07 settembre 2020

Gli italiani di Crimea

Europa e Mediterraneo d’Italia. L’italiano nelle comunità storiche da Gibilterra a Costantinopoli

 

La Crimea fa parte della Federazione Russa dall’11 marzo 2014; sessant’anni prima, nel 1964, era stata “donata” dall’URSS all’Ucraina, una delle sue Repubbliche, ora indipendente. Ci vivono circa 2 milioni di abitanti, tra i quali c’è una minuscola comunità con radici italiane: oggi è ridotta a poco più di 300 persone ed è stanziata soprattutto nella città portuale di Kerč'. Nel periodo di massima espansione – durante i primi vent’anni del Novecento – la comunità contava alcune migliaia di membri. Sono gli eredi di coloro che nel XIX secolo e fino all’inizio del XX, in particolare tra 1830 e 1870, emigrarono qui, incoraggiati dalla monarchia zarista e provenienti da tutta Italia.

 

La presenza "italiana" dall’antichità

 

Tuttavia la storia della presenza in Crimea di persone provenienti dal territorio dell’attuale Italia è antica. In epoca imperiale, i Romani imposero il loro protettorato e mantennero un buon controllo delle sue coste, con particolare efficacia nel II secolo d.C., come testimoniano anche vari ritrovamenti archeologici. Quasi mille anni dopo, nel 1204, i Veneziani approfittarono della conquista di Costantinopoli da parte dei Crociati per occupare i porti della Crimea meridionale: Cembalo (oggi Balaklava), Soldaia (Soudak) e Caffa (Feodosia). Più tardi i Genovesi sostituirono i Veneziani, grazie al Trattato del Ninfeo del 1261 con il redivivo Impero bizantino, che concedeva loro l’esclusiva del commercio nel Mar Nero; 11 basi erano in Crimea, 4 delle quali fortificate: Caffa, Soldaia, Cembalo e Vosporo (oggi Kerč'). Dopo la caduta di Costantinopoli nel 1453, questi domini furono conquistati, tra 1474 e 1475, dall'Impero ottomano. I Genovesi in parte tornarono in patria, altri furono catturati e deportati, alcuni si rifugiarono ad Akkerman (oggi Bilhorod-Dnistrovs'kyj, sulle coste ucraine), in Circassia e nel Khanato tataro-crimeano, vicino alla capitale Bachčisaraj. Nel 1578 venivano ancora segnalati agricoltori con radici italiane nella parte sud-occidentale delle Crimea, ma già nel XVII secolo erano stati assimilati senza lasciare tracce.

 

Una nuova ondata migratoria dall’area italiana avvenne tra 1782 e 1783. Tra queste persone si possono includere anche i Corsi (la Corsica era stata ceduta da Genova alla Francia nel 1768), vista la varietà linguistica appartenente al gruppo italo-romanzo: provenivano da Minorca, dove gli Inglesi, che avevano occupato l'isola nel 1713, li avevano reclutati come soldati. Cacciati dopo la riconquista spagnola nel 1781, furono invitati dall’Impero russo, dato che il Khanato di Crimea, dopo la guerra russo-turca (1768-1774), era diventato vassallo della Russia, per poi essere annesso nel 1783. I Corsi diretti in Crimea venivano fatti transitare da Livorno, come base intermedia, e ciò facilitò la partenza con loro di altri emigranti italiani – soprattutto Sardi, Genovesi e Lucchesi – e anche provenienti da altre zone d’Europa (come Svedesi, Tedeschi e Francesi). Nel 1785 arrivarono alle meta alcune centinaia di persone. L’inserimento in Crimea non funzionò e molti tornarono indietro o si dispersero. Pochi anni dopo – tra fine Settecento e inizio Ottocento – un certo numero di Italiani, soprattutto Liguri, rimise piede a Feodosia, l’antica Caffa genovese; successivamente furono assorbiti e se ne persero le tracce. Si trattava soprattutto di commercianti.

 

Dall’Ottocento a oggi, nella provincia di Kerč'

 

In Crimea l’attuale gruppo italiano della provincia di Kerč', formatosi soprattutto tra 1830 e inizio del Novecento, conserva la memoria delle origini e, in misura molto ridotta, la lingua. Sono i discendenti di marinai (soprattutto) e contadini; erano per lo più di origine ligure, piemontese, sarda, veneta, campana e pugliese. Ne arrivarono quasi 3.000: alcuni si fermarono per un periodo limitato, la maggior parte restò. Erano stati incentivati dalla Russia zarista, anche perché molti Tartari di Crimea si erano trasferiti nell’Impero ottomano. Si deve agli immigrati italiani la costruzione a Kerč' – tra 1831 e 1845 – di una piccola chiesa cattolica, che esiste ancora ed è dedicata a Santa Maria Assunta. Nella città, molto frequentata da navi mercantili provenienti dall’Italia, c’erano persino i consoli di Regno di Sardegna e Regno delle Due Sicilie.

 

L’evoluzione demografica della comunità – una delle più piccole rispetto a quelle formate da altri immigrati in Crimea – testimonia gli eventi storici successivi. Secondo i dati dell’Istituto di Demografia della Scuola superiore di Economia (Mosca), nel censimento russo del 1897 gli italiani costituivano l’1,8% della popolazione (816 persone) all’interno della provincia di Kerč'. Altri 375 risultavano nel resto della Crimea. Nel 1921 nell’area di Kerč' erano il 2%, nel 1933 erano l’1,3%. Nel 1939 – secondo il controverso censimento di epoca staliniana – in tutta la Crimea c’erano soltanto 516 persone classificate come “italiani”.

 

Vediamo gli eventi storici più nei dettagli. All’inizio del Novecento, la comunità era in costante crescita, anche grazie a famiglie molto prolifiche. Alcuni si spostarono poi in altre città russe, ucraine e georgiane nell’area del mar Nero: Odessa (dove dalla fondazione, nel 1794, c’era una piccola comunità di commercianti di origine italiana), Mariupol, Sebastopoli, Simferopol, Donetsk, Druzhkovka, Novorossiysk, Batumi. Nella città in cui erano più numerosi il quotidiano «Kerč' Rabochiy» pubblicava alcuni articoli in italiano ancora nei primi anni dell’era sovietica; sempre a Kerč' disponevano dall’inizio del Novecento di una biblioteca, un’associazione, una chiesa (quella già citata) e una scuola elementare con corsi d’italiano (chiusa dopo la Rivoluzione e riaperta nel 1928). Negli anni Trenta nacque un circolo culturale italiano, finanziato dal kolkhoz “Sacco e Vanzetti” (una fattoria collettivizzata), che aveva accolto anche alcuni antifascisti italiani rifugiatisi in URSS.

 

Dopo la Rivoluzione russa, tra 1919 e 1922, più di 150 italiani avevano scelto di tornare in patria, scoraggiati dalle confische delle terre. Altri si erano adattati. Tra questi ultimi, alcuni, sospettati di filofascismo, furono vittime delle purghe staliniane tra 1935 e 1938: vennero arrestati e spesso deportati o uccisi. Finché, nella notte fra il 29 e il 30 gennaio del 1942, avvenne una deportazione quasi totale, in particolare verso il Kazakistan. Infatti – dopo la liberazione della Crimea, occupata dalle truppe naziste, da parte dell’Armata Rossa – i cittadini appartenenti a varie minoranze furono accusati di aver “simpatizzato e collaborato” con gli occupanti. Le famiglie con radici italiane vennero deportate nell’Oriente sovietico. Delle tre navi che partirono, una affondò. Finirono soprattutto nella vasta area di Karaganda, nel Nord del Kazakistan. Il viaggio lungo 4.000 chilometri durò un paio di mesi, durante i quali molti morirono di tifo. Con l’avvento in URSS degli anni di Krusciov, qualcuno decise di tornare in Crimea, dal 1956 in poi: nel 1957 risultava che fossero rientrati 460 esuli (altri sono rimasti in Kazakistan o si sono trasferiti in Uzbekistan e in Russia); secondo il censimento ucraino, nel 1989 erano 316.

 

L’italianskaija babushka

 

Negli ultimi decenni, dopo la fine dell’URSS, l'esistenza della piccola comunità di Crimea è tornata alla ribalta in Italia, grazie all’impegno della loro associazione (Cerkio) e al sostegno di istituzioni e associazioni pugliesi. Tanto che si tende a identificare la comunità con le sole origini pugliesi, soprattutto legate a Trani e Bisceglie. Questo dipende soprattutto dal fatto che l’unica fonte, fino a poco tempo fa, sono stati gli studi svolti negli anni Trenta da Vladimir Fedorovic Šišmarëv (1874-1957, filologo, specialista di lingue e letterature romanze e neolatine), concentrati sui dialetti delle due cittadine citate. Questa circostanza ha portato a “mitizzare”, fino a considerare quasi uniche, le radici in Puglia, trascurando il fatto che l’immigrazione da altre regioni d’Italia, in particolare dalla Liguria, ha avuto un forte peso. Lo confermano gli studi più recenti, in particolare quelli svolti (e ancora in corso) dall’Istituto di Etnologia e Antropologia dell'Accademia russa delle Scienze.

 

Dalla fine degli scorsi anni Novanta, l’interesse per gli “italiani di Crimea” è comunque aumentato. Oltre agli studi del professor Giulio Vignoli, professore di Diritto internazionale all'Università di Genova, dedicati soprattutto agli anni della deportazione, si può citare Renato Risaliti, professore di Storia dell’Europa Orientale a Firenze. Restelli scrive, ricordando una sua tappa in Crimea, nel libro Alla ricerca di un paese felice (1997): «Una di loro… si mette a recitare le preghiere in italiano perfetto. Sono l’Ave Maria e il Padre Nostro… Nei giorni di festa si continuano a fare minestre e dolci di origine pugliese con i loro nomi originari». Sul «Corriere della Sera», nel 2004, Ludina Barbini ricorda: «Non parlano ucraino, solo il russo e poche parole di italiano, conoscono le preghiere, sanno contare, ricordano anche i versi di qualche canzonetta». Mentre sul settimanale «Diario» nel 2005 Margherita Belgiojoso scrive: «Ippolita Vincenzovna Scolarino, 76 anni, ...è l’italianskaija babushka, la nonna italiana della piccola città di Kerch [traslitterazione anglofona di Kerč']. … Parlano russo con qualche intercalare di pugliese... L’anziana signora, quando vuole essere capita meglio, infila qualche parola di dialetto. Assettate! dice la signora Ippolita per fare accomodare gli ospiti; e poi offre u’ pan, u’ furmagg, u’ ragù».

 

Oggi i membri della comunità sono riuniti nell’associazione Cerkio (Comunità degli Emigrati della Regione della Krimea – Italiani di Origine), nata nel 2008. Partecipano alla “Settimana della lingua italiana nel mondo”, organizzando diversi eventi. Ovviamente vorrebbero ottenere la cittadinanza tricolore. Nel settembre 2015 il presidente russo Vladimir Putin ha riabilitato la comunità, includendola nell’elenco delle minoranze e riconoscendo lo status di deportati, già attribuito ad altre cinque nazionalità. Negli ultimi anni i giovani hanno ottenuto borse di studio in vari atenei italiani. L’Associazione ha pubblicato libri e realizzato una mostra sulla storia della comunità. Tanto che la presidente di Cerkio, Giulia Giacchetti Boico, di fronte alla domanda «Gli italiani in Crimea si sentono più russi o ucraini?», nel settembre del 2018 ha risposto ad «AskaNews»: «Ci sentiamo più italiani…».

 

L’uso dell’italiano e dei dialetti

 

Gli studi svolti tra 2016 e 2019 dagli antropologi dell’Accademia russa delle Scienze (tra i quali c’è una ricercatrice italiana, Stefania Zini) svelano, in un articolo pubblicato nel 2020, che oggi in Crimea «la conoscenza della lingua italiana non è un fattore che caratterizza il gruppo come comunità etnica e inoltre non può essere considerata un criterio per determinare la dimensione del gruppo. La raccolta dei dati socio-demografici ha mostrato che, su 101 intervistati, 64 persone (32 donne e 32 uomini) non parlano italiano. Mentre 23 (17 donne e 6 uomini) conoscono solo poche parole o espressioni nella lingua dei loro antenati; questa categoria comprende principalmente rappresentanti delle generazioni più anziane, che hanno ricordi frammentari di comunicazione con i nonni nella loro lingua madre. I passaggi delle frasi tramandate dagli antenati italiani di generazione in generazione suggeriscono che la loro lingua madre fosse un mosaico di parole italiane e dialetti regionali di origine familiare. Tra gli intervistati, 9 persone, tutte donne, capiscono l'italiano. Solo 5 rappresentanti del gruppo (3 donne e 2 uomini) parlano bene l'italiano; per loro non è una lingua madre ed è stata deliberatamente acquisita da adulti».

 

Restano interessanti, anche per fare un paragone con la situazione appena segnalata, gli studi – già citati – svolti da Šišmarëv nella prima metà del Novecento; nel 1978 sono stati tradotti in italiano nel volume La lingua dei pugliesi in Crimea (1930-1940). Secondo Šišmarëv, il gruppo italiano di Kerč' era «il più numeroso, che si è conservato in modo considerevole fino ai giorni nostri (cioè, i suoi anni Trenta, ndr)». Si legge: «Tutti … padroneggiano la lingua italiana, ma non nella stessa misura… La generazione più anziana (alcuni suoi rappresentanti sono nati in Italia o sono stati là) parla del tutto liberamente la lingua natia e in alcuni casi può anche spiegarsi, magari in modo non del tutto soddisfacente, in italiano comune. Questa generazione parla male il russo. Molto meglio conosce la lingua russa la generazione di mezzo, cioè la massa principale..., che contemporaneamente padroneggia bene anche la parlata natia. La generazione più giovane (si trattava presumibilmente di persone nate tra la fine degli anni Dieci e l’inizio degli anni Venti, ndr) preferisce parlare in russo e conosce male la sua parlata italiana. La generazione di mezzo e quella più giovane, di regola, leggono soltanto in russo. In tal modo nel corso di tre generazioni … si svolge ... il quadro della quasi completa, graduale perdita della conoscenza della lingua natia». Al giorno d’oggi tuttavia, grazie all’associazione Cerkio, la lingua italiana viene di nuovo studiata.

 

 

Bibliografia essenziale

 

Giulia Giacchetti Boico e Giulio Vignoli, L’olocausto sconosciuto: lo sterminio degli Italiani di Crimea, Roma, 2008.

 

Marco Brando, La tragedia dimenticata degli italiani in Crimea, 2018.

 

Renato Risaliti, Un viaggio in Crimea. Incontro con italiani deportati, dal libro Alla ricerca di un paese felice, Moncalieri, Cirvi, 1997.

 

Vladimir Federovic Šišmarëv, La lingua dei pugliesi di Crimea (1930 - 1940), edizione a cura di P. Giovan Battista Mancarella, Galatina, Congedo, 1978.

 

S. V. Vasilyev, S. Zini, Nikita V. Khokhlov, Institute of Ethnology and Anthropology (Russian Academy of Sciences), The impact of small migrant flows. An historical example, International Journal of Anthropology, Firenze, Pontecorboli Editore, giugno 2020.

 

Giulio Vignoli (a cura di), Gli italiani di Crimea. Nuovi documenti e testimonianze sulla deportazione e lo sterminio, Roma, Settimo Sigillo, 2012.

 

Giulio Vignoli, Gli italiani dimenticati. Minoranze italiane in Europa, Milano, Giuffrè Editore, 2000.

 

Stefano Conca Bonizzoni (regia di), I naufraghi di Kerch, documentario, Italia, 2020.

 

S. Zini, N.Kh. Spitsyna, N.V. Khokhlov, Biodemographical aspects of adaptation of the Italian diaspora in Kerch, Institute of Ethnology and Anthropology (Russian Academy of Sciences), Moscow, Herald of Anthropology, 2020.

 

Tito Manlio Altomare, Puglia oltre il Mediterraneo, documentario, Bari 2008.

 

Pagina Facebook dell’Associazione degli Italiani di Crimea - Cerkio: https://www.facebook.com/aicerkio/

 

Le puntate del ciclo Europa e Mediterraneo d'Italia. L'italiano nelle comunità storiche da Gibilterra a Costantinopoli, a cura di Fiorenzo Toso.

 

Introduzione: Le lingue d'Italia fuori d'Italia, di Fiorenzo Toso

1. Il monegasco del principato di Monaco, di Fiorenzo Toso

2. Le lingue d’Italia a Nizza e nel Nizzardo, di Fiorenzo Toso

3. L’italiano della Svizzera di lingua italiana, di Laura Baranzini e Matteo Casoni

4. L’italiano nel Cantone dei Grigioni: una duplice minoranza linguistica, di Maria Chiara Janner e Vincenzo Todisco

5. L’italiano in Slovenia, di Anna Rinaldin

6. L’italiano in Istria e Dalmazia, di Anna Rinaldin

7. Italiano lingua di cultura nei Balcani occidentali, di Anna Rinaldin

8. Italiani in Romania. Breve storia, di Elena Pîrvu

9. La Repubblica di San Marino, di Fabio Foresti

 

Immagine: La chiesa cattolica, dedicata a Santa Maria Assunta, costruita dagli italiani a Kerč' verso la metà dell’Ottocento

 

Crediti immagine: Dalla pagina dell'Associazione degli Italiani di Crimea / Ассоциация итальянцев Крыма, foto di Alessandro Vincenzi

 

 

 

 

 

 


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