24 giugno 2021

Gesti di esultanza nel linguaggio calcistico dagli anni Sessanta a oggi: persone e personaggi

Un treno di parole verso gli Europei di calcio 2021

 

Il sentimento della lingua e del gesto

 

«Il modo in cui noi comunichiamo dice molto di noi, di quello che pensiamo e che sappiamo». E, aggiungiamo, di ciò che sentiamo e proviamo. Quanto detto da Luca Serianni in risposta a Giuseppe Antonelli nella bella intervista intitolata Il sentimento della lingua (Serianni/Antonelli 2019: 33) vale in riferimento alla comunicazione nella sua complessità di lingua e gesti.

Quanto ai gesti identitari, pensiamo per esempio al saluto comunista a pugno chiuso (qui riprodotto da Luigi de Magistris in occasione della sua rielezione a sindaco di Napoli nel 2016).

Se un parlante italiano allarga le braccia inclinando la testa verso sinistra o destra con un’espressione verbale di accompagnamento come “mamma mia, che mi tocca sentire!”, quel parlante esprime la sua disapprovazione nei confronti di una battuta dell’interlocutore: così risponde (min. 03:16) il Segretario federale della Lega Nord Matteo Salvini alla deputata del Partito Democratico Lia Quartapelle, dicendo «ah Madonna Signur» (in quel dibattito televisivo di inizio 2015 Quartapelle insultò Salvini definendolo ironicamente “uomo di cultura”).

Il contatto tra il polpastrello del pollice e quello dell’indice di una o di entrambe le mani ad anello che raffigurano due punti è un gesto di precisione, con cui un parlante esprime di possedere una conoscenza puntuale su un determinato argomento; si tratta del gesto eseguito in una puntata della rubrica televisiva Medicina 33 dall’oncologo Alberto Bardelli il quale, mentre dice «il progetto» – Pegasus sul tumore al colon, oggetto della puntata – dispone di fronte a sé le due mani ad anello su un’immaginaria linea orizzontale, gesto che nel contesto assume il significato di “proprio quel progetto preciso che io parlante conosco bene e che posso esporre in qualità di esperto” (vedi, min. 06:47). Ai gesti di precisione si oppongono quelli di vaghezza compiuti con le dita di una mano ricurve verso l’interno e con movimenti a bassa tensione muscolare: per fare un solo esempio, il gesto di vaghezza con un movimento dall’alto verso il basso accompagna segnali discorsivi ed espressioni come “mah, boh, sarà stato …”.

Vi sono infine i gesti che veicolano le emozioni del parlante: addentare una mano chiusa a pugno per “rabbia” è sia un gesto simbolico italiano autonomo dal parlato per la sua tipicità (Poggi 2006: 58) sia un auto-adattatore perché il parlante trasferisce su sé stesso la propria aggressività nell’impossibilità di intervenire subito in una certa situazione (Ekman/Friesen 1972: 362-364; l’attore Carlo Verdone ce ne offre qui un esempio, min. 01:22).

I linguaggi settoriali (della politica, della divulgazione scientifica, del cinema) restituiscono insomma quelle complesse pratiche comunicative con cui i parlanti trasmettono significati diversi. Nei paragrafi che seguono proporremo una piccola indagine diacronica (dagli anni Sessanta a oggi) sui gesti delle emozioni, in particolare di esultanza, ricorrenti nel linguaggio calcistico.

 

Homo sum, ergo exulto

 

Cominciamo col ricordare la doppietta di Eusébio da Silva Ferreira che portò il Benfica alla vittoria sul Real Madrid nella finale della Coppa dei Campioni edizione 1961-1962. Come si può osservare in questo video (min. 02:11), la “perla del Mozambico” (così era soprannominato Eusébio) nell’esultare trionfante solleva il braccio destro disteso e la testa.

La variante con entrambe le braccia distese sollevate (le mani sono aperte e le dita tese) si riscontra nell’argentino Mario Kempes, che nelle ultime tre partite dei mondiali 1978, vinti proprio dall’Argentina, segnò ben 6 goal (vedi, da 00:17).

Dobbiamo spostarci al campionato di calcio di serie A 1981-1982 per rintracciare un interessante elemento di novità: durante il derby di ritorno Avellino-Napoli, il brasiliano Juary Jorge dos Santos Filho, dopo aver segnato per l’Avellino, solleva le braccia distese con le mani aperte e le dita tese, scuote velocemente in aria la mano destra chiusa a pugno e con le spalle alzate e il gomito destro piegato a 90 gradi compie un giro attorno alla bandierina d’angolo quasi fosse una danza di gioia (vedi).

Sempre nell’anno 1982, gli Azzurri vinsero i mondiali in Spagna grazie a Paolo Rossi, da allora detto “Pablito”, capocannoniere di quei mondiali e pochi mesi dopo vincitore del Pallone d’oro: per l’esultanza si ritrovano le braccia distese sollevate unite a salti verso l’alto (vedi).

Non si sottrae a un braccio o a entrambe le braccia distese sollevate con la testa rivolta verso l’alto neppure lo spagnolo Emilio Butragueño Santos, “el Buitre”, nella gara tra il suo Real Madrid e l’Anderlecht, ritorno degli ottavi di finale della coppa UEFA 1984-1985, vinto per 6 a 1 dagli spagnoli (vedi, da 00:48).

E come dimenticare Diego Armando Maradona e il suo goal su calcio d’angolo alla Lazio, sconfitta dal Napoli 4-0? “El Pibe de Oro”, che in quella partita del campionato di serie A del 1984-1985 realizzò una tripletta, dopo aver tirato in porta dalla bandierina, esulta saltando «come un bambino» (a detta del cronista: vedi, -00:04).

Chiudiamo questa breve rassegna con il doppio sentimento di Michel Platini, il fuoriclasse della Juventus contro l’Argentinos Juniors nella finale di Coppa intercontinentale del 1985: in un primo tempo il giocatore francese esulta per un suo goal sollevando il braccio destro; all’annullamento del goal l’esultanza si trasforma in protesta elegante. È passato alla storia Platini disteso su un fianco, poi seduto a terra mentre applaude con le braccia distese sollevate e si guarda intorno con il respiro affannoso (vedi, da 00:37).

In sintesi, si è cercato di mostrare fin qui come i gesti di esultanza dei giocatori presi a campione (muoversi con il corpo verso l’alto, per lo più con le braccia distese) siano stati regolati da scopi biologici. In altri termini, sono stati eseguiti dai giocatori in quanto esseri umani, al di là perciò della provenienza geografica, della lingua e cultura d’origine, e di una retorica individuale.

 

La rivoluzione delle esultanze calcistiche come linguaggio semiotico

 

Se la panoramica appena proposta, relativa alle esultanze calcistiche dagli anni Sessanta agli anni Ottanta restituisce una cifra stilistico-calcistica molto naturale perché legata alla spontaneità e agli automatismi del corpo umano di fronte a determinati stati d’animo, la cornice che viene delineata dagli anni Novanta in poi si basa invece su un processo di costruzione del personaggio e di elaborazione ragionata del gesto.

Se non è troppo eccessivo, ci sia consentito di considerare i Mondiali d’Italia ’90 come il punto di partenza della rivoluzione delle esultanze, e Roger Milla, calciatore africano del secolo, come l’apripista di queste esecuzioni divertenti proprie della dimensione gestemica che accompagnano i gol dei giocatori e danno il là ai festeggiamenti dei tifosi. Il giocatore camerunense, infatti, era solito festeggiare i suoi gol correndo verso la bandierina per eseguire un balletto al ritmo del Makossa (musica popolare del Camerun). Tale esultanza verrà ripresa da molti giocatori ma anche dai tifosi e persino dai bambini, tanto da essere inserita in una campagna pubblicitaria della Coca-Cola nel 2010 in occasione dei Mondiali di calcio in Sudafrica (vedi). Questo esempio dimostra l’impatto e la capacità di diffusione di una semplice esultanza calcistica sulla popolazione e nel mercato globale del calcio. Ma cosa c’è alla base di questa rivoluzione determinata dalla spettacolarizzazione del calcio?

Il calcio odierno è diventato un vero e proprio sistema culturale (Porro 2008) in quanto non si limita più soltanto alla partita giocata ma ingloba tutto l’universo semiotico che dal terreno di gioco si estende fuori dai confini dello stadio e addirittura della disciplina sportiva. Nel contesto attuale determinato da globalizzazione e mediatizzazione dei singoli fatti e gesti, pubblici e privati, lo stadio è diventato uno spazio di gioco, uno spazio linguistico, uno spazio di aggregazione sociale, oltre che un potente spazio comunicativo (Siebetcheu 2018). È probabilmente anche per un contesto simile, dove dialogano «parole ‘uniquely human’ e altre forme di semiosi», tra cui «gesti, posture del corpo, danza, musica, numerazioni, cifrazioni, calcoli» che De Mauro (2002: 44) chiede un «riconoscimento della semioticità». Ancora De Mauro (1983: 102) aggiunge che, sebbene esista una grande libertà nell’usare parole e frasi (e – aggiungiamo noi – anche i gesti), «lo spazio in cui ci muoviamo con frasi, parole [e gesti], lo spazio linguistico, non è il caos». Questa osservazione ci fa notare che la “sana confusione” che si viene a creare dopo un gol e che ci fa ballare insieme a Roger Milla, non ci deve distrarre dalla necessità di decostruire e ricostruire il senso di queste “vitamine emotive” degli amanti del calcio.

Pier Paolo Pasolini ci ha insegnato che nel linguaggio del calcio la massima espressione del livello poetico di questo sport è determinata dal gol. E, per il poeta e regista bolognese, «ogni goal è sempre un’invenzione, è sempre una sovversione del codice: ogni goal è ineluttabilità, folgorazione, stupore, irreversibilità. Proprio come la parola poetica. Il capocannoniere di un campionato è sempre il miglior poeta dell’anno» (Pasolini 1971). Se quindi al gol vengono associati degli attributi poetici, le esultanze, anch’esse, sono verosimilmente cariche di significati (emozionali e non solo) e frutto di una grande capacità creativa.

L’avvento di nuove modalità di fruizione dello spettacolo calcistico e il conseguente aumento degli spettatori in tutto il mondo, grazie al miglioramento del grado di accessibilità al consumo televisivo e di altri supporti mediatici, tra cui i social media, hanno contribuito alla nascita di una vera e propria “brandizzazione del calcio”. In questa ottica, il calcio diventa cassa di risonanza di piccoli e grandi gesti che dai terreni di gioco si inseriscono nella narrazione sociale anche attraverso un processo di omologazione. Le esultanze fanno parte di questo scenario. Senza voler “ingessare” e rendere monotoni gesti che apprezziamo per il loro valoro creativo e innovativo, per mettere un po’ di ordine nel “caos” e nella sana confusione di cui sono portatrici queste esultanze, il prossimo paragrafo tenta di proporre una prima classificazione di questi gesti.

 

Le tipologie di esultanza nel calcio (post)globale

 

Dal Mondiale Italia ’90 a oggi le esultanze calcistiche hanno regalato ai tifosi e consegnato a sponsor e agenzie comunicative un numero abbondante di esultanze. Ci limiteremo pertanto a proporre alcuni esempi paradigmatici che consentono ai calciofili di ubriacarsi di gioia dopo ogni goal della propria squadra. Tali categorie, che proponiamo in coppia, sono chiaramente interscambiabili nel senso che le esultanze inserite in una categoria si possono ritrovare in un’altra.

 

A1. Esultanza: rimandiamo alle prossime categorie.

A2. Non esultanza: alcuni giocatori si rifiutano di esultare quando segnano contro la loro ex squadra. Lo fanno alzando timidamente le mani in segno di scusa (è il caso, ad esempio, di Marco Sau, giocatore del Benevento, cresciuto calcisticamente nel Cagliari, nella partita del 6 gennaio 2021, vedi). La non esultanza si verifica inoltre quando la squadra che sta perdendo, spesso con un punteggio pesante, segna il cosiddetto gol della bandiera e i giocatori non hanno più voglia di esultare. Infine alcuni giocatori non esultano per motivi personali e in base alle circostanze (Livio Cavagna spiega, ad esempio, che Balotelli spesso «non esulta perché sa che fare gol è un suo dovere», vedi).

 

B1. Esultanze ricorrenti: sono esultanze che consideriamo come il marchio di fabbrica di alcuni giocatori e che i tifosi si aspettano di vedere e non di rado essi stessi eseguono quando tali giocatori segnano. Ricordiamo, per citare solo tre esempi, la linguaccia di Del Piero (vedi) il ciuccio di Francesco Totti (vedi), la mano roteante intorno all’orecchio di Luca Toni (vedi ).

Molte di queste esultanze sono ormai diventate un marchio di fabbrica. Una specie “proprietà intellettuale” in ambito calcistico che, proprio per questo motivo, viene usata dagli sponsor in àmbito commerciale (pubblicità, fantacalcio e altri eventi virtuali). Scegliamo come esultanza, l’emblematica Siuuu celebration, nata nel 2013 (vedi), il salto a piedi uniti, le braccia larghe e il grido (vedi) di Cristiano Ronaldo. Un altro gesto molto usato è, ad esempio, il fatto di mettere il pallone sotto la maglietta come dedica alla moglie incinta (vedi).

 

B2. Esultanze occasionali: sono esultanze spontanee, non ripetute nelle altre partite e probabilmente non programmate dai giocatori. Si può ricordare la celebre esultanza di Totti, che festeggia con un selfie – con la curva sud alle sue spalle – un gol nel derby d’andata nella stagione 2014/2015 (vedi). Questo tipo di gesto, che classifichiamo anche tra le esultanze tecnologiche, ricorda un’altra esultanza di Totti (sempre contro la Lazio, il 21 aprile 2004), che dopo il pareggio chiese in prestito la telecamera a uno degli operatori e riprese lo stadio (vedi). Queste due esultanze occasionali e tecnologiche fanno notare come il calcio sia capace di adattarsi alle nuove tecnologie della comunicazione.

 

Qui di seguito altre tipologie di esultanze illustrate in modo schematico e corredate da opportuni esempi.

 

C1. Esultanze di protesta: i casi di Simy e Osimhen contro la brutalità della polizia nigeriana (vedi).

C2. Esultanze di dedica: la dedica di Lukaku al compagno interista Eriksen, dopo un gol alla Russia, nella prima partita del Belgio a Euro 2021 (vedi).

 

D1. Esultanze politiche: il saluto romano di Di Canio (vedi), il pugno chiuso di Lucarelli (vedi).

D2. Esultanze religiose: il motto I belong to Jesus di Kakà (vedi), e quello Io appartengo a Gesù di Legrottaglie (vedi ).

 

E1. Esultanze individuali: la Dybala mask, la maschera del gladiatore (vedi), il gesto tipico di Pazzini, con le due dita puntate verso gli occhi (vedi).

E2. Esultanze collettive: quelle che coinvolgono tutta o buona parte della squadra, come il famoso trenino del Bari (vedi) o l’esultanza del “lustrascarpe” della coppia di Moriero-Recoba (vedi).

 

F1. Esultanze provocatorie: la corsa sfidante di Carlo Mazzone sotto la curva atalantina dopo il pareggio del Brescia con gol di Roberto Baggio (vedi), l’indice sulle labbra in posizione verticale di Simeone (vedi), la mano all’orecchio di Mourinho (vedi).

F2. Esultanze pacifiche (cfr. non esultanze).

 

G1. Esultanze controllate: la statua di Mark Bresciano (vedi), l’inchino di Nagatomo (vedi).

G2. Esultanze spettacolari e spericolate: le capriole di Martins (vedi), l’esultanza sfrenata con cui Destro si procura un infortunio muscolare (vedi).

 

H1. Esultanze militarizzate: la mitraglia di Batistuta (vedi), i colpi di pistola di Piatek (vedi), il saluto militare di Kessie (vedi).

H2. Esultanze folcloristiche e musicali: il balletto di Kean (vedi), il violino di Gilardino (vedi).

 

I1. Esultanze animalesche: Mertens che imita un cagnolino che fa pipì (vedi), Chiellini che si batte il petto come un gorilla (vedi), Eto’o che mima polemicamente i gesti di una scimmia contro i cori razzisti ricevuti (vedi).

I2. Esultanze patriottiche: come non ricordare le urla di Tardelli (vedi) e Grosso (vedi) dopo i loro gol rispettivamente ai mondiali del 1982 e del 2006?

 

J1. Esultanze ai tempi del Covid-19: balli a distanza, pugnetti e tocchi di gomito (vedi).

J2. Esultanze ai tempi del Var (esultanze sospese): esultanza che spesso in tali circostanze si trasforma in delusione e disappunto quando il gol viene annullato (vedi), ma può dar vita a una doppia esultanza quando invece il gol è convalidato (vedi).

 

Da questa prima analisi si evince pertanto che le diverse esultanze che vengono eseguite dopo i gol costituiscono un valore aggiunto per tutto il calcio. Esse contribuiscono a dare alla competizione un significato altro rispetto alla semplice partita, arricchendola di passione e partecipazione emotiva. Se in passato le esultanze erano meno variegate rispetto a quelle attuali ed erano peraltro apprezzabili soprattutto da chi andava allo stadio, oggi, con la social mediatizzazione del calcio, le esultanze sono sempre più ricche, spettacolari e tendono sempre più a diventare (se non lo sono già) un fenomeno globale, sebbene la loro brandizzazione finisca per renderle in molti casi più meccaniche rispetto al passato. Siamo certi tuttavia che in futuro il calcio e i giocatori sapranno sorprenderci ancora e restituiranno nuove tipologie di esultanza rispetto a quelle a cui siamo abituati.

 

 

Bibliografia

De Mauro, Tullio, Prima lezione sul linguaggio, Roma- Bari, Laterza, 2002.

De Mauro Tullio, Guida all’uso delle parole, Roma-Bari, Laterza, 1983.

Ekman, Paul, e Friesen, Wallace V., Hand Movements, in “The Journal of Communication”, 22, 1972, pp. 353-374.

Ferreri, Andrea, Ultras. I ribelli del calcio. Quarant’anni di antagonismi e passioni, Lecce, Bepress Edizioni, 2008.

Pasolini, Pier Paolo, Il calcio “è” un linguaggio con i suoi poeti e prosatori, in “Il Giorno”, 3 gennaio 1971.

Poggi, Isabella, Le parole del corpo. Introduzione alla comunicazione multimodale, Roma, Carocci, 2006.

Porro, Nicola, Sociologia del calcio, Roma, Carocci, 2008.

Serianni, Luca, e Antonelli, Giuseppe, Il sentimento della lingua, Bologna, il Mulino, 2019.

Siebetcheu, Raymond, Le parole in campo. Analisi sociolinguistica e semiotica degli striscioni negli stadi di calcio, in Benedetta Aldinucci et alii (a cura di), Parola. Una nozione unica per una ricerca multidisciplinare, Siena, Edizioni Università per Stranieri di Siena, pp. 439-456.

 

 

Nota: Claudio Nobili è autore dei primi due paragrafi, Raymond Siebetcheu degli ultimi due.

 

 

Il ciclo Un treno di parole verso gli Europei di calcio 2021 è curato da Rocco Luigi Nichil

 

Pasolini e il campo di gioco. Appunti su calcio, lingua e letteratura di Rocco Luigi Nichil

Il calcio alla radio di Marcello Aprile

Passato, presente e futuro delle telecronache del calcio di Annibale Gagliani

«Sono pienamente d’accordo a metà col mister»: calciatori e allenatori davanti ai microfoni di Paola Russo

Il dodicesimo in campo. Gli striscioni allo stadio come rappresentazione dell’identità Ultras di Nicola Guerra

I soprannomi dei calciatori di Francesco Bianco

Viaggio nel lessico del calcese dei due mondiali italiani di Paola Russo

Dalla Goeba alla Maggica, dai ciclisti ai butèi. Vecchi e nuovi soprannomi di squadre di calcio italiane di Paolo D'Achille

Oceano Mura di Rocco Luigi Nichil

Oceano Mura. Note sul lessico di Rocco Luigi Nichil

Parla come calci: politica, lingua e pallone di Giorgio Coluccia e Pierpaolo Lala

Il calcio: messa in scena di una battaglia di Ronald Giammò

Quelli che... Mai dire monolinguismo! Ibridazioni di genere e ibridazioni di lingua di Stefania Elisa Ghezzi

“Taca la bala!”: Gli stranieri e le loro lingue nel campionato di calcio italiano di Raymond Siebetcheu

Tra Leoni, Furie e Galletti. Piccola rassegna di soprannomi delle nazionali di calcio europee di Rocco Luigi Nichil

Le parole del foot-ball: breve viaggio tra i forestierismi del vocabolario calcistico di Francesco Bianco

I proverbi della Bernasciola: acrobazie linguistiche e strategie comunicative di Giovanni Trapattoni di Annibale Gagliani

I presidenti presidentissimi, tra carisma, identità e linguaggio del calcio che fu di Nicola Guerra

Campioni di lingua: Baggio, Totti, Di Canio e Del Piero di Nicola Guerra e Rocco Luigi Nichil

Il calcio nelle canzoni che raccontano l’Italia e gli italiani di Maria Carmela D'Angelo

 

Immagine: Gooooool

 

Crediti immagine: Jan S0L0, CC BY-SA 2.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/2.0>, attraverso Wikimedia Commons


© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0