27 novembre 2020

Ma Rino è sempre più su

Vita, musica e parole di Rino Gaetano, il cantautore fraterno

 

Salvatore Antonio Gaetano nasce il 29 ottobre del 1950 a Crotone. Figlio di una famiglia calabrese trasferitasi a Roma per motivi legati alla salute di Anna, a cui è legato indissolubilmente, e che lo ribattezza Rino. Da bambino conduce gli studi primari nel seminario della Piccola Opera del Sacro Cuore di Narni, in provincia di Terni, staccandosi dagli affetti familiari. Stringe un rapporto da padre e figlio col suo maestro, padre Renato Simeoni, al quale dedica il poemetto E l’uomo volò e legò soprattutto con un insegnante. L'insegnante descrive il virgulto poeta con affetto e chiarezza: «Era molto difficile trovare in Rino situazioni di “vuoto”, era sempre mentalmente occupato. C’erano dei gusti, questo mi è sempre sembrato di lui, dei gusti all’interno di questa persona, delle ricerche sue personali che lo tenevano occupato. Lui è stato abbastanza un ragazzo sognante, molto sognante» (Cotto, p. 55).

Il cambio determinante per la sua creatività arriva nel 1967, quando Rino, ormai ragazzo maturo, si trasferisce dalla famiglia a Roma, diplomandosi in ragioneria. Terminati gli studi, arriva la continuità della produzione poetica: dall'appartamento di via Nomentana Nuova, germogliano capolavori testuali che varcano progressivamente le soglie della musica d'autore. Ha un sogno nel cassetto: fare l'artista con intelletto e giocosità. Nel 1971 prende parte al gruppo dalle venature rock, Krounks, suonando il basso. Sono gli anni di corroborante frequentazione del Folkstudio, tempio degli echi cantautorali della città eterna. Ascolta attentamente il ritmo di Buscaglione, le ballate di De André e capisce la capacità di bucare lo schermo di Celentano. Si appassiona al cabaret di Jannacci e Gaber, studiandone il codice cinesico e l'innovativa prosodia. Alla fine degli anni Sessanta si getta a copofitto nel teatro, interpretando una serie di ruoli di ficcante intensità: il disturbatore dei poemi di Majakovskij, l'Estragone di Aspettando Godot di Samuel Beckett e la volpe nel Pinocchio di Carmelo Bene.

Nel 1972 s'iscrive alla SIAE, entrando nelle grazie del manager principale della casa discografica: Vincenzo Micocci. L'agognato esordio arriva l'anno successivo: Rino incide il 45 giri I Love You Maryanna/Jaqueline, prodotto da RosVeMon, acronimo che riunisce Aurelio Rossitto, Antonello Venditti e Piero Montanari, elementi fondamentali per il lancio della sua caleidoscopica arte. In questa prima fase, Rino si firma con lo pseudonimo Kammamuri's, in omaggio all'omonimo personaggio de I misteri della jungla nera di Emilio Salgari. Fin da subito, l'astro nascente della canzone italiana capisce che per far esplodere il suo talento serve abbeverarsi di trasversale cultura: legge le poesie di Prévert e Baudelaire, guarda le pellicole di Bernardo Bertolucci e Woody Allen, e oltre ai testi salgariani si confronta con quelli di Palazzeschi, Calvino, Campanile, Ionesco e Pier Paolo Pasolini. Il suo bagaglio è pieno di stimoli corroboranti: si sviluppa dentro di lui uno stile e un'espressività senza precedenti nel panorama culturale della canzone.

 

La ballata di Renzo: tra malasanità e profezia

 

L'aurorale brano della sua carriera, terminato nel 1971, La ballata di Renzo, è oggetto di ostracismo da parte dei discografici a causa del suo scomodo tema, mai trattato in opere musicali: la malasanità. Un’alba amara per l'artista, che vedrà la completa diffusione di uno dei manifesti del suo canzoniere post mortem, scioccando i fan: per certi versi il testo anticipa le dinamiche che portano alla sua tragica scomparsa, il 2 giugno 1981, a seguito di un incidente stradale. Rino racconta a un ipotetico amico la vicenda del povero Renzo, che è stato investito da un’auto mentre passeggiava per strada. L’automobilista lo ha subito soccorso, imboccando la via dell’ospedale più vicino, lastricata di tribolazioni e imponderabilità.

 

La strada molto lunga

s’andò al San Camillo

e lì non lo vollero per l’orario.

La strada tutta scura

s’andò al San Giovanni

e lì non lo accettarono per lo sciopero.

 

Con l’alba,

le prime luci

s’andò al Policlinico

ma lo respinsero perché mancava il vicecapo.

In alto,

c’era il sole

si disse che Renzo era morto

ma neanche al cimitero c’era posto.

 

La ballata, dalle sonorità blues e dai toni struggenti, è un disperato viaggio tra i toponimi della sanità capitolina. Nel ritornello l'autore specifica di aver sentito la notizia sorseggiando il tranquillo caffè della colazione al bar: «Quando Renzo morì, io ero al bar/ bevevo un caffè/ quando Renzo morì, io ero al bar/ al bar con gli amici». Rino si serve nel refrain di un isocolo, ripetendo lo stesso schema della prima fase, quasi a evidenziare lo sbalordimento per l'accaduto. Utilizza inoltre l'enjambement per concludere la descrizione del momento con passo dinamico. 

Un uomo qualunque perde le cure salvavita per l'inadeguatezza e l'ego altrui: un ospedale è affollato, nell'altro manca il vicecapo, nel seguente gli contestano l'arrivo fuori orario, nel successivo manca il personale, che è in sciopero, nell'ultimo manca il caporeparto. La corsa contro il tempo – scaraventata in strofe di varia composizione, liberamente sillabate e a sprazzi rimate, che riflettono i tratti soprasegmentali del parlato – fa luce sulle criticità dei nosocomi italiani in epoca di forte intervento (e immancabili sprechi) dello Stato nella sanità pubblica. Il finale beffardo sembra una dimostrazione del caricaturale assioma della legge di Murphy (“se qualcosa può andare storto, lo farà”): nemmeno al cimitero c'è posto per Renzo, non ci sarà una degna sepoltura. Già dalla prima ora, Rino Gaetano dimostra una rara sensibilità alle tribolazioni iperboliche della società, create dagli esseri umani. La controprova è nel successo della Rino Gaetano Band oggi, capitanata dal nipote del cantautore, Alessandro Gaetano, che nei concerti in giro per lo Stivale ha capito davvero chi fosse suo zio: «Gli elementi che lo hanno reso grande sono l’innovazione e ricercatezza di suoni, ma anche il suo saper giocare con i testi. Aveva la creatività di accompagnare ogni sua esibizione ad una scena recitata. È un artista completo, dotato di molta empatia. Vedere tanto pubblico è emozionante, ci sono fan che riconoscono in lui un appiglio, altri un amico fraterno. Vivere tutto questo lo renderebbe orgoglioso. Con le sue canzoni si ragiona e ci si diverte allo stesso tempo. Amerebbe soprattutto vedere i bambini cantare i suoi capolavori»*.

 

L'Ingresso libero nel cantautorato italiano

 

Nel 1974 conquista le onde radiofoniche italiane l'album più enigmatico di Rino Gaetano, che lo consacra cantautore in grado di rinverdire i fasti di chansonnier del calibro di Jacques Brel e Geroges Brassens: Ingresso libero. «Quello che per il mondo intero sarebbe stato surreale, bislacco, metaforico e chissà cos’altro, per lui era normale linguaggio espressivo per comunicare attraverso i suoi testi» (Gregori, p. 14). Rino sente la pressante responsabilità di raccontare l'enorme sacrificio della sua gente: l'emigrazione dal sud verso il nord come ascensore di classe, per un pezzo di pane e per il futuro dei propri figli. Tratteggia con occhio privilegiato il fenomeno sociale esploso durante il Boom Economico da tre prospettive: il ferroviere come mezzo; l'operaio emigrante come protagonista; il contadino ancorato al piccolo mondo antico come antagonista. Sceglie di vestire i panni dell'autore eterodiegetico – parafrasando lo schema del posizionamento del narratore secondo Gérard Genette –, diventando testimone del suo tempo ed esprimendosi con un'ordinata paratassi.

Il brano Agapito Malteni, il ferroviere, spinto con voce graffiante su un fondo sonoro eufonico (chitarra wah-wah, organo, batteria, tamburello e basso), espone i fatti in sette quartine di sillabazione variabile e con rima baciata AABB.

 

Agapito Malteni era un ferroviere

viveva a Manfredonia giù nel Tavoliere

buona educazione di spirito cristiano

e un locomotore sotto mano. 

 

Di buona famiglia giovane e sposato

negli occhi si leggeva: molto complessato

faceva quel mestiere forse per l’amore

di viaggiare sul locomotore.

 

Seppure complessato il cuore gli piangeva

quando la sua gente andarsene vedeva

perché la gente scappa ancora non capiva

dall’alto della sua locomotiva.

 

Agapito Malteni, ferroviere pugliese, è stanco di vedere emigrare la sua gente verso il nord. L’abbandono del borgo caro per un'esistenza al fulmicotone da operaio è la condanna del meridionale medio. Il protagonista del brano decide di cambiare la rotta del treno riportando i passeggeri a casa: rappresenta l'alter ego dell’eroe de La locomotiva di Francesco Guccini, morto per l'affermazione di un ideale politico. Il collega macchinista di Agapito, «buono come lui, ma meno utopista», blocca con violenza il suo piano, determinando la vittoria incontrovertibile dell’emigrazione.

Nel 1974 il Meridione vive giorni da Biennio Rosso. Le proteste partono da Eboli, città nella quale Gianni Agnelli aveva promesso di costruire due stabilimenti FIAT. Dalla Basilicata le manifestazioni si trasferiscono in Calabria, abbracciando man mano tutto il sud. Il Governo Moro cerca di placare gli animi dei lavoratori, investendo due miliardi di lire nel petrolchimico SIR, flagellato dalla crisi petrolifera. Rino Gaetano osserva le manovre politiche e l'evoluzione delle proteste. Si rende conto, in ogni circostanza, chi paga realmente le spese dei tumulti: l'operaio, che oltre ad essere deluso dalle lotte sindacali, deve fare i conti con tragicomici danni materiali. È il caso della canzone L’operaio della FIAT «La 1100».

 

Hai finito il tuo lavoro

hai tolto trucioli dalla scocca

è il tuo lavoro di catena

che curva a poco a poco la tua schiena.

 

Hai lasciato la catena

un bicchiere di vino buono

ti ridà tutto il calore

trovi la tua donna, fai l’amore

sei già pronto per partire

spegni tutte le luci di casa

metti il tuo abito migliore e pulito

lasci al gatto la carne per tre giorni

e insieme a una Torino abbandonata

trovi la tua macchina bruciata.

 

Il narratore comunica con l'operaio: cerca di farlo riflettere, raccontandogli la cinica quotidianità che è costretto a vivere, quasi per consolarlo. Canta con un prosodia dal ritmo sostenuto, per rievocare le fasi serrate nella catena di montaggio. L'assemblaggio di un'auto FIAT in meno di un minuto, i momenti di respiro con la propria donna e le fughe in 1100 verso Moncalieri nel weekend, per sfuggire all'alienazione. Uscito di casa l'operaio ritrova la sua vettura bruciata, assaporando il brutale rovescio della medaglia del dilagante stato di agitazione divampato a Torino il 9 ottobre 1974, al quale l'autore si è ispirato. La FIAT spedisce in cassa integrazione oltre sessantacinquemila operai, provocando manifestazioni di dissenso nelle quali fanno la voce grossa le Brigate Rosse, abili a incendiare innumerevoli auto per ampliare i disordini. Nel pezzo Rino sposa le tesi della poesia Il PCI ai giovani! di Pasolini: i ragazzi rivoluzionari sono borghesi e perciò lontani dalla realtà dei lavoratori, fatta di sacrifici e sofferenza (cfr. D’Ortenzi, p. 21).

Il cantautore pone, nei suoi versi incisivi, un'istanza di giustizia sociale agli uomini di potere, denunciando con acuta essenzialità la condizione di disuguaglianza degli emarginati. Le sue vibranti corde vocali fanno risuonare le piccole cose, celebrando la semplicità dell'esistenza contadina, elevata come un carme bucolico nella canzone Ad esempio a me piace il Sud.

 

Ad esempio a me piace vedere

la donna nel nero del lutto di sempre

sulla sua soglia tutte le sere

che aspetta il marito che torna dai campi.

 

Ad esempio a me piace rubare

le pere mature sui rami se ho fame

ma quando bevo sono pronto a pagare

l’acqua, che in quella terra è più del pane.

 

L’autore utilizza un io narrante per raccontare le motivazioni di un innamoramento, confessato con l'anafora «Ad esempio a me piace», all'apertura di ogni strofa. Si mette a nudo dinanzi all'ascoltare, lucidando le emozioni suscitate da un sottobosco di tradizioni ultracentenarie, di frutti impareggiabili, di paesaggi vergini, nei quali l'accesso all’acqua determina la vita o la morte. Lo spazio descritto è quello della Calabria, ma anche del Salento, vissuto da turista, habitat naturale dove Rino ritrova il fanciullino dentro il cantuccio più nascosto del suo cuore. Uno scenario costellato da braccianti arsi dal sole – inebriati dall'odore della cenere delle foglie d'ulivo sui terreni – e da donne vestite di nero, votate alla propria famiglia. Quadri simbolici che invitano l’ascoltatore a rivalutare l'eterogenea realtà della gente comune, disintegrando il pregiudizio. Nei versi l'osservatore utilizza assonanze e consonanze per preservare la forma primordiale del testo, scritta su un prezioso diario di viaggio.

Oltre a “emigrazione”, un'altra parola chiave dell'album Ingresso Libero, come già preannunciato, è “enigma”. Due brani in particolare indirizzano la critica italiana a descrivere il genere di scrittura di Rino come nonsense, disperdendo il suo messaggio obliquo, proposto in forma allegorica: A.D. 4000 D.C. e E la vecchia salta con l’asta

Il primo è un brano volutamente distopico, una trasposizione del romanzo 1984 di George Orwell, portata in atto con un anacronismo che spedisce il dominio del Grande Fratello in un futuro lontanissimo, non identificabile, nel quale appaiono immagini surreali, oniriche: «sugli alberi le scimmie cloroformizzate / raccontano le storie delle fate», «un topo murato vivo in un musical / balla il tip-tap sul suo motocross», mentre «un nastro registrato a cento piste / ricorda la voce antropomorfica dell'uomo del duemila», ormai una forza del passato sbiadita nell'universo.    

La seconda, E la vecchia salta con l’asta, è costruita su una delle figure retoriche più utilizzate con maestria da Rino, ideata per spiegare all'italiano i nebulosi fatti del Paese: l'allegoria. In questa sede – secondo una delle ricostruzioni più plausibili stabilite dal giornalista David Gamiccioli – l'autore potrebbe immaginare il percorso del dissidente rampollo della famiglia Agnelli, Edoardo, figlio dell'avvocato Gianni, che a un avvenire di leadership industriale preferisce la ricerca spirituale verso l'Oriente.

 

Solitario nel vecchio castello

consumando la triste vigilia

inedito: annaffia l’antico rampollo

coniato negli anni da antica famiglia.

 

Nella foresta di faggi segati

le nuvole acerbe di cieli malati

come gli illusi le assurde chimere

seguendo l’amore partì il cavaliere.

Tremila città tremila villaggi

la sagoma bianca striata dei faggi

scordò la sua terra, scordò la sua casta

rimase una vecchia che salta con l’asta.

 

Una filastrocca medievaleggiante, che si impone nella mente dell'ascoltatore come un rompicapo, partendo adagio per poi aumentare d'intensità nel finale, momento in cui, all'interno del climax, il cavaliere decide di lasciare la sua casta reale per affrontare la selva. Con una doppia sinestesia, l'autore fa apparire «nuvole acerbe di cieli malati», come preludio dell'orizzonte complicato per il protagonista, che senza la regia nobiliare rischia un futuro paradossale, «da vecchia che salta con l'asta».

 

Un barlume di uguaglianza sociale: Ma il cielo è sempre più blu  

 

Nel 1975 arriva il singolo 45 giri più conosciuto del cantautore calabrese: Ma il cielo è sempre più blu. Un brano di oltre otto minuti distribuiti su ambedue i lati del disco. Poco prima dell'uscita, la censura blocca il progetto discografico, rilevando due versi da tagliare: «chi canta Baglioni, chi rompe i coglioni», «chi tira la bomba, chi nasconde la mano». La canzone-monologo è un omaggio a tutti gli italiani, senza distinzione: vizi, abitudini e caratteristiche psicologiche vengono scandagliate con ironia. L'autore inserisce in una sorta di registro antropologico gli ultimi senza cibo né casa, i sottoproletari che sudano il salario, i borghesi che faticano, sognando di entrare in una viziosa élite e gli elitisti che comandano i giochi di potere. L’accompagnamento (pianoforte, chitarra e sax) è incalzante, ma lascia spazio all'osservazione dell'artista, che si eleva a evocazione del grido di rivalsa sociale di chi soffre: per i poveri, i benestanti e i ricchi il colore del cielo è lo stesso, «sempre più blu», visione condivisa dal popolo, barlume di uguaglianza. I rapidi schizzi sociologici varcano le tempie degli ascoltatori nei decenni, consegnando il brano ai faldoni delle hit più ascoltate nelle radio.

 

Chi vive in baracca, chi suda il salario

chi ama l’amore, chi tira al bersaglio

chi sogna la gloria, chi ha scarsa memoria,

chi gioca a Sanremo, chi va sotto un treno.

Ma il cielo è sempre più blu!

 

Nella primavera del 2020, la famiglia Gaetano organizza un progetto benefico per aiutare la sanità italiana durante l'emergenza del covid-19: una cover trascinante di Ma il cielo è sempre più blu con gli artisti più importanti del pop e del rap nazionale, riuniti sotto il nome di “Italian All Stars 4 Life”. Alessandro Gaetano racconta il successo dell'operazione, nella quale ha ritrovato insospettabili fan di Rino, cantautore in grado di creare una contaminazione tra le generazioni Baby Boomers, X, Millennials e Z: «È stato un progetto davvero molto partecipato. Gli artisti hanno messo del loro investendo energia, non sapevo che tutti ascoltassero Rino. È stato essenziale anche raggiungere ogni tipologia di ascoltatore, inserendo sonorità e interpretazioni più rap, senza stravolgere l’identità e il messaggio»*.

 

*Intervista ad Alessandro Gaetano, nipote di Rino Gaetano, 29 ottobre 2020.

 

Libri citati nel testo

Massimo Cotto, Rino Gaetano - Ma il cielo è sempre più blu. Pensieri, racconti e canzoni inedite, Mondadori, Milano, 2004.

Enrico Gregori, Quando il cielo era sempre più blu – Rino Gaetano raccontato da un amico, Historica Edizioni, Cesena, 2016.

D’Ortenzi = Silvia D’O., Rare tracce – Ironie e canzoni di Rino Gaetano, Arcana Edizioni Srl, Roma, 2007.

 

Bibliografia di consultazione

Accademia degli Scrausi, Versi rock – La lingua della canzone italiana negli anni ’80 e ’90, Rizzoli, Milano, 1996.

Alberto Mario Banti, L'età contemporanea dalla Grande Guerra a oggi, Laterza, Bari, 2009.

Annibale Gagliani, Impegno e disincanto in Pasolini, De André, Gaber e R. Gaetano, I Quaderni del Bardo, Lecce, 2018.

Giuseppe Antonelli, Ma cosa vuoi che sia una canzone – Mezzo secolo di italiano cantato, Il Mulino, Bologna, 2010.

Gian Luigi Beccaria, Le orme della parola – Da Sbarbaro a De André, testimonianze sul Novecento, Rizzoli, Milano, 2013.

Gianni Borgna – Luca Serianni, La lingua cantata – L’italiano nella canzone dagli anni Trenta ad oggi, Garamond Editrice, Roma, 1994.

Leonardo Colombati, La canzone italiana 1861-2011 – Storie e testi, Mondadori-Ricordi, Milano, 2011.

Enrico Gregori, E io ci sto ancora. Rino Gaetano raccontato da un amico, Giubilei Regnani, Cesena, 2014.

 

Sitografia

www.soundcloud.com

 

Immagine: Rino Gaetano esegue Gianna al Festival di Sanremo 1978, attraverso Wikimedia Commons

 


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