche dal breve brano appena citato – delle marche di enunciazione, come parentesi e virgolette espressive, che danno forte rilievo a ciò che includono, talvolta correggendo il tiro, talaltra confermandone, con enfasi, l’alzo.
 
L’ampia gittata
 
Luca Serianni pone tra i vetrini del microscopio un passo tratto da un articolo di Diamanti, comparso sulla «Repubblica» il 29 maggio 2002 (da Italiani scritti, Il Mulino, Bologna 2003), che qui riproduciamo, mettendo tra parentesi quadre, come fa Serianni nella sua “versione” di Diamanti, i segni d’interpunzione suggeriti per dare ai periodi «più ampia gittata»:
 
«Non può sorprendere, questo esito. Ma serve a ricordare, a ribadire ciò che lo stesso voto politico di un anno fa aveva detto. [,] Ma si tende spesso a dimenticare. [:] Che l’Italia non ha un colore politico dominante. [;] Che il centrodestra è maggioranza. [,] Ma le distanze fra schieramenti non sono incolmabili. [;] Che il futuro è aperto. E il vizio di riassumere tutto e sempre in chiave nazionale non funziona e non fa bene. La politica non è solo tivù. [,] Non si fa solo nei palazzi romani. [:] È – anche – rapporto con i problemi del territorio, con le domande della società. [;] È fatta da persone. Da persone. [:] Magari poco note, fuori dal loro contesto».
 
I due partiti
 
Alla fine, anche tra gli studiosi di lingua italiana, sembrano delinearsi due orientamenti diversi: uno, scettico sulla virtù della frantumazione “impressiva” del dettato; l’altro, sostanzialmente favorevole a un’operazione di cui viene apprezzata la tensione problematizzante. Riccardo Gualdo, per esempio, scrive che «possono affiorare dubbi su quali siano le connessioni testuali più corrette, a quali parti del testo facciano riferimento i pronomi»; d’altro canto, l'ex presidente della Crusca, Francesco Sabatini, preferisce sottolineare che lo stile di Diamanti riflette una «visione problematica delle cose», che impegna il lettore evitando di proporgli una soluzione chiarificatrice (L’ipotassi “paratattizzata”, in Generi, architetture e forme testuali, Atti del VII Convegno SILFI [Roma 1-5 ottobre 2002] a cura di P. D’Achille, Firenze, Cesati 2004). Sulla stessa linea di Sabatini si colloca Andrea De Benedetti, quando osserva che la scrittura di Diamanti «potrebbe essere un buon esempio di punteggiatura “per il cuore”, nel senso che fornisce una mappa emotiva per orientare il lettore nell’interpretazione del testo, isolando piccoli segmenti testuali e marcandoli con l’evidenziatore» (Val più la pratica. Piccola grammatica immorale della lingua italiana, Editori Laterza, Roma-Bari 2009).
 
Autoconsapevolezza
 
Certamente a Ilvo Diamanti non può essere negata la piena consapevolezza delle caratteristiche e delle mire del proprio modo di scrivere, che pure – va ricordato – non disdegna figure ritmiche e cursus retorici tradizionali (terne, elencazioni, correctiones). Dal suo ultimo libro, già citato, traggo queste lucide considerazioni: «Sui giornali […] faccio uso di una scrittura paratattica, che affida alla parola e alla punteggiatura, quindi al ritmo e alla suggestione, il compito di rendere comprensibili – ma anche leggibili – i concetti e gli argomenti. Cercando di non banalizzarne la complessità. Il mio stile. Ha suscitato, per molto tempo, reazioni indignate e sconcertate, fra i lettori. (Ma qualcuno osservava che si potevano recitare come rap.) Le proteste, però, col tempo si sono ridotte fino quasi a scomparire. Per rassegnazione oppure per assuefazione».
 
 
 
 
Immagine: Ilvo Diamanti.  Crediti: fotogramma tratto dal canale Repubblica Tv, Youtube.

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